Nota esegetica 10 L’idea di separazione

Il capitolo 1 di Genesi che noi stiamo esaminando è di tradizione sacerdotale P (dal tedesco Priester), una storiografia della quale abbiamo trattato in Glosse alla nota esegetica 2. È una tradizione molto legata al culto, alla liturgia, al sacerdozio, al tempio e alla successione dei tempi liturgici.

Uno dei fondamenti di questa tradizione è l’idea di separazione. Alla radice sta la separazione tra sacro e profano e questo ci porterebbe ad affrontare il tema dal punto di vista antropologico. Ma noi vogliamo restare per quanto possibile sul testo biblico.

Abbiamo già detto che il genere letterario di Genesi è quello dell’eziologia metastorica e questo vuol dire  che vengono proiettate all’origine, quindi nel momento della creazione, le realtà che l’agiografo, il sapiente, il redattore vedono accadere nel loro mondo e cercano di dare loro una spiegazione che le giustifichi.
Allora è sensata la nostra domanda: dove ha inizio questo processo “storico” di separazione?

Se, come abbiamo affermato nella nostra riflessione sul libro di Esodo, esso è il primo libro della Bibbia, è lì che possiamo trovare qualche risposta.

Già all’inizio del racconto quando Mosè, fuggito dall’Egitto dove era stato allevato come principe dalla figlia di Faraone e, dopo la fuga, diventato pastore alle pendici del monte Sinai, vede il roveto che brucia senza consumarsi si avvicina per vedere cosa succede, si sente rivolgere da Dio queste parole:

Es 3,5 «Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa / sacra!» [l’ebraico non distingue sacro da santo].

Più avanti quando il popolo fuggito dalla terra di schiavitù si ritrova ai piedi del Sinai in attesa che Mosè riceva da Dio le tavole della Legge, troviamo questa ingiunzione:

Es19,12 «Fisserai per il popolo un limite tutto attorno, dicendo: Guardatevi dal salire sul monte e dal toccare le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte. 13 Nessuna mano però dovrà toccare costui: dovrà essere lapidato o colpito con tiro di arco. Animale o uomo non dovrà sopravvivere».

Se nel caso precedente l’accostamento al sacro richiedeva delle disposizioni di riguardo, togliere i sandali, in questo secondo caso il popolo deve stare lontano, assolutamente “separato” da quel luogo. Ma in realtà ciò che è separato è il luogo di Dio, mentre quello in cui si trova il popolo e “profano“.

Sarà proprio sul Sinai che Mosè riceverà tutte le leggi che riguardano la vita di Israele anche quando il popolo sarà entrato in possesso della Terra Promessa. In realtà sappiamo che molte di quelle leggi sono nate e maturate, non nell’ambito di quel gruppo di ex schiavi fuggiti dall’Egitto che vagavano nel deserto, ma all’interno di un popolo maturo provvisto già delle sue istituzioni politiche e religiose ben consolidate. Tuttavia le leggi importanti vennero riportate al Sinai e poste sotto l’autorità di Mosè che le avrebbe ricevute da Dio. In realtà l’esegesi ritiene che solo il Decalogo e poche altre prescrizioni siano state ricevuto su quel monte.

Ora, già qui al Sinai troviamo che Aronne svolge la funzione di sacerdote, ma non Mosè che essendo suo fratello era anch’egli discendente di Levi. Questo dice che tra i discendete di Levi solo gli aronniti possono diventare sacerdoti e anche questa è una separazione legata al culto.

All’interno dei capitoli Es 25-28, che prescrivono come deve essere costruito il Santuario, si stabilisce chi possa diventare sacerdote:

Es 28,1 «Tu fa’ avvicinare a te tra gli Israeliti, Aronne tuo fratello e i suoi figli con lui, perché siano miei sacerdoti; Aronne e Nadab, Abiu, Eleazaro, Itamar, figli di Aronne. 2 Farai per Aronne, tuo fratello, abiti sacri, che esprimano gloria e maestà».

Però, subito dopo l’episodio del Vitello d’oro, alla costruzione del quale Aronne ha contribuito alla grande, egli sparisce letteralmente dalla narrazione successiva di Esodo; verosimilmente sono rimasti solo i suoi figli. E questa è un’altra separazione.

