Lettura 14. Es 3,7 Lo sguardo di Dio
Rivediamo il versetto della lettura precedente mantenendolo il più possibile vicino alla letteralità del testo.
«Il Signore disse : “Vedere vidi l’oppressione del mio popolo in Egitto, il loro grido a causa dei sorveglianti opprimenti ascoltai, e conobbi le sue angosce… »
• «vedere vidi» L’ebraico ha la possibilità di intensificare l’azione espressa da un verbo anteponendo alla voce verbale l’infinito dello stesso verbo. Una struttura letteraria che manca alle lingue occidentali che pertanto risulta difficile da rendere nella traduzione. Sinonimi di “vedere” come: guardare, osservare, scrutare non rendono ancora l’idea di “vedere vidi”. Si potrebbe pensare a “curare” inteso come l’atteggiamento di una mamma verso il bambino: un “vedere” che partecipa della situazione del neonato.
Forse il Salmo 139 dà un’idea più adeguata. Ne diamo alcuni passaggi
«Signore, tu mi scruti e mi conosci, / tu sai quando mi siedo e quando mi alzo. / Penetri da lontano i miei pensieri / mi scruti quando cammino e quando riposo. […] la mia parola non è ancora sulla lingua / e già la conosci tutta. / Alle spalle e di fronte mi circondi / e poni su di me la tua mano… »
È una vicinanza che esprime il principio della “cura”.
Se è così abbiamo a che fare con un Dio che non se ne sta solo, indifferente nel suo cielo come il “Motore Immobile” di Aristotele, bensì di un Dio che condivide le vicende dell’uomo.
Allora dobbiamo prendere le distanze dal Dio dei filosofi.
• «mio popolo» Per la prima volta nella Bibbia Dio si esprime in questo modo verso i discendenti di Giacobbe. Già nella 4a lettura dicevamo che il termine “popolo” è sociologicamente improprio perché mancano tutte le istituzioni che lo rendono tale: leggi, magistrati, sacerdoti, governanti, un esercito e soprattutto un territorio.
Ma qui è Dio che già considera quel gruppo di schiavi senza diritti, un popolo. E per giunta “mio”!
Quel “mio” stabilisce un legame di proprietà, di solidarietà, ma sarebbe meglio dire di “amore” tra i due.
Infatti i profeti tratteranno il rapporto Dio-Israele come quello tra due innamorati, o due sposi (vedi Osea).
Quindi chi tocca il “mio” popolo tocca Dio: commette un atto che non può rimanere senza conseguenze.
Se è così si ribadisce e si rafforza quanto espresso dal “vedere vidi”.
• «ascoltai il grido a causa dei sorveglianti» “Ascoltare è un verbo più intenso di udire perché si “ode” tutto quello che giunge i nostri timpani ma “ascolto” solo ciò cui presto attenzione. Pertanto c’è da parte di Dio un atteggiamento di attenzione, di partecipazione che ancora ci riporta al senso di “vedere vidi”.
Però ciò che dovrebbe sconvolgerci è l’oggetto dell’ascolto. Se abbiamo a che fare con Dio dovrebbero essere: preghiere, nuvole d’incenso che salgono verso il cielo, canti, liturgie, processioni e via dicendo. E invece è solo “un grido”. Tra l’altro causato dai sorveglianti oppressori.
Il Salmo 34,7commenta così «Il povero che grida Dio lo sente e da tutte le sue angosce lo salva».
E il Magnificat ne fa il controcanto: «… ha rovesciato i potenti dai troni / e ha esaltato gli umili » (Lc 2,52).
Anche questo “ascoltare” da parte di Dio si lega con quel “vedere vidi”.
• «le sue angosce conobbi» Il verbo conoscere in ebraico non dice un semplice atto intellettuale, ma implica un legame esistenziale, esperienziale che coinvolge tutta la persona tanto da indicare l’unione sessuale tra marito e moglie.
Anche questo ci rimanda al “vedere vidi” così che tutti i verbi sono legati tra loro ad indicare il pieno coinvolgimento di Dio con questo “mio popolo”. Un coinvolgimento che non si limiterà solo alla vicenda esodica, ma proseguirà fino al Calvario… e ancora più avanti…