Lettura 9 Es 3,1-3 Il roveto
Es 3,1«Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. 2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. 3 Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?».
Quando si parla di deserto non bisogna pensare al Sahara: una distesa a perdita d’occhio di dune di sabbia, ma piuttosto ad un terreno più o meno collinoso o montagnoso piuttosto arido per la scarsità delle piogge.
La vita non è del tutto impossibile, ma alquanto dura e spesso al limite della sopravvivenza.
Così Mosè ha imparato a viverci e a farci vivere i suoi animali: a primavera deve farli pascolare nei terreni che seccheranno per primi e serbare i pascoli negli avvallamenti e nelle zone più umide per la stagione secca, in modo che il gregge abbia sempre erba con cui nutrirsi. Soprattutto deve conoscere molto bene tutti i luoghi in cui c’è acqua perché dovendo continuamente spostarsi da un pascolo all’altro deve essere sicuro di trovare acqua quando arriva al successivo.
Un giorno di cammino nel deserto senza acqua, a quelle latitudini, vuol dire morte certa perché non riesci a tornare indietro. È il modo in cui cerca di suicidarsi il profeta Elia come leggiamo in 1Re 19 (Vedi Elia Lettura 10).
C’è un legame strettissimo tra pastore e gregge: la vita del gregge dipende dal pastore e la vita del pastore dipende dal gregge in quanto il deserto riesce a fornire cibo agli animali, ma non direttamente al pastore.
L’eventualità che qualche animale si sia perduto perché si è smarrito o qualche belva lo abbia sbranato è per l’uomo una grande perdita. Se poi una belva devasta il gregge per il pastore e la sua famiglia vuol dire fame o anche peggio.
Questa nuova sapienza di Mosè è ben diversa dalla precedente che era finalizzata al potere, alla carriera, alla gloria; ora invece è finalizzata alla vita sua, della sua famiglia e del clan che lo ospita.
Del principe egiziano è rimasto ben poco. Dei legami con quelli della sua stirpe non c’è traccia.
Ormai sono passati quarant’anni! Non è più egiziano, non è ebreo e forse i madianiti lo considerano ancora uno straniero.
Adesso però è pronto per attuare il disegno iniziato già quando è stato salvato dal Nilo. Ma lui ancora non lo conosce. Però, dopo quarant’anni, conosce il deserto come le sue tasche.
Chiaro che quando vede un rovo che arde non possa fare a meno di andare a vedere. Se c’è fuoco qualcuno l’ha acceso. Ma chi? Amico o nemico?
Lui non vede nessuno ma sente una voce: «Non avvicinarti! Togliti i sandali perché il luogo sul quale stai è terra santa!» (Es 3,5). Ordine tassativo.
L’ebraico non distingue tra “santo” e “sacro”. Sacro vuol dire separato, intoccabile, tabù. Ciò che è santo può essere anche diffuso nella quotidianità; per intenderci: ogni giorno compiamo azioni che sono sante senza che profumino di incenso. Ma ciò che è sacro resta sempre “al di là” come gli oggetti del culto o gli spazi riservati al culto. Purtroppo non possiamo abbondare negli esempi perché oggi abbiamo smarrito il senso del sacro.
E i sandali cosa c’entrano?
Gli studiosi ritengono che siccome il nostro Dio è Dio della vita, non è ammissibile introdurre negli spazi a Lui consacrati qualcosa che sia morto. Ora, siccome i sandali fino a poco tempo fa erano fatti di cuoio, cioè pelli di animali morti, dovevano stare fuori dai luoghi di culto.
È un segno che si ritroverà nel servizio del tempio e che ancora oggi i samaritani praticano nel salire il loro monte sacro, il Garizim. Per non parlare dei musulmani in rapporto alle moschee.
Anche in ambito cristiano i preti copti ed etiopi di rito Alessandrino celebrano l’Eucaristia a piedi nudi o indossando pantofole di cotone.
Una comprensione molto profonda del divino e un segno liturgico importate per fare emergere lo spazio del sacro.