Lettura 36 Es 16, 1-36 La prova della fame, manna e quaglie

Anche per questo capitolo sorprende la difficoltà che hanno gli studiosi ad individuare il percorso e i luoghi di sosta nel deserto e per contro la precisione con la quale il testo scandisce l’itinerario.

Alcuni lo spiegano sostenendo che il redattore voglia dare valore scientifico al racconto, ma è più plausibile ritenere che egli voglia dimostrare che tutto il cammino è guidato da Dio nascosto dalla Nube.

Nei primi vv viene citato due volte «tutta la comunità dei figli d’Israele» per mostrare che in questa mormorazione c’erano dentro tutti.

16, 2 «Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. 3 Gli Israeliti dissero loro: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine”».

La prima parte della lamentazione è antiesodica e addirittura ritiene migliore l’essere morti. Molto simile a quella di Es 14,11-12 quando si trovavano tra l’esercito di Faraone e il mare. Siccome l'”uscita” è avvenuta prodigiosamente per opera di Dio mediante le piaghe, i primogeniti e il miracolo del mare, questa mormorazione è implicitamente una sfida verso Dio che verrà espressa esplicitamente al c17. La seconda parte è decisamente pretestuosa e rende ironico il titolo “prova della fame”. Uno che ha fame chiede pane, non carne, soprattutto in quei tempi quando gli animali dovevano fornire latte, lana, uova e la carne era limitata alle grandi occasioni. Ancora negli anni ’50, dalle nostre parti girava il detto”quando un contadino ammazza un pollo, uno dei due è ammalato”.

(A questo proposito è utile ricordare che i testi liturgici chiedono sempre il sacrificio di un agnello o vitello maschio, non perché il maschio valga di più della femmina, ma perché questa è produttiva per tutta la vita. In un gregge i montoni servono solo per la riproduzione e un po’ di lana; in una mandria a volte non si tiene neanche un toro. Quindi la richiesta di sacrificare un maschio tiene conto delle esigenze alimentari dei pastori).

Ma, forse, più che un pretesto questa richiesta di carne e un tentativo di mettere alla prova Dio il cui senso è: se tu sei Dio dammi questo. Se ci pensiamo, dobbiamo rilevare che una pretesa sempre presente nell’uomo: fare diventare Dio un tuo servitore anziché un tuo partner.

Nel nostro caso, però, Dio sembra indifferente alla mormorazione e va diritto al desiderio di “cibo”, ma parla prima di pane – manna e solo dopo di carne.

La manna non è un cibo normale tanto che viene legata la precetto del sabato; Sal 78,24 la chiama «pane del cielo» e «cibo degli angeli», quindi di una qualità altra. Dt 8 addirittura la contrappone al pane.

Come nel racconto di Mara anche qui è in gioco una prova e il riferimento ad una legge.

v 4c «voglio infatti metterlo alla prova (nasah) per vedere se cammina secondo la mia legge o no».

Ma il nocciolo principale di questo racconto sono le “mormorazioni” che ricorrono sette volte perché riguardano il rapporto con Dio. Il quale però sembra restare indifferente ad esse.

Non così Mosè ed Aronne che rimproverano il popolo è iniziano una diatriba con esso. Però la discussione è interrotta da Dio stesso che nella Nube rende visibile la sua Gloria / Kavod… forse a ribadire che quella Nube non è un fenomeno atmosferico e che seppure invisibile, Lui è sempre presente.

Il senso, come visto a proposito di Mara, è un intervento di Dio che tende a “confermare” e “incrementare” la fede del “suo” popolo.

Tuttavia Dio non parla direttamente al popolo, ma a Mosè e qui si mostra una costante a riguardo a tutte le discussioni tra Mosè, Aronne e il popolo: l’intervento di Dio con il suo giudizio che non ammette repliche, pone fine alle “mormorazioni”.

E se anche Dio, in questo caso, le chiama “mormorazioni” vuol dire che non sono riferite ad un vero bisogno e tuttavia, sorprendentemente, Egli dà loro soddisfazione.

Possiamo aggiungere: perché siamo ancora prima delle teofanie del Sinai.

Così, alla sera giungono le quaglie che, ancora oggi, due volte l’anno nella loro migrazione, approdano nella penisola del Sinai e soprattutto quando vengono dal mare sono così sfinite che si possono prendere semplicemente con le mani o raccoglierle da terra. Ci sorprende la sinteticità con cui l’episodio è riferito.

In effetti alla redazione preme sottolineare il tema della manna che è subito collegata al precetto del sabato. Scientificamente si tratta del lattice che secerne un arbusto e che si rapprende subito a contatto con l’aria. Ancora oggi i beduini lo raccolgono e lo spalmano sul pane.

Ci interessa rilevare che la quantità che ciascuno ottiene non dipende dalla quantità raccolta: quando è misurata è sempre un “omer”. Essa è commestibile solo per un giorno, non è possibile conservarla, accumularla e tantomeno tesaurizzarla, quindi non può essere commerciata. Ogni giorno la quantità necessaria, non di più!

Anche noi nel “Padre nostro” ogni giorno chiediamo il pane “quotidiano”; un rimando che ci fa riflettere.

Altra caratteristica è l’omer conservato a testimonianza per i discendenti da porre nella tenda del convegno o della testimonianza (che al momento non è ancora costruita). Come mai questa non deperisce?

Questo cibo si rende disponibile per quarant’anni e viene donato lungo tutto il cammino nel deserto (v35). La precisazione dell’unità di misura è utile per capire cosa il redattore intende per “omer”, una misura di capacità pari a quattro litri e mezzo (v36).

La manna è paragonata alla brina che cade dal cielo (v14). Gli antichi non sapevano come si formasse la rugiada e di conseguenza la brina; ritenevano che fosse qualcosa che scendeva dal cielo.

Oggi sappiamo che il raffreddamento notturno del terreno è più rapido di quello dell’aria e di conseguenza l’umidità atmosferica si condensa in tante piccole gocce che troviamo il mattino sui prati e che possono gelare se il freddo è intenso.

L’ultimo versetto ci fa comprendere che questo redattore non ha fatto l’esperienza del deserto, ma è uno che vive dopo, perché sa che dopo l’arrivo in Canaan la manna non cade più.

In verità, se lasciamo per un momento questa gente nel deserto, dobbiamo dire che il tema delle prove (nasah), delle mormorazioni e il precetto del sabato riguardano l’Israele di sempre: un popolo sempre in bilico tra la fedeltà al suo Dio e l’imitazione degli usi cananei. I vari redattori non hanno esitato a proiettare le “loro” mormorazioni su questi fuggiaschi perché le “prove” (nasah) di questi servissero da esempio ai loro contemporanei.

Ma tutto questo non vale anche per noi?