Lettura 59 Es 34,5-8 La teofania, prima parte
Prese le distanze dal quotidiano, salito fino alla cima del monte «per Me», Mosè può finalmente vedere Dio, ma alle condizioni stabilite in Es 33,19 (lettura 57). Deve entrare nella cavità della rupe e, protetto dalla mano di Dio, lo vedrà passare, ma solo di spalle.
Es 34,5 Allora JHWH scese nella nube e stette là presso di lui e proclamò il nome JHWH.
6 E passò JHWH davanti a lui proclamando: «JHWH, JHWH, Dio RAHAM (misericordioso) e HANAN (pietoso), lento all’ira e ricco di HESED (grazia) e di EMET (fedeltà) 7 che conserva la sua HESED (favore) per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».
Nella lettura 57 avevamo già incontrato ed elaborato i termini “raham” e “hanan”; ora dobbiamo esaminare due nuovi attributi di Dio che Lui stesso rivela tramite Mosè.
Purtroppo l’ebraico antico è una lingua dotata di pochi vocaboli in confronto a quelle moderne per cui la traduzione nella scelta del termine adatto deve tenere conto del contesto di cui esso fa parte non perdendo di vista tuttavia anche tutti gli altri significati che stanno sullo sfondo.
Nel v 6 abbiamo due coppie di attributi di Dio “Raham con Hanan” e “Hesed con Emet” e ogni coppia costituisce una endiade (dal greco: en = uno e diade = due), cioè un concetto composto da due parole che non possono essere separate, pena l’affievolirsi o il venir meno del senso.
Però se vogliamo guadagnare la sfumatura che distingue ogni termine, della coppia, dobbiamo risalire alla sua radice materiale, “cosale” da cui deriva.
Si tratta di un procedimento che talvolta è necessario fare anche per l’italiano.
Tutti i concetti astratti che vivono esclusivamente nel pensiero, hanno radice nella sensibilità e più esattamente, nei nostri sensi. Ci spieghiamo con due esempi.
Se dico che una persona è ruvida non mi riferisco alla superficie della sua epidermide, ma al suo comportamento; e lo posso dire perché attraverso il mio tatto ho appreso la sgradevole sensazione che ricevo passando la mano sulla carta vetrata. Allo stesso modo, se dico che Piero è dolce non è perché ho assaggiato una parte del suo corpo, ma perché avendo appreso attraverso l’organo del gusto la differenza tra una caramella e un limone posso dire che il suo carattere è gradevole. Ma i miei interlocutori mi possono comprendere solo se hanno fatto tali esperienze sensibili.
I termini della prima endiade li avevamo già incontranti nella lettura 57.
RAHAM è il nome dell’utero e delle viscere; ed esse si commuovono e si emozionano davanti a…
HANAN è l’immagine dell’essere chinato, piegato sul proprio piccolino, cioè l’immagine della tenerezza.
Se è così Dio si presenta come colui che è ricco di “commozioni e tenerezze per…” le sue creature.
Il significato della seconda endiade è meno complesso da rendere.
HESED sta per amore, un “amore grazioso favorevole” o una “grazia o favore amoroso”.
EMET da punto di vista soggettivo indica: fedeltà, lealtà e dal punto di vista oggettivo: verità, certezza, sicurezza.
L’elemento sensibile, la “cosa” da cui è deriva è la roccia, la pietra.
Allora, l’endiade, l’insieme dei due termini vuole indicare un amore roccioso, inossidabile leale e costante, qualcosa di cui puoi fidare.
EMET è la radice da cui deriva “Amen”: così è, sono sicuro come la roccia che è così. Nella nostra lingua abbiamo un altro riferimento e infatti diciamo: “sono sicuro come l’oro… Forse perché l’oro è inossidabile, non arrugginisce mai.
La posizione di Dio nei confronti del peccatore v7.
Abbiamo già esposto nella lettura 56 la differente concezione del peccato esistente tra la nostra comprensione e quella ebraica e ad essa rimandiamo.
In questo testo il peccato e nominato con tutt’e tre i termini “esistenziali” e non legalistici, usati dalla Bibbia, ma ci interessa cogliere l’atteggiamento di Dio verso il