Nota esegetica 7 I salmi imprecatori

Nella note esegetica 5 abbiamo sostenuto che la lettura della Bibbia deve essere cristologicamente compatibile.

Vale a dire che noi interpretiamo le Scritture dal punto di vista di Gesù Cristo perché Lui è il vero ermeneuta di tutta la Parola di Dio.

Ne segue che la nostra lettura della Bibbia è condizionata dall’idea che nutriamo a riguardo di Gesù Cristo.

Certamente Gesù era buono, ma la sua bontà non corrisponde con il “buonismo” o il “politically correct” oggi imperanti in ogni comunicazione pubblica.

Gesù era buono ma non buonista.

Nei vangeli vi sono passaggi che dovrebbero dissolvere certe idee magari legate a sacre immagini mielose e sdolcinate.

Quando si tratta di trattare il male o i malvagi Gesù non esita a ricorrere a parole, a invettive e a mezzi molto, ma molto severi.

Di uno dice: « Guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato» Mt 26,24

Ad un altro: «È, inevitabile che vengano scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono; sarebbe meglio per quell’uomo si legasse una macina di mulino e sia gettato nel mare» Lc 17,1

Ai ricchi dice più volte: «Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione» Lc 6,24, invettiva del “discorso della montagna” che da alcuni viene fatto passare come decalogo del buonismo.

Dice anche: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada»Mt 10, 34-39.

Gesù arriva anche a praticare la violenza fisica con i venditori del tempio:

«Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. 15 Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, 16 e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato» Gv 2, 14.

Un Gesù “buonista” che sta lì a preparare con cura una sferza di cordicelle per prendere a frustate i venditori… lo togliamo dal Vangelo? Oggi diremmo che è un affronto alla libertà d’impresa.

La minaccia: “guai” indirizzata a scribi, farisei, sadducei e capi dei popoli è usata moltissime volte; più esattamente in tutto il Nuovo Testamento è presente 50 volte e ben 32 volte è pronunciata da Gesù. Al contrario la parola “pace” è usata 26 volte e “amore” solo 9 volte.

Il racconto del “Giudizio universale” di Mt 25 dovrebbe farci riflettere circa l’atteggiamento del Buon Pastore nei confronti del male e di chi opera il male.

La Bibbia è intransigente verso il male e chi non si pente di averlo compiuto.

Ma scandalizza la nostra sensibilità quando essa sostiene colui che lo ha subìto di chiedere a Dio di essere vendicato. Sì, certo, una vendetta, però non eseguita direttamente dall’offeso, ma affidata al giudizio di Dio.

Questo troviamo soprattutto nei Salmi. Ora, se i salmi sono il modo in cui Dio ama essere pregato proprio perché sono “Parola di Dio”, e tra di essi troviamo alcuni che suonano duri alle nostre orecchie, non dovremmo fare le anime belle che li eliminano, ma dovremmo provare a calarci nella situazione di colui o coloro che quel male l’hanno subito.

In breve, non possiamo permetterci di mutilare la Parola di Dio senza avere cercato spiegazioni e giustificazioni che gli studiosi possono offrire.

Per questo riteniamo opportuno riportare quanto scrive Enzo Bianchi, priore della comunità monastica di Bose, nota per la profonda spiritualità biblica, che egli tratta nell’opuscolo, “Pregare i salmi“, Gribaudi, pag 37ss.

«E concludiamo queste osservazioni sui salmi come preghiera cristiana con una nota sui salmi imprecatori: i cristiani hanno avuto difficoltà a pregarli e soprattutto oggi pretendono di qualificarli come salmi precristiani, facenti parte di una rivelazione imperfetta, quando non arrivano a parlare di preghiera non cristiana. E qui noi diventiamo forzatamente polemici a motivo dello zelo per la parola di Dio.

Nel nuovo breviario tre salmi sono stati addirittura tolti e in molti altri sono stati tralasciati versetti considerati impossibili a pregarsi. Io capisco lo zelo pastorale di chi ha compiuto tale riforma, ma non posso approvarlo. Di fatto, con questo provvedimento di epurazione, invocato con superficialità anche dai sedicenti rinnovatori postconciliari, si mettono in causa i padri ebrei e li si giudica incattiviti per la troppa umiliazione subita; si dichiara che la loro preghiera era selvaggia e non secondo la rivelazione.

Ma se oggi questi salmi ci disgustano, forse è perché non li abbiamo capiti.

Certo, darli tali e quali da pregare significa dare pietre ai figli che chiedono pane, ma non darli significa diminuire la loro razione di pane. E poi, se oggi i salmi imprecatori non sono di moda, per dei cristiani che non conoscono l’oppressione ma hanno la tendenza a diventare oppressori, per dei cristiani che vivono in società del benessere e dell’opulenza, domani quale altra parte della Scrittura non sarà di moda? Per me questo è un cedimento, perché la parola di Dio non si mutila, semmai la si riceve in silenzio e la si dice sottovoce come fanno molte sinagoghe ebraiche, proprio per i salmi imprecatori, lasciandoli al mistero di Dio. Ma non li tralasciano. Chi ci autorizza a togliere l’apice o lo iota che Cristo ha dichiarato che non sarà tolto dalla Scrittura? Certo, se noi non li capiamo, se nelle assemblee li proclamiamo e li cantiamo senza aver educato alla comprensione i fedeli, ci sentiremo dire, come è successo in un monastero, da parte di giovani che avevano partecipato all’ufficio notturno dei monaci: «Perché vi alzate alle tre di notte per dire tutti questi insulti e fare tante maledizioni?».