Sebbene la separazione ha originariamente un senso di elezione, mostra anche qualche aspetto negativo. 
È proprio nel racconto del Vitello d’oro che troviamo una parte sconcertante operata esattamente dai figli di Levi, i leviti:

Es 28,25 «Mosè vide che il popolo non aveva più freno, perché Aronne gli aveva tolto ogni freno, così da farne il ludibrio dei loro avversari. 26 Mosè si pose alla porta dell’accampamento e disse: «Chi sta con il Signore, venga da me!». Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. 27 Gridò loro: «Dice il Signore, il Dio d’Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente».
28 I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo. 29 Allora Mosè disse: «Ricevete oggi l’investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi Egli vi accordasse una benedizione».

E ci chiediamo, ma i leviti non avevano contribuito a costruire il Vitello d’oro? Era proprio necessario un simile massacro? E come premio ricevono l’investitura al sacerdozio. È chiaro che il racconto è cristologicamente incompatibile, vedi in Glosse, Nota esegetica 5, nonché un commento più esaustivo svolto nella Lettura 52 di Esodo.
Qui ci interessa solo mettere in evidenza che la separazione non è indolore, non è acqua fresca, richiede lotte e sacrifici molto pesanti. Ricordiamo che quando la Terra promessa viene divisa /separata tra le tribù, a quella di Levi non viene assegnato alcun territorio perché essi vivranno solo delle decime versate dalle altre tribù. Una separazione, ma altresì elezione.

Al tempo della successione al trono di Davide abbiamo un’altra separazione. Anzitutto Davide aveva unificato il culto esclusivamente a Gerusalemme, politica proseguita da Salomone dopo la costruzione del Tempio, in questo modo vengono eliminati tutti i santuari sparsi per il paese: Betel, Bersabea, Sichem, ecc., per cui molti sacerdoti non leviti non poterono più svolgere la loro funzione, altra separazione – elezione, ma il fatto interessante è che all’interno del sacerdozio di Gerusalemme si svolge una lotta tra Abiatar, sacerdote durante il regno di Davide e Sadoc o Zadoc, che alla fine risultò vincitore perché appoggiato dal nuovo re, Salomone. Da questo momento e siamo intorno al 900 a. C., i sacerdoti saranno esclusivamente discendenti di Sadoc che più tardi daranno vita al gruppo dei Sadducei. Quindi un ulteriore separazione all’interno dei leviti.

Tuttavia il processo di separazione non riguarda solo la classe sacerdotale, ma lo stesso popolo che appunto diventa il “popolo eletto“.

Lv 20,22 «Osserverete dunque tutte le mie leggi e tutte le mie prescrizioni e le metterete in pratica, perché il paese dove io vi conduco ad abitare non vi rigetti. 23 Non seguirete le usanze delle nazioni che io sto per scacciare dinanzi a voi; esse hanno fatto tutte quelle cose, perciò le ho in abominio 24 e vi ho detto: Voi possiederete il loro paese; ve lo darò in proprietà; è un paese dove scorre il latte e il miele. Io il Signore vostro Dio vi ho separati dagli altri popoli».

Terribile! Gli ebrei popolo eletto, separato dagli altri popoli che Dio avrebbe in abominio!
La separazione non riguarda solo il popolo rispetto ai gentili, i gojm, ma altresì il cibo:

Lv 20,25 «Farete dunque distinzione tra animali mondi e immondi, fra uccelli immondi e mondi e non vi renderete abominevoli, mangiando animali, uccelli o esseri che strisciano sulla terra e che io vi ho fatto distinguere come immondi. 26 Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli, perché siate miei».
27 Se uomo o donna, in mezzo a voi, eserciteranno la negromanzia o la divinazione, dovranno essere messi a morte; saranno lapidati e il loro sangue ricadrà su di essi».

In questo caso la separazione è anche elezione perché il popolo è divenuto proprietà di Dio stesso, come abbiamo visto nella Lettura 44 del libro di esodo.

Es 19, 5 «Ora, se ascoltare ascoltate (shemah) la mia voce e osservate (shamar) la mia Alleanza allora sarete la mia segullah/ eredità/ proprietà  tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra!».

Essere proprietà di Dio o sua eredità significa godere di una particolare benedizione da parte Sua.

Il principio della separazione dagli altri popoli diventa il motivo per cui verso le città conquistate viene praticato lo herem / sterminio di ogni essere vivente. Ne abbiamo trattato nel Libretto di Elia, Lettura 6. È esemplare quanto succede durante la conquista di Gerico, la prima città al di qua del Giordano.
Ricordiamo che le possenti mura di Gerico, crollano rovinosamente il settimo giorno dopo che nei precedenti sei i sacerdoti avevano fatto, ogni giorno, il giro della mura suonando le trombe.  

