Lettura 32 Alcune note sul processo di liberazione

È opportuno fare una riflessione su tutto il complesso del processo di liberazione.

Lo facciamo riferendoci a P. Beauchamp Cinquanta ritratti biblici.

Abbiamo visto Faraone persistere nella sua dura ostinazione nel non ascoltare i comandi di Dio e i segni che Mosè presenta a tutto l’Egitto.

Abbiamo seguito lo svolgersi delle piaghe. Ogni volta che una piaga cessava Faraone la interpretava come una debolezza della mano di Dio e non come un segno di pazienza.

Ci vorranno dieci episodi per rendere evidente e definitivo il fallimento della “Parola”.

Cieco e sordo a qualsiasi tipo di clemenza non può essere raggiunto da nessuna Clemenza.

Egli capisce solo la forza e solo una forza insuperabile può vincere la sua ostinazione.

E anche la giustizia si deve manifestare attraverso la forza.

Eppure il testo esita. Esita nel raccontare che i primogeniti d’Egitto furono sterminati da Dio stesso. È Lui o l’essere oscuro: il “Mashit”, ” Sterminatore”? (Es12,23).

Dio non «lo lascerà entrare nelle case d’Israele» (12,23) e farà in modo da lasciarlo entrare solo nelle case degli egiziani; anche «il primogenito della schiava che sta dietro la mola» (11,5) e il «primogenito del prigioniero che sta nel carcere sotterraneo» e poi «tutti i primogeniti del bestiame» (12,29).

Il racconto non fa d’Israele e dell’Egitto due popoli nemici. Lo statuto di Mosè, tutto sommato un figlio dell’Egitto, non è completamente cancellato: «Mosè era un uomo assai considerato nel paese d’Egitto, agli occhi dei ministri di Faraone e del popolo» (11,3).

Le donne d’Egitto – quindi le madri! – sono ben disposte verso le “madri” d’Israele (3,21-22).

E Mosè, sempre coinvolto nelle prime nove piaghe, non gioca alcun ruolo nella decima: né per scatenarla né per interromperla.

Ma c’è un segno più esplicito, un campanello d’allarme sull’assenza di una giustizia veramente degna di Dio in questa notte pasquale. Il vero segno della Pasqua è il sangue dell’agnello. Sangue: segno visibile che fa vistosamente vedere che non c’è stata giustizia. Di questo Israele resterà per sempre il vero testimone.

L’agnello non ha niente a che fare con la durezza del cuore di Faraone. La sua innocenza allora rappresenta l’innocenza dei primogeniti d’Egitto.

L’agnello, se non fa giustizia, non è neanche estraneo ad essa dato che “segnale e ricorda” quell’ingiustizia di generazione in generazione. Egli è la verità nascosta del racconto, anzi, egli testimonia che la verità si rende irreprensibilmente visibile: la verità di un’ingiustizia profonda.

Dopo la Pasqua, Israele liberato resta in debito verso l’Egitto. In un modo più realistico che aneddotico: le donne d’Israele sono uscite adornate dei gioielli che avevano ricevuto “in prestito” dalle loro sorelle, le donne… e le madri (rimaste senza il loro primo figlio) d’Egitto (12,35-36): quando glieli chiederanno indietro?

E non dimentichiamo al di là del Mar Rosso la lunga fila di cadaveri egiziani disseminati sulla riva.

Mosè aveva cercato, invano, di nascondere nella sabbia il suo primo morto egiziano (2,12). Ma questi…?

L’Egitto colpito, Israele risparmiato: un debito sospeso! E Mosè salvato dalle acque da un’egiziana.

Questo Mosè ritornerà quando sarà cantato quello che Apocalisse chiama «il cantico di Mosè e il cantico dell’Agnello» (Ap 15,3). 

Solo allora egli si riconoscerà in Colui che prendendo il posto sia di Mosè sia dell’Agnello farà dell’Egitto e d’Israele un solo popolo… per mezzo del “suo” sangue. 