Ma non si risolve il problema togliendoli e cancellandoli come se non fossero Parola di Dio. E poi siamo così sicuri che nel Nuovo Testamento questo genere letterario di esortazione profetica contro i cattivi sia scomparso? Non troviamo forse sulla bocca di Cristo espressioni riprese dai salmi di imprecazione e di condanna?

Quell’imprecazione: «Su di essi cada vergogna per sempre, confusione e perdizione!» del Sal 83,18 non è ripresa da Gesù in Mt 25,41?

E quella del Sal 109,8 non è usata dal Nuovo Testamento in At 1,20 contro il traditore?

Le attribuzioni del Sal 58,5 ai malvagi non sono riprese dal Vangelo in Mt 3,7?

E le maledizioni del Sal 69,23-24 non sono riecheggiate da Cristo per gli invitati scortesi e indegni del Regno in Mt 22,13?

Queste urla, queste grida imprecatorie sono tutte sintetizzate nel grido continuo dell’Apocalisse dove gli `anawim, i poveri, gridano in nome delle loro oppressioni davanti al trono dell’Agnello: «Fino a quando, o Signore santo e verace, non compi il giudizio e non trai vendetta del nostro sangue dagli abitanti della terra?» (Ap 6,10).

E le espressioni di Giacomo (5,1-6) verso i ricchi non sono secondo le invettive dei salmi, come pure quelle delle maledizioni in Lc 6,24-25?

Perché non togliamo quelle del Nuovo Testamento, se togliamo quelle dell’Antico?

Non a caso, e rincresce ma occorre dirlo, la prima comunità monastica che tolse i salmi imprecatori tolse pure, come si nota nel suo lezionario, tutte le parti del Nuovo Testamento che oggi non sono di moda, ossia le invettive.

La nostra opinione è che i salmi o i versetti imprecatori vanno lasciati: non possono essere aboliti, perché sono parola di Dio! Se non li comprendiamo, facciamo come i rabbini che consigliano di leggerli sottovoce, senza proclamarli col canto, ma lasciamoli, affinché la parola di Dio sia intatta. E poi, a moda corrisponde moda, e nel pluralismo delle mode ho sentito più volte esclamare, per esempio: «Sono salmi, quelli imprecatori, con cui ci si sente perfettamente d’accordo. C’è troppa ingiustizia nel mondo, troppi tiranni, ed è un sollievo poter dire, nella preghiera, ciò che si pensa di loro!».

Al di là delle mode, questi salmi sono lo strumento dei poveri, degli oppressi, dei giusti perseguitati di fronte al male operante nella storia: costoro trovano nei salmi imprecatori tutta la forza per gridare a Dio, per chiedergli di intervenire, astenendosi però dal farsi giustizia da sé e rimettendo a Dio ogni castigo del male.

Ma vediamo altre ragioni per mantenere i salmi imprecatori.

Innanzitutto, la liturgia non deve essere ridotta ad ogni costo a un clima edulcorato. Mi sembra che la proclamazione dei salmi imprecatori nelle nostre assemblee sia uno strumento efficace affinché, senza dare scomuniche, ognuno accolga su di sé una parola di giudizio, ognuno mangi e beva la propria condanna o la propria giustificazione. Non è bene che nel trovarsi insieme tutto sia bello, tutto dolce, tutto buono ad ogni costo. La liturgia non si accorderebbe con la realtà! C’è una violenza, una collera che abita in noi! Paolo dice infatti: «Andate in collera» (Ef 4,26 che cita Sal 4,5 LXX). La collera è un sentimento umano che cogliamo più volte sulle labbra, sul viso e nel cuore di Cristo. I salmi devono dunque esprimerla e sono forse il mezzo per non lasciare «tramontare il sole sulla nostra ira»; in essi noi la sfoghiamo davanti a Dio e lasciamo che sia lui, e non noi, a fare giustizia. Esiste una buona e santa aggressività. Le collere di Cristo verso i capi non erano collere finte. Nelle lotte dell’umanità, nella violenza, nella persecuzione, non si può fare sempre il viso dolce. Ma il salmista che impreca è un uomo povero, debole, che quando chiede violenza situa nell’intemporale la sua lotta. La sua è una guerra collocata in Dio e affidata a lui. Le sue mani sono vuote, egli non ha rifugi se non in Dio solo ed è lui che invoca per essere liberato dall’oppressore, dal potente, dal persecutore. Egli ha coscienza che l’uomo non può darsi salvezza, che il trionfo non viene dalle armi e dalla forza umana.

