Lettura 7 Es 2,4-10 L’educazione nell’Antico Egitto
Es 2,4 «La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto. 5 Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. 6 L’aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «È un bambino degli Ebrei». 7 La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: «Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?». 8 «Va’», le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. 9 La figlia del faraone le disse: «Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario». La donna prese il bambino e lo allattò. 10 Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l’ho salvato dalle acque!».
È documentato il fatto che i Faraoni facessero educare ed istruire dei ragazzi presi dalle popolazioni sottomesse per fare loro conoscere la cultura, la burocrazia e la struttura di potere dello stato. Una volta adulti diventavano il legame tra il potere centrale e quelle popolazioni, una sorta di “cinghia di trasmissione” oppure degli “infiltrati”.
I potenti hanno sempre avuto bisogno di queste figure per fare applicare le loro decisioni e nello stesso essere informati dettagliatamente di ciò che succede nelle zone più periferiche.
Perciò il fatto che un figlio degli ebrei schiavi finisse a corte è verosimile.
Qui però si mostra, con sottile ironia, come il piano di Dio, oltre a partire da lontano, usa i comandi del Faraone per combattere proprio il volere del Faraone: il Nilo che doveva essere strumento di morte diventa via per la vita e la liberazione.
Ad attuare concretamente il piano sono le donne che però non si rendono conto che è il piano di un Altro.
La madre fa il cestello – arca, vi depone il figlio e lo mette nel Nilo.
La sorella dalla riva segue questo strano natante.
La figlia del Faraone “scende” per fare il bagno, “vede“, “ascolta” il bimbo che piange e lo “prese“.
Questi verbi a noi dicono poco, ma l’antico ebreo allenato nell’uso della memoria e alla sinteticità della sua lingua riconosce subito i verbi dell’intervento di Dio. Li ritroveremo in Es 3 quando Dio si rivelerà a Mosè.
La figlia del Faraone riconosce subito che è figlio degli ebrei e se avesse rispettato l’ordine del padre l’avrebbe buttato immediatamente nel Nilo, senza cestello, e invece… Invece è una donna anche lei e fa come le levatrici; e decide di tenerlo per sé, trasgredendo così alla legge di suo padre.
Poi interviene la sorella del bambino che le propone “una” balia (elemento indispensabile a quel tempo; fino agli anni 30 – 40 se una donna non aveva latte doveva rivolgersi ad una balia perché il latte per neonati non era ancora stato inventato. Le balie sono donne che già stanno allattando il loro bambino e si accollano il compito di allattarne un altro. Non era quindi facile trovarne.
Così il bambino torna dalla madre naturale che oltretutto viene pagata per questo suo servizio. Tra l’altro l’allattamento poteva andare avanti anche per due anni. Quindi il bambino cresce in un mondo ebraico- egiziano.
Però il nome glielo dà la figlia del Faraone per cui a tutti gli effetti egli è suo figlio ed egiziano, meglio, un principe egiziano.
A quei tempi il significato del nome era molto importante e per gli egizi era spesso il nome di un dio preso dal loro Olimpo seguito da “figlio” come ad esempio Ra-messe o Tut-mosis; quest’ultimo era probabilmente il nome egiziano di Mosè a cui poi venne rimosso il nome del dio pagano. Rimane solo “Mosis” che per assonanza con un vocabolo ebraico acquista il significato di “tratto dall’acqua“. E così abbiamo Mosè.
Ma deve passare del tempo: il neonato deve crescere alla corte del faraone, diventare grande, responsabile, conoscere tutti i meccanismi burocratici del palazzo e dopo, forse, sarà abilitato a liberare il suo popolo.