Gs 6,16 «Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: «Lanciate il grido di guerra perché il Signore mette in vostro potere la città.
17 La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa, perché ha nascosto i messaggeri che noi avevamo inviati. 18 Solo guardatevi da ciò che è votato allo sterminio, perché, mentre eseguite la distruzione, non prendiate qualche cosa di ciò che è votato allo sterminio e rendiate così votato allo sterminio l’accampamento di Israele e gli portiate disgrazia. 19 Tutto l’argento, l’oro e gli oggetti di rame e di ferro sono cosa sacra per il Signore, devono entrare nel tesoro del Signore». 20 Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e occuparono la città. 21 Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l’ariete e l’asino».

Dal punto di vista archeologico sappiamo che le mura di Gerico erano cadute almeno un paio di millenni prima dell’arrivo degli ebrei, per cui il genere di questo racconto e didattico o se si vuole un’altra eziologia metastorica.
Questa breve incursione tra le sacre pagine dovrebbe riuscire a mostrare quanto sia seria e gravida di conseguenza l’idea di separazione.

Ovviamente si possono trovare moltissime altre pagine di questo tenore, ma riteniamo che questo “assaggio” sia sufficiente per sostenere che tale separazione – elezione ha senso finché si è in contesto enoteistico: ogni popolo ha il suo Dio, ma non regge più quando si passa al monoteismo ad un unico Dio Creatore: un solo Dio per tutti gli uomini.  

Tuttavia già nell’Antico Testamento troviamo racconti che vanno in tutt’altra direzione; la separazione si attenua o sparisce.

Il libro di Ruth è sostanzialmente un elogio di Ruth la moabita, cioè una “straniera“, una “gojm” di Moab che rimasta vedova di un giovane di Betlemme (casa del pane)  emigrato nel paese di Moab, decide di tornare con la suocera a Betlemme perché la carestia a Betlemme era finita. Ruth sposerà un betlemita, Booz che sarà il bisnonno del grande re Davide. Allora nelle vene di Davide scorreva anche sangue moabita: quello della sua bisnonna.

Non da meno il libro di Giona (commento reperibile in archivio) che esalta la decisione di conversione presa dai niniviti, uno dei popoli più feroci dell’antico vicino oriente, a seguito della predicazione del profeta Giona colà inviato da Dio.

Se il bisnonno di Davide ha sposato una donna straniera vuol dire che questa idea di separazione non fosse così seguita dal popolo, tuttavia non possiamo dimenticare i capitoli 9-10 di Esdra. In essi si racconta dei deportati ritornati dall’esilio babilonese a Gerusalemme con le famiglie che si erano formate in terra straniera. Ad un certo punto si rendono conto di non avere rispettato la legge che prescrive di non unirsi a donne straniere e pentiti del peccato commesso rimandano mogli e figli. Chi non l’avesse fatto entro tre giorni sarebbe stato condannato allo sterminio (Esd 10,8).   

Quindi, sembra di poter dire che la “separazione” così sostenuta dall’ambiente sacerdotale non fosse altrettanto condivisa dal popolo nel suo insieme. In altre parole: questa prescrizione, che gli studiosi ritengono alquanto tardiva, non fosse tanto osservata dal popolo.   

Però dobbiamo affrontare l’argomento anche nel suo approdo neotestamentario, cioè: cosa trova Gesù quando giunge tra la sua gente?

Nella Lettura 38 del Vangelo di Marco abbiamo trattato l’episodio dell’emorroissa. Questa donna da dodici anni perdeva sangue dalle emorroidi. Una persona che perde sangue è impura; tutto quello che tocca diventa impuro e se qualcuno la tocca diventa impuro. Esattamente come ogni donna che durante il mestruo è impura. A questa donna fin da bambina avevano detto che durante “le sue cose” sarebbe stata impura e se avesse toccato qualcuno lo avrebbe reso impuro…  e sarebbe andata dritta dritta all’inferno. Essa dopo dodici anni di isolamento “separazione“, matura l’idea che Dio non può essere l’origine di questa segregazione e, chissà con quale timore osa toccare il mantello dell’uomo di Dio.
Sappiamo come è finito l’episodio. Gesù le dice: «La tua fede ti ha salvata». Gesù afferma clamorosamente in mezzo alla folla, che lo premeva da tutti le parti, che Dio, l’Abbà, non vuole una tale separazione.   