Come farà Cristo, anche il salmista situa nell’orizzonte escatologico la sua liberazione e la condanna degli empi. Nel Talmud è scritto: «Quei tali barioniti che abitavano nelle vicinanze di Rabbi Me’ir lo opprimevano molto. Rabbi Me’ir pregò che morissero; gli disse sua moglie Berurjà: “Su quale testo ti appoggi? Forse perché sta scritto: ‘Periscano i peccatori?’. È scritto forse: ‘Peccatori?’. ‘Peccati’, sta scritto! Inoltre prosegui a leggere nel verso: ‘Gli empi non ci saranno più’ (Sal 104,35). Ma se sono scomparsi i peccatori, e i malvagi non sono più! Implora invece la misericordia [di Dio] perché si convertano! “» (Berakhot 10a).

Dunque anche gli ebrei han capito e sottolineato il vero senso dei salmi imprecatori; noi possiamo capirlo come loro.

Infine mi pare che per noi cristiani ci sia un’altra ragione per dire i salmi imprecatori. Essi sono l’occasione di meditare sulla morte del giusto, dell’innocente, Gesù Cristo. Senza il loro riferimento all’alleanza i salmi imprecatori sono solo grida di vendetta; ma situati nel contesto dell’evento cristiano sono l’espressione dell’odio nei confronti del male, odio che deve essere vigoroso, profetico, a causa della santità di Dio, della santità dell’alleanza. Sono questi salmi il luogo su cui noi possiamo giudicare in che misura siamo desiderosi di non edulcorare il nostro cristianesimo e in quale misura abbiamo capito la profondità dell’amore di Dio per noi nello scandalo della croce. Il salmista chiede la vendetta di Dio sui nemici perché il male deve essere punito, il peccatore deve essere castigato. Ma la vendetta e il castigo di Dio sono vendetta di giustizia e castigo liberatore che si sono abbattuti su Gesù Cristo, come osservava Bonhoeffer. Le sue piaghe che ci hanno guarito, la morte che egli ha inchiodato sulla croce, il suo corpo castigato e punito sono stati il segno dell’avvenuta vendetta di Dio. Dio certo non si è vendicato con la legge umana della vendetta. La vendetta di Dio contro i suoi nemici ha obbedito alla legge di Dio che è legge di amore. Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio Gesù: ecco la vendetta di Dio!

Quando ci sono le imprecazioni, saremmo ben poco cristiani se le indirizzassimo a delle persone; ma saremmo ben poco cristiani anche se pensassimo che tali vendette sono vendette al modo umano. La vendetta di Dio è che la giustizia agisce contro il peccato, e il peccato è sempre peccato che esige riparazione, non contraccambio o risposta all’offesa con l’offesa. Dio compie la sua giustizia inviando suo Figlio nel mondo. Dio prende sul serio il peccato: non lo dimentica, lo punisce, ma lo punisce a modo suo, secondo la sua legge che è legge d’amore. Gli oranti del Primo Testamento giustamente chiedevano la vendetta e Dio l’ha da ta. Cristo subisce la vendetta di Dio chiesta dai salmi. Ora noi, nel tempo in cui la vendetta si è compiuta, abbiamo solo la grazia, l’amore di Dio, la riconciliazione con lui. I salmi di imprecazione sono rischiarati dal cantico di Isaia (53,1 ss.), il canto del servo sofferente su cui si è compiuta la vendetta di Dio: «Noi lo credevamo castigato da Dio», e lo era per noi; portava i dolori e le sofferenze della vendetta di Dio chiesta nei salmi per i nemici di Dio: era lui ad essere trafitto per i nostri delitti; egli aveva offerto se stesso in espiazione (Is 53,10), e a JHWH piacque prostrarlo con i dolori; egli portò la punizione di molti e così intercedette per i nemici di Dio, gli scellerati, fino a giustificarli.

I salmi imprecatori non diventano così più comprensibili? Non acquistano forse un senso? I salmi imprecatori dicono: «Trattali come colpevoli» (Sa15,11), e Dio ha trattato come colpevole suo Figlio (Is 53,4); «gli empi vadano agli inferi», canta il Sal 9,18, e Dio ha mandato allo she’ ol Gesù; «toglili dalla terra dei vivi» (Sal 52,7), e Gesù fu tolto dalla terra dei vivi (Is 53,8); «li coprano l’insulto e l’infamia», grida il Sal 71,13, ed egli ha preso l’insulto su di sé (Is 53,3), ha preso la vergogna invocata sui nemici di Dio dal Sal 40,16. Mistero dell’amore di Dio! Le vendette invocate sui suoi nemici sono quelle subite da Gesù.

I salmi imprecatori ci insegnano, dunque, anche se ne ammettiamo le difficoltà pastorali, che Dio agisce sì nella vendetta, ma agisce con amore, con molto amore, amandoci fino alla fine. Una sinossi tra i salmi imprecatori e il capitolo 53 di Isaia non illumina forse i salmi imprecatori, e non ci permette forse di recitarli tenendo lo sguardo sul mistero della croce, dove il giusto servo del Signore ha giustificato le moltitudini? «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5)».