Lettura 12: Es 3,6 Dio presenta se stesso

Es 3,6 «E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”».

Arrivati a questo punto nella lettura della Bibbia abbiamo l’impressione che Dio abbia appena finito di parlare ai Patriarchi e invece non parlava in modo diretto o esplicito da almeno 400 o 500 anni.

Da questo punto di vista è significativa la “Storia di Giuseppe” (Gn 37 – 49) i cui personaggi parlano continuamente di Dio, ma Dio non dice una parola, ma si capisce bene che Egli è il regista nascosto di tutta la vicenda.

Sarebbe necessario riflettere come mai ci siano lunghi periodi della storia in cui Dio sta in silenzio (cfr 1Sam 3,2). Padre Turoldo diceva che il vero dramma dell’uomo è il “silenzio di Dio“.

Forse a causa di questo lungo silenzio e di altre situazioni storiche e culturali; la religione degli ebrei di quel tempo non era molto cristallina.

Gli studiosi registrano che era consuetudine nei trattati di alleanza delle tribù nomadi scambiarsi i propri idoli oltre ad imparentarsi attraverso matrimoni.

Per quanto riguarda la Bibbia i redattori successivi al periodo che stiamo esaminando hanno certamente provveduto a purificare le tradizioni dagli aspetti politeistici, ma qualcosa è sfuggito loro oppure non poteva essere eliminato. Di seguito alcuni esempi.

Gn 31 racconta che quando Giacobbe ritorna in Canaan dopo essere stato per lungo tempo a Carran presso Labano e averne sposato le figlie, Lia e Rachele le due grandi matriarche d’Israele, queste portano con sé gli dèi di Labano e solo grazie ad sotterfugio non ne nasce un conflitto.

In Gn 34 si parla di un’alleanza tra la tribù di Giacobbe e la città di Sichem e come clausola del trattato i sichemiti accettano di farsi circoncidere, un segno tipicamente religioso, ma manca un’analoga contropartita religiosa da parte della tribù di Giacobbe che probabilmente è stata rimossa successivamente.

Nel libro di Giosuè al capitolo 24 è presentato il “Piccolo Credo Storico” che è il prototipo dei nostri “Credo”. La vicenda è posta storicamente al termine della conquista di Canaan e le varie tribù d’Israele sono in procinto di lasciarsi per andare ciascuna nel territorio ad essa assegnato.

Al termine di questo “Credo” c’è l’invito «ad eliminare gli dèi che i vostri padri servirono oltre il Giordano e in Egitto» Gs 24,14. Più esplicito di così!

Questo è un segno che nelle loro tende non ci stava un solo dio.

Che pensare?

Non è possibile concludere che la Rivelazione data da Dio sia stata difettosa. E’ però evidente la difficoltà umana di giungere sollecitamente alla comprensione di quanto Dio rivela. Incapacità, incertezze, remore, contraddizioni sono sempre foriere di quel costante venir meno della fedeltà umana. Ma questo ogni uomo lo sperimenta sulla sua stessa pelle. Ecco, dunque, emergere un rilevante aspetto di quanto sembra essere il silenzio di Dio.

D’altra parte il politeismo si spiega facilmente: se un dio mi protegge, due dèi mi proteggono di più.

Allora è lecito chiedersi quali e quanti dèi gli ebrei adorassero in Egitto.

E Mosè cosa ne sapeva di un “Dio dei padri“, lui, cresciuto a palazzo dove ha conosciuto tutti gli dèi egiziani e lo stesso faraone che era ritenuto un dio. Può darsi che i suoi genitori biologici gli abbiano raccontato qualcosa, ma dopo tutto quel tempo e quanto detto sopra, si ricordavano ancora di quel Dio che in un tempo lontano aveva parlato agli antenati? E poi un “Dio dei padri” non poteva stare tranquillamente accanto ad altri dèi?

«E disse: “io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”».

Ebbene, Dio si autopresenta a Mosè nel segno di una continuità a partire da Abramo e poi di generazione in generazione fino a suo padre, e poi a lui, il meno indicato; uno che dice: “Chi sono io?” come visto nella lettura 8.

Questa autopresentazione di Dio a Mosè chiarisce una cosa: tutto quello che è accaduto da Abramo fino a te, che oggi sei in questa condizione, non era lontano dal mio sguardo.

Così comincia a prendere corpo un altro luogo della manifestazione del sacro: non uno spazio, ma il tempo contrassegnato dal succedersi delle generazioni, cioè la storia.

Proprio con lui, fuggiasco, rinnegato dagli egiziani e dagli ebrei, Dio sta per iniziare una nuova storia.