Lettura 51 Es 24,12-18; 31,18; 32,1-35 Il vitello d’oro e la rottura dell’Alleanza – berit, seconda parte
Si vede subito che la parte finale del c. 24 prepara quanto sarà raccontato nel c. 32 anche se questo può sfuggire perché ci sono di mezzo i capitoli 25 – 31 che riguardano le norme per la costruzione del Santuario e l’istituzione dei ministri del culto.
Inoltre questi ultimi versetti del c. 24 appartengono ad una tradizione diversa dai precedenti perché in 24,7 si legge:
«Quindi (Mosè) prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo » e questo, abbiamo detto, segna la nascita del Libro Sacro.
Mentre poi si parla di una altra forma scritta. Questa volta operata da Dio stesso su tavole di pietra.
24, 12 «Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli». 13 Mosè si alzò con Giosuè, suo aiutante, e Mosè salì sul monte di Dio».
Per fare questo è però necessario trovare un sostituto, una guida per il popolo impreparato e in fase di formazione
24, 14 «Agli anziani aveva detto: «Restate qui ad aspettarci, fin quando torneremo da voi; ecco avete con voi Aronne e Cur: chiunque avrà una questione si rivolgerà a loro».
Poi Mosè sale sul monte e ci rimane per un periodo abbastanza lungo; il numero 40 indica simbolicamente il tempo necessario per un cambiamento. E allora siamo avvertiti che sta per accadere qualcosa di importante.
15 «Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. 16 La Gloria del Signore venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno il Signore chiamò Mosè dalla nube.
17 La Gloria del Signore appariva agli occhi degli Israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna. 18 Mosè entrò dunque in mezzo alla nube e salì sul monte. Mosè rimase sul monte quaranta giorni e quaranta notti».
Terminato il lavoro di scrittura delle Tavole della Testimonianza vengono consegnate a Mosè
Es 31,18 «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio».
A questo punto si apre il capitolo 32 che presenta una serie di confronti che talora assumono la forma di veri e propri scontri.
Però già al c. 24 c’è il confronto tra Dio e Mosè, riportato sopra, durante il quale sono state redatte le Tavole della Testimonianza.
Poi abbiamo il confronto tra Aronne e il popolo 33,1-6.
Poi Dio parla a Mosè di quello che sta facendo il popolo 15-14.
Quindi confronto tra Mosè e Giosuè 15- 18.
Lo scontro tra Mosè e il popolo 19-20.
Lo scontro tra Mosè ed Aronne 21- 24
Poi Mosè e i Leviti 25-29
Ancora tra Mosè e Dio 30-35.
Come si vede il perno di tutta questa rete di relazioni è Mosè che deve agire da Mediatore perché non accadano rotture irreparabili.
Anzitutto il contrasto radicale tra la scena sul monte dove Dio e Mosè stanno elaborando la Torah, la legge fondamentale che sarà valida per sempre (in Glosse nota esegetica 6). Un’attività particolarmente faticosa e laboriosa se richiede un tempo così lungo; 40 giorni appunto.
In basso invece il popolo che giudica la perdurante assenza di Mosè come un ritardo ingiustificato anche se 24, 17 recita: «La Gloria di JHWH appariva agli israeliti come fuoco divorante sulla cima della montagna».
L’idea è che Mosè se ne sia andato per i fatti suoi «Quel uomo, quel Mosè» dopotutto chi è? non era mica uno dei nostri. Non è mai stato là, con noi, a fare mattoni.
Aronne, la guida che sostituisce Mosè, non tenta neanche un minimo accenno di contrasto, ma passa subito all’azione fabbricando il Vitello d’oro.
Si discute sul senso di ciò che vuole il popolo. Le traduzioni che indicano dio con la minuscola portano a pensare che si tratti di un idolo, se invece viene scritto con la maiuscola si pensa che sia un’immagine di JHWH. Purtroppo l’ebraico non distingue tra maiuscola a minuscola. Tuttavia se non è un idolo, volere «un Dio che cammini alla nostra testa» v1, mette in dubbio la presenza di Dio in mezzo al popolo e lo rende alla stregua degli dèi degli altri popoli.