Separato era anche il cieco di Gv 9 che stava presso la porta del tempio a chiedere l’elemosina. “Separato” perché peccatore. Ché se non ha peccato lui hanno peccato i suoi genitori. E in sovrappiù maledetto perché i suoi occhi non gli consentono di leggere la Parola di Dio.
Conosciamo anche in questo caso l’esito del racconto. Il cieco guarito viene ignorato dai genitori che non prendono posizione a sua difesa. Cacciato dalla sinagoga perché:
Gv 9,34 «Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?». E lo cacciarono fuori».
Anche se non più cieco rimane peccatore e comunque sempre separato. Ma sarà Gesù ad andare a cercarlo per inserirlo in una nuova comunità.

Molte sono le figure della separazione presenti nei vangeli e non possiamo passarle tutte in rassegna.
Per sommi capi c’erano dentro: lebbrosi, prostitute, adultere (se non venivano lapidate), posseduti da spiriti impuri, sordi, ciechi, muti, malati di ogni tipo, perché la malattia era sempre originata da qualche colpa.

L’idea di separazione finisce per creare una mentalità che produce orgoglio in quelli che si sentono “separati / santi / eletti e contro tutti gli altri, che devono essere esclusi. Forse riusciamo a comprenderlo dalla parabola del fariseo e del pubblicano che Gesù racconta per denunciare questa situazione.

Lc 18,9 «Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: 10 «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. 12 Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. 13 Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. 14 Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato».

Il fariseo ha l’idea chiara e distinta per potersi salvare. Sa esattamente tutto quello che si deve fare e quello che non si deve fare. Egli ha trasformato l’immagine di Dio Abbà in quella di un ragioniere occhiuto che sul Libro Mastro segna tutto il dare e l’avere; Dio trasformato in un mercante che, con il bilancino in mano, registra tutte le entrate e le uscite. Ed è sicuro come l’oro che l’inventario è decisamente a suo favore. Egli non ha bisogno di Dio. Gli basta la sua dirittura morale! Egli è un eletto.
Quell’altro invece sa di presentarsi a Dio con le mani vuote. È un escluso… e sa che deve restare ai margini.
Poi, forse entrambi, sanno quello che dice il profeta: «Quanto i cieli sono altri sopra la terra / altrettanto il Miei pensieri sono diversi dai vostri»… ma queste sono solo belle frasi poetiche… la realtà è altro…
La finale della parabola dice esattamente qual è il pensiero di Gesù che letteralmente capovolge la situazione.  

Pensiamo sia il caso di esaminare un po’ nel dettaglio la parabola del buona samaritano.

Lc 10,30 «Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. 32 Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». 

La strada da Gerusalemme a Gerico in realtà è un sentiero di montagna molto impervio perché deve superare un dislivello di 1000 – 1200 metri.
Ci interessa la reazione del sacerdote e del levita che tirano dritto. Se si fossero fermati a dare soccorso a “un uomo” che perdeva sangue avrebbero contratto l’impurità legale e pertanto non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni nel Tempio. Se è così dovevano rimanere puri, separati.
Però il sacerdote “scendeva”, quindi non doveva svolgere il suo servizio, e comunque sarebbe diventato impuro; avrebbe dovuto fare le pratiche per ripristinare la purità lasciando trascorre i giorni prescritti. Tutto sommato, una bella rogna. Meglio tirare dritto.
Il levita non si sa se salisse a Gerusalemme o tornasse. Se ci stava andando non avrebbe potuto svolgere il suo compito, se, invece, tornava, tutto come nel caso del sacerdote.
Una cosa è certa: entrambi vogliono rimanere separati da quel malcapitato per non contrarre impurità legale.
E siamo tornati alla grande al tema della separazione.
Il samaritano, poco osservante della legge, non si pone un problema di purità e soccorre “un uomo“.
Allora la domanda è: Gesù ce l’ha con le persone o con la Legge che riduce le persone a non essere “prossimo“?

Tentiamo con una risposta molto sintetica.

Sul Sinai è stata stabilita l’Alleanza che ha fatto di Israele il popolo eletto.

Sul Calvario è nata la “Nuova Alleanza” che è per tutti i popoli e per ogni uomo.