Breve nota per il nostro l’oggi.

L’agnello non fa parte della tradizione cristiana della Pasqua. Si mangia l’agnello perché la pastorizia, un tempo molto diffusa, offriva questo tipo di carne. E in primavera quando nascono i piccoli devi far fuori quelli che nel gregge non producono latte, cioè i maschi. In un gregge, infatti, bastano pochi montoni per fecondare le femmine

Però se lo si mangia a Pasqua nell’idea di osservare un rito, sia chiaro che è per sempre il testimone di una grande ingiustizia. Essa è tutta da capire. Perché, essa, è tutta da rivivere. Certo, illuminati e ravvivati da Gesù. Lui è il vero agnello della Pasqua.

Lettura 33 Ancora una nota sul processo di liberazione

Prima di incamminarci nel deserto restiamo ancora un poco sulla riva del Mar Rosso riflettendo su quel debito dei figli d’Israele verso l’Egitto.

Lo facciamo con l’aiuto di Paolo “Apostolo delle genti”, che per la precisione non si è mai recato in Egitto, ma solo in Asia Minore, in Grecia e infine a Roma. Però l’Egitto del suo tempo da diversi secoli parlava greco e Alessandria era la grande capitale mondiale della cultura ellenica, mentre la vecchia Atene al confronto era ridotta ad un quartiere di periferia. Quindi rivolgendosi ai greci da lui visitati, Paolo parlava anche a quelli d’Egitto.

Nel capitolo 9 della lettera ai romani osservando che il popolo ebraico nel suo complesso istituzionale ha rifiutato il messaggio di Gesù, si pone questo problema: chi sono oggi i “figli d’Israele”. (NB: nelle letture precedenti ci siamo scostati dalla Bibbia CEI che traduce con “israeliti” o “giacobiti”, preferendo rispettare l’originale che usa “figli di Israele”).

Paolo non può fare a meno di appoggiarsi alla teologia della “elezione divina” che cerchiamo di spiegare brevemente seguendo la sua traccia.

Abramo ha avuto due figli, ma solo attraverso Isacco è proseguita la discendenza e la Promessa (Rm 9,7-8).

Poi Isacco avrà due figli, ma la discendenza non passerà al maggiore, Esaù, ma attraverso un inganno, al minore Giacobbe – Israele.

Scelte di questo genere proseguiranno poi nella storia successiva.

Ad esempio, Mosè il grande liberatore e condottiero, non discende dal maggiore dei figli di Giacobbe, cioè Ruben, ma da Levi, uno dei due figli maledetti dal padre (Gn 49,57).

Che dire poi di Abele e Caino. Perché i sacrifici di Abele sono graditi e quelli di Caino no?

I grandi Padri e teologi del passato hanno cercato in molti modi di spiegare questa teologia dell’elezione ma non hanno trovato risposte soddisfacenti. Siamo di fronte al mistero della libertà di Dio che non è una forza della natura della quale, una volta che ne hai compreso il funzionamento, la puoi piegare ai tuoi desideri. Egli è, invece, un “Dio personale” e quindi libero. Questa libertà emerge bene da uno degli incontri con Mosè che dovremo approfondire più avanti. Mosè ad un certo punto chiede di vedere Dio e ottiene questa risposta: 

Es 33,19 Rispose: «Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio nome: JHWH, davanti a te. Farò grazia a chi vorrò far grazia e avrò misericordia di chi vorrò aver misericordia».

Dio vuole una relazione con Mosè, con il popolo che si è scelto, ma anche con tutti gli uomini che Lui ha creato, però rivendica la sua libertà.

Che non è principio dell’arbitrio del tipo: “A te faccio avere un raccolto abbondante; a te invece faccio seccare le spighe prima che maturino e… poi faccio anche venire la peste ai tuoi animali”.

È invece quel Dio che Gesù definisce così:

«Siate perfetti come il Padre vostro che dà il suo sole ai buoni e ai cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti» (Mt 5,45).

