Lettura 5 1Re 17,17-24 Zarepta di Sidone, seconda scena

1Re 17,17 « In seguito il figlio della padrona di casa si ammalò. La sua malattia era molto grave, tanto che rimase senza respiro».

Siamo in pieno territorio della Fenicia e i fenici, adoratori di Baal, usavano sacrificare i figli agli dèi per propiziarseli, come ricorda il brano della presentazione di Acab che abbiamo visto alla fine della Lettura 2:

1Re 16,34 «Nei suoi giorni Chiel di Betel ricostruì Gerico; gettò le fondamenta sopra Abiram suo primogenito e ne innalzò le porte sopra Segub suo ultimogenito, secondo la parola pronunziata dal Signore per mezzo di Giosuè, figlio di Nun».

Però non sembra che questa vedova sia molto felice di quanto sia accaduto al figlio e allora dobbiamo riflettere sulle relazioni effettivamente esistenti all’interno delle famiglie fenicie.

18 «Essa allora disse a Elia: «Che c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio?».

19 Elia le disse: «Dammi tuo figlio». Glielo prese dal seno, lo portò al piano di sopra, dove abitava, e lo stese sul letto. 20 Quindi invocò il Signore: «Signore mio Dio, forse anche contro questa vedova farai del male, tanto da farle morire il figlio?». 21 Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: «Signore Dio mio, il respiro del fanciullo torni nel suo corpo».

22 Il Signore ascoltò il grido di Elia; l’anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere.

23 Elia prese il bambino, lo portò al piano terreno e lo consegnò alla madre. Elia disse: «Guarda! Tuo figlio vive».

24 La donna disse a Elia: «Ora so che tu sei uomo di Dio e che la vera parola di JHWH è sulla tua bocca».

In questa seconda scena si sono invertite le parti rispetto alla precedente. I verbi di azione riguardano Elia, (lo prese, lo portò, lo stese; una preghiera e nuovamente lo prese, lo portò, lo consegnò, mentre la donna è trepidante in attesa.

E la figura di Elia diventa ancor più enigmatica!

A seguito della morte del bambino si radicalizza nella madre il dubbio lasciato in sospeso prima: chi è costui? è un uomo di Dio o di un essere malvagio? «Che c’è fra me e te uomo di Dio »?

E vediamo che essa nutre l’idea di un Dio vendicativo capace di uccidere un figlio per castigare le iniquità della madre.

Allora emerge il problema di fondo di tutto il libretto di Elia: qual è l’idea o l’immagine di Dio?

«…Elia porta il ragazzo al piano di sopra…». Storicamente il piano di sopra era la stanza degli ospiti, ma in questo caso il significato non è quello di una traslazione spaziale, ma spirituale, religioso: indica un salto di qualità.

Infatti siamo costretti a cogliere una novità: dopo la morte del ragazzo, Elia, provocato dalla donna, per la prima volta si rivolge a Dio con una preghiera accorata. Adesso non è più prepotente!

Forse si è reso conto che qui è in gioco la credibilità del suo Dio e che il suo rapporto con Lui non è stato proprio di sottomissione. E se c’è in gioco qualche “iniquità” è sua e non della vedova.

Se la La Lettura precedente aveva lasciato in sospeso la risposta alla domanda: “chi è Elia” ora troviamo la risposta al v24: La donna disse a Elia: «Ora so che tu sei uomo di Dio e che la vera parola di JHWH è sulla tua bocca».

Certamente, Elia è uomo di Dio, ma quale Dio? Meglio, qual è l’idea del Dio in cui crede Elia?

Perché per qualunque uomo è un dramma se non crede nel Dio giusto…

E non dobbiamo perdere di vista il tema della “rinascita“: il bambino muore alla vita e rinasce grazie alla mediazione dell’uomo di Dio.

È la rinascita ad una vita nuova, non come quella di prima… è avvenuta “al piano di sopra“.

Ma è solo un’anticipazione!

C’è qualcuno che deve morire e rinascere…

APPENDICE

Alcuni studiosi, come Paul Beauchamp, che hanno tentato di costruire un teologia biblica, sostengono che le Scritture contengono poche figure le quali attraverso lo svolgersi della storia, composta da molti racconti e diversi generi letterari, in realtà presentano, approfondiscono, ribadiscono sempre le stesse “figure”.

Infatti nel vangelo di Giovanni troviamo un testo parallelo.

Gv 4,43 «Trascorsi due giorni, partì di là per andare in Galilea. 44 Ma Gesù stesso aveva dichiarato che un profeta non riceve onore nella sua patria. 46 Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l’acqua in vino. Vi era un funzionario imperiale (romano), che aveva un figlio malato a Cafarnao. 47 Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea, si recò da lui e lo pregò di scendere a guarire suo figlio poiché stava per morire. 48 Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete». 49 Ma il funzionario romano insistette: «Signore, scendi prima che il mio bambino muoia». 50 Gesù gli risponde: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla parola che gli aveva detto Gesù e si mise in cammino. 51 Proprio mentre scendeva, gli vennero incontro i servi a dirgli: «Tuo figlio vive!». 52 S’informò poi a che ora avesse cominciato a star meglio. Gli dissero: «Ieri, un’ora dopo mezzogiorno la febbre lo ha lasciato». 53 Il padre riconobbe che proprio in quell’ora Gesù gli aveva detto: «Tuo figlio vive» e credette lui con tutta la sua famiglia».

Consideriamo l’apertura nel v 44 in cui Gesù dichiara che un profeta non è considerato tale in patria, quindi in quel posto si sente estraneo. E così ribadisce il detto popolare: “nessuno è profeta in patria“. Inoltre la Galilea era ritenuta pagana dai giudei che la chiamavano “Galilea delle genti“.

Allora l’evangelista ci vuol evidenziare che il segno avviene in territorio straniero. Il ragazzo guarito è anch’esso straniero, come il figlio della vedova di Zarepta e altrettanto straniero è il padre del ragazzo, probabilmente un ufficiale romano.

A differenza di Elia, Gesù non ha bisogno di eseguire alcun gesto taumaturgico gli basta la parola… e la fede dell’ufficiale romano.

Quindi Gesù è più di Elia.

E dobbiamo rilevare un’istanza presente sin dalle origini della religione giudeo cristiana: l’apertura universale, la destinazione della salvezza a tutti gli uomini.