Lettura 28 Es 12,29-34 La seconda Pasqua: il passaggio del popolo, prima parte

[Nota 1: la parte che riguarda il racconto della notte di Pasqua e l’uscita dall’Egitto nel testo non segue un filo continuo, mentre noi cerchiamo di osservare lo svolgersi degli eventi cercando di mantenere il più possibile un ordine logico al susseguirsi dei fatti, anche se ciò obbliga a saltare da un capitolo all’altro del testo.

Nota 2: in base a quanto detto nella “Lettura 2” è necessario prestare attenzione ai significati da dare al verbo “uscire”.]

Il “passaggio”, “Pasqua”, di Dio si conclude con la strage dei primogeniti degli egiziani.

Che la narrazione di questa strage sia solo un’eziologia liturgica, una spiegazione del perché si faccia quel rito, ce lo fa intuire anche la ripresa nel dettaglio di come devono essere celebrati i riti dell’agnello (12,43 – 13,2) e degli azzimi (13,3-10).

Questo però non significa che agli egiziani non sia accaduto nulla: a quei tempi la mortalità infantile era enorme; in più le condizioni igieniche, tenuto conto del modo in cui case e città erano costruite, favorivano il diffondersi delle epidemie. D’altra parte fenomeni per noi “naturali”, dalla scienza e dalla cultura del tempo erano facilmente attribuiti agli dèi: segnali provenienti dal mondo divino. Tant’è che Faraone in quella stessa notte, non solo concede loro di andare a compiere il sacrificio a JHWH nel deserto, ma chiede anche di essere benedetto. A suo modo riconosce la potenza di questo Dio sconosciuto.

Es 12,31 «Il Faraone convocò Mosè e Aronne nella notte e disse: “Alzatevi e abbandonate il mio popolo, voi e gli Israeliti! Andate a servire il Signore come avete detto32 Prendete anche il vostro bestiame e le vostre greggi, come avete detto, e partite! Benedite anche me!“».

Si noti che Faraone aderisce alle richieste fatte da Mosè negli incontri precedenti: “un cammino nel deserto per tre giorni portando anche il bestiame” (3,18; 5,3; 7,16). Il redattore sottolinea l’importanza della condizione ripetendo due volte: “come avete detto“. Però troviamo:

12,34 «Il popolo portò con sé la pasta prima che fosse lievitata recando sulle spalle le madie avvolte nei mantelli», e più avanti il versetto 12,39 «Fecero cuocere la pasta che avevano portato dall’Egitto in forma di focacce azzime perché non era lievitata: erano infatti stati scacciati dall’Egitto; neppure si erano procurate provviste per il viaggio».

A prima vista sembrerebbe una giustificazione storica della pratica del rito degli azzimi, ma appare anche un’intenzione più sottile. Se il viaggio doveva durare solo tre giorni le madie avrebbero potuto rimanere a casa: al ritorno avrebbero trovato la pasta fermentata diventata lievito nuovo pronto per essere usato.

Ma «… avvolte nei mantelli…» non significa una semplice protezione della pasta dal caldo del deserto perché avvolgere qualcuno nel proprio mantello indica una rapporto molto profondo, come quello esistente tra un uomo e la sua donna. Allora le madie con la pasta in fermentazione sono una cosa preziosa che non si può lasciare incustodita e se le portano via semplicemente perché non avevano intenzione di tornare indietro.

A sostegno di questa interpretazione sta anche 13,19 «Mosè prese con sé le ossa di Giuseppe, perché questi aveva fatto giurare solennemente gli Israeliti: «Dio, certo, verrà a visitarvi; voi allora vi porterete via le mie ossa». E infatti dopo la conquista di Canaan saranno sepolte a Sichem.

Gs 24,32 «Le ossa di Giuseppe, che gli Israeliti avevano portate dall’Egitto, le seppellirono a Sichem, nella parte della montagna che Giacobbe aveva acquistata dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento e che i figli di Giuseppe avevano ricevuta in eredità».

Questo vuol dire che il luogo di arrivo sarà la Terra di Canaan e non c’è la minima idea di tornare indietro.

Un’altra conferma è fornita dalla spogliazione degli egiziani che sono bene disposti perché si allontani dal paese la strage dei primogeniti.

Es 12,35 «Gli Israeliti eseguirono l’ordine di Mosè e si fecero dare dagli Egiziani oggetti d’argento e d’oro e vesti. 36 Il Signore fece sì che il popolo trovasse favore agli occhi degli Egiziani, i quali annuirono alle loro richieste. Così essi spogliarono gli Egiziani».

Evidentemente dopo che ti sei fatto dare oggetti di valore non è che puoi tornare indietro e dire: “beh, ho cambiato idea”! Ormai ti sei tagliato i ponti alle spalle.

È una spogliazione che può essere vista come “bottino di guerra” e infatti 13,18: «Dio guidò il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso. Gli israeliti “ben armati” uscirono dal paese». È un linguaggio di guerra. Ma una guerra combattuta da Dio.

Tutti questi avvenimenti avvengono molto rapidamente e questo risulta dall’osservazione di 12,39 «neppure si erano procurate provviste per il viaggio». Dio “accade” sempre quando meno te l’aspetti! Questo è reso molto bene da

12,42 «Notte di veglia fu questa per JHWH per farli “uscire” dal paese di Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore di JHWH per tutti i figli d’Israele, di generazione in generazione».

La preposizione “per” a volte ci confonde circa il termine ma il “per JHWH” vuol dire che Dio ha faticato tutta la notte per fare uscire il suo popolo. Per questo i liberati faranno memoria di generazione in generazione. Una veglia di ringraziamento!

L'”uscita” avviene quasi in modo trionfale:

14,18 «Il Signore rese ostinato il cuore di Faraone, re di Egitto, il quale inseguì gli israeliti mentre gli israeliti uscivano a mano alzata».

La “mano alzata” corrisponde al nostro “pugno alzato”, quella che lo sportivo innalza quando raggiunge il traguardo o fa goal, ecc. e nel caso del nostro testo allude ad una vittoria militare.

Ma quella mano non resterà “alzata” per molto!