Allora Dio come agisce?

Riprendiamo la storia d’Israele.

A riguardo di Davide, si ripete lo schema precedente che non rispetta le usanze della tradizione degli uomini: egli è il minore dei figli di Isai e, tra l’altro, bisnipote di Ruth, una straniera moabita che “per fede” decide di restare in Israele. Rimasta vedova e pur consigliata dalla suocera a tornare a Moab, risponderà:

Rut 1,16 «Ma Rut rispose: «Non insistere con me perché ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio17 dove morirai tu, morirò anch’io e vi sarò sepolta».

Quella di Rut è una scelta “per fede”; una fede contrassegnata da grande pietà per la suocera rimasta vedova, senza figli e forme di sostentamento. È anch’essa, Ruth, “figlia di Israele”?

Se sì, allora chi sono “figli d’Israele”?

Seguendo l’evoluzione del pensiero biblico, con Isaia viene scoperta o rivelata la teologia del “resto”.

Non tutto il popolo sarà fedele all’Alleanza, ma Dio preserva sempre per sé un “Resto” che rispetterà il Patto stabilito con Lui.

Più avanti si incomincerà a pensare che non necessariamente questo “Resto” ha il DNA di Giacobbe e di Abramo.

Veniamo ai tempi di Paolo. Via, via che il cristianesimo primitivo precisa la sua identità viene allontanato dall’ebraismo ortodosso fino alla scomunica vera e propria. Ad un certo punto gli ebrei convertiti al cristianesimo non sono più ritenuti ebrei e questo crea l’impressione che gli ebrei, intesi come popolo, non abbiano aderito al cristianesimo. Ma fino a prova contraria Maria era ebrea, Gesù era ebreo, ebrei erano gli apostoli e i primi discepoli, Paolo compreso, pertanto è inconcepibile che aderendo al messaggio di Gesù improvvisamente divenissero, ellenici o romani ecc. Però resta l’idea che ebrei a tutti gli effetti sono solo quelli che non aderirono al cristianesimo.

Allora diventa ovvia la domanda di Paolo: come mai il popolo ebraico in quanto tale non ha “aderito” alla parola di Gesù? Paolo usa il termine “obbedire” oggi quasi impronunciabile; si deve usare: “aderire”, “praticare” “comprendere”, “ascoltare”, perché il cristianesimo oggi è “una proposta”; però obbedire viene da “ob-audire”; c’è sempre di mezzo un ascoltare.

Secondo Paolo gli ebrei non hanno ascoltato perché troppo legati alla Legge, ne hanno fatta un idolo, perdendo di vista che la salvezza non viene dalle opere, dalla messa in pratica di tutti i precetti, ma dalla fede nella grazia, cioè nell’amore di Dio che ti vuole vicino. La pretesa di salvarsi attraverso la pratica dei precetti equivale al volersi salvare da sé, senza bisogno di Dio. Che equivale a costringere Dio a salvarmi perché ho versato regolarmente le decima parte del timo, della salvia… o perché ho mangiato di magro al venerdì.

Questa è appunto la dis-obbedienza.

Quindi Paolo mette in relazione iniziale dis-obbedienza dei pagani, compresi i “nostri” egiziani, che non hanno saputo riconoscere Dio nella bellezza della creazione e si sono dati agli idoli e l’attuale dis-obbedienza degli ebrei che non hanno colto il messaggio di Gesù preferendo il loro idolo/Legge.

Questo farebbe parte del disegno di Dio perché perdonando la dis-obbedienza dei primi e dei secondi possa fare grazia agli uni e agli altri e radunare tutti in unità, in un solo popolo.

Tornando al nostro libro di Esodo, la salvezza portata da Gesù è passata attraverso i “figli d’Israele” a da questi ai pagani e in particolare, agli egiziani.

Non è che in questo si possa vedere una compensazione del debito nato con il popolo d’Egitto 1200 anni prima?