Il popolo, al v. 4, dice: «Ecco Israele colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto». Colui chi? Questo vitello può essere indifferente Api o Baal o JHWH o qualunque Dio rappresentato da un toro, immagine molto diffusa tra i popoli vicini.
In verità c’è un timido tentativo da parte di Aronne di significare diversamente la statua:
« 32,5 Ciò vedendo, Aronne costruì un altare davanti al vitello e proclamò: «Domani sarà festa in onore del Signore». 6 Il giorno dopo si alzarono presto, offrirono olocausti e presentarono sacrifici di comunione. Il popolo sedette per mangiare e bere, poi si alzò per darsi al divertimento»
Sembra si possa dire che l’idea di Aronne è che il vitello rappresenti JHWH; questo è comunque contro il divieto di fare immagini.
Il tutto termina con un orgia religiosa il cui eco raggiunge la cima del monte.
Di tutto questo Dio avverte Mosè e la collera gli detta una soluzione radicale.
Es 32,9 «Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo e ho visto che è un popolo dalla dura cervice. 10 Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li distrugga. Di te invece farò un popolo grande = le goì gadol».
Queste ultime sono esattamente le stesse parole dette ad Abramo in Gn12,2 «[..] Di te farò un popolo grande = le goì gadol» che l’ebraico conserva mentre le traduzioni…
Cioè, Dio è talmente incollerito che vuole ricominciare tutto daccapo, cancellare seicento anni di storia con tutto quello che c’è stato di mezzo.
La preghiera di Mosè è un capolavoro di diplomazia orientale.
Dio gli aveva detto v7 «Va’ scendi perché il tuo popolo che tu hai fatto uscire dal paese di Egitto…» Mosè ribatte:
v11« […] Perché divamperà JHWH la tua ira contro il tuo popolo, che Tu hai fatto uscire dal paese di Egitto con mano potente»?
La nostra attenzione deve cadere sul possessivo “tuo” e sul “tu” che ha liberato il popolo.
Ora però osserviamo integralmente la intercessione di Mosè verso questo Dio incollerito.
Es 32, 11 «Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? 12 Perché dovranno dire gli Egiziani: Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo. 13 Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese, di cui ho parlato, lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre».
14 Il Signore abbandonò il proposito di nuocere al suo popolo».
La difesa del “Tuo” popolo da parte di Mosè non riguarda i meriti del popolo per il quale non ci sono scuse, ma le qualità di Dio secondo tre argomenti.
1- La liberazione realizzata da Dio stesso che sarebbe vanificata.
2- La figura che farebbe la Sua immagine (di Dio) nei confronti degli altri dèi e degli altri popoli
3- Le promesse fatte ai Padri.
In tutto questo è presente la “teologia del nome di Dio” che si rileva facilmente dal Salmo 22
1 «Il Signore è il mio pastore: / non manco di nulla; / 2 su pascoli erbosi mi fa riposare, / ad acque tranquille mi conduce. /3 Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, /per amore del suo nome».
L’attenzione deve essere attratta su “per amore del suo nome” che sta a dire che la fiducia o la sicurezza dell’orante non è garantita dai suoi meriti, ma dall’amore di Dio per il di Lui nome. Nome che in ebraico indica l’essenza della persona.
Così la fedeltà di Dio non può mai essere messa in dubbio perché Lui è geloso del suo Nome, ed è sempre fedele a se stesso, mentre la nostra fedeltà… La conclusione:
14«JHWH rinunciò di nuocere al suo (di Dio) popolo».
Mosè con la sua preghiera è riuscito a “convertire Dio“. Un’impresa che non era riuscita ad Abramo quando voleva salvare Sodoma e Gomorra (Gn 18).
Vedremo al capitolo 33 che Mosè non è ancora soddisfatto di questo risultato.
Certo, “convertire Dio” è un antropomorfismo da cui la teologia si preoccupa subito di prendere le distanze. Però la Bibbia è zeppa di questi antropomorfismi.
E anche il Figlio si è lasciato convertire dalla donna Siro Fenicia che lo pregava per la sua bambina (Mt 15, 21-28).
Gesù viene convertito non tanto perché ha guarito quella bambina, ma perché dalla supplica / fede di quella donna ha compreso che la sua missione non era riservata solo ai figli di Israele.