Lettura 25 Es 12,1- 13,16 La prima pasqua: il passaggio di Dio, prima parte
Es 12,1 «JHWH disse a Mosè e ad Aronne nel paese d’Egitto: 2 “Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi,sarà per voi il primo mese dell’anno“»
Come? Dopo quella sorta di prologo costituita dal capitolo 11 ci sia aspetta la conclusione, la soluzione definitiva e invece ci viene presentata una lista di prescrizioni rituali.
Il fatto è che il pensiero ebraico di quel tempo non segue il nostro schema di ragionamento.
Quando noi dobbiamo esprimere un concetto, descriviamo le premesse, sviluppiamo i loro collegamenti e alla fine enunciamo la parte principale.
Mostriamo come ragionavano gli ebrei riferendoci direttamente al nostro testo, tenendo però presente che a quel tempo non esistevano segni di interpunzione, non separavano una parola dall’altra, non dividevano i libri in capitoli, sezioni e paragrafi, ma erano ugualmente capaci di strutturare il testo articolandolo tra diversi personaggi, cioè facendo parlare ora uno ora l’altro.
A => 12,1-20 Parla il Signore a Mosè e Aronne=> pasqua, primogeniti, azzimi
B => 12,21-28 Parla Mosè agli anziani=> agnelli, pasqua, catechesi
C => 12,29-42 Sezione narrativa => IL PASSAGGIO DI Dio E LA STRAGE
A’=> 12,43-13,2 Parla il Signore a Mosè e Aronne => pasqua, agnello, primogeniti
B’=> 13,3-16 Parla Mosè al popolo => azzimi, catechesi, primogeniti
Si vede a colpo d’occhio che la parte più importante e quella centrale perché è trattata una sola volta mentre le altre 2+2 le ruotano intorno. Perciò l’annuncio della strage dei primogeniti fatta nel capitolo 11 viene pienamente confermato e attuato.
Noi continuiamo a seguire il testo perché quelle prescrizioni rituali non sono un semplice corollario.
Anzitutto il versetto di apertura, che a prima vista sembra banale, è in realtà è la scoperta o l’invenzione della storia.
Abbiamo già visto che JHWH non si presenta come Dio della fecondità o di un determinato luogo «perché sua è la terra e tutto quanto contiene», ma si presenta come “Signore della storia” per cui intreccia relazioni con… in qualunque luogo e in qualunque situazione. Egli è il “Dio vicino” che cammina in mezzo al suo popolo e ne condivide tutte le vicende, tutte le storie, appunto, anche le più modeste e kenotiche come la mia, la tua, la sua, ecc.
Ora, la concezione di storia esistente in quel tempo in Egitto, in Mesopotamia, in Grecia era di tipo naturistico, ciclico, sul modello delle stagioni. Ciò che accade oggi è già accaduto e accadrà ancora e si ripeterà all’infinito. Ne segue che se riesco a sapere cosa è accaduto, posso anche prevedere cosa accadrà. Da qui la magìa, le divinazioni, ecc.
Si pensi ad esempio al mito di Edipo. Un oracolo aveva predetto: il figlio che nascerà dal re di Tebe ucciderà il padre e sposerà la madre. Per precauzione lo mandano via e viene cresciuto da un ignaro pastore. Diventato grande e forte guerriero, un giorno ha un diverbio con un auriga e nella lotta lo uccide insieme al passeggero che guarda caso è il padre che non ha mai conosciuto. Arrivato a Tebe dopo varie avventure sposerà la regina, cioè la madre.
È chiaro che in un mondo di questo tipo domina il fato, impera il destino e l’opera dell’uomo, anche se ce la mette tutta, non riesce a sfuggire a ciò che è stabilito; praticamente è del tutto irresponsabile di ciò che gli accade.
Nel mondo ebraico grazie a rivelazioni come quella del nostro versetto, la storia non è soggetta ai capricci del fato o ai litigi tra gli dèi (guerra di Troia), ma è il luogo della manifestazione dell’amore di Dio per ogni uomo.
Il suo dispiegarsi non è ciclico, ma lineare: c’è un inizio e una fine e non puoi tornare indietro; ogni evento è importante: la giornata perduta non la ricuperi più, l’occasione lasciata è persa per sempre.
Ne consegue che ogni uomo è una realtà, un pezzo di storia unica e irripetibile, come spesso diceva Giovanni Paolo II, quindi prezioso agli occhi di Dio.
Proprio per questo è importante “fare memoria” di certi eventi. Però il nostro “fare memoria” suona alle nostre orecchie come: “allora me lo segno sull’agenda”. Invece il verbo “zakar” e i suoi derivati, usato più volte in questi testi, è molto di più, e nel nostro caso significa: mangiare pane azzimo per sette giorni, senza sale, accompagnarlo con erbe amare, procurarsi un agnello intero e tenerlo separato per quattro giorni (ciò che è separato è sacro), mangiarlo in un modo preciso: arrostito, senza spezzargli alcun osso, vestiti in tenuta da viaggio.
Il tutto seguito da una catechesi introdotta dal figlio più piccolo.
Un rito “famigliare” che si ripete ogni anno perché “io”, non solo quelli là, vissuti 3200 anni fa, proprio io, oggi, «sono stato liberato dalla terra d’Egitto dalla casa di schiavitù».
Ma è una festa o un rito penitenziale?
Qualunque risposta si dia è comunque una cosa seria. Molto seria.
Questo “zakar” trasforma il tempo cronologico, “la differenza tra un prima e un poi” come lo definiva Aristotele, che è l’idea di tempo ridotta a “spazio”, in un tempo umano. Per fare un esempio preso dal nostro oggi: un operaio che lavora mediamente 47 settimane e timbra il cartellino o striscia il badge 4 volte al giorno per 5 giorni alla settimana per 40 anni alla fine avrà timbrato 37600 volte. Quale memoria rimane di tutte quelle timbrature? Ecco questo è il tempo cronologico o “produttivo”, come lo chiamano i sociologi.
Il tempo umano, quello che diventa storia, non è molto legato agli orologi o alle agende, perché guarda a ciò che è rimasto nella mia coscienza. Agostino definiva il tempo “una distensione dell’anima” nella quale non ci stanno orologi. Proviamo a fare qualche esempio: Quando è nato mio figlio…Il primo giorno di scuola.. Quando la mia ragazza mi ha detto sì… Quando il mio ragazzo mi ha chiesto: mi vuoi sposare? Quando è morta la mamma… Quando sono guarito dal tumore… Quando i ragazzi si sono sposati… e via dicendo.
Ecco, questo tempo non “produce” nulla, ma è quello che sostiene la mia vita e struttura la “mia” storia.
Senza esagerare possiamo affermare che questo modo di considerare il tempo è nato là, 3200 anni fa, la notte di pasqua quando Dio ha detto a Mosè e Aronne:
«Questo mese (abib / nisan) sarà per te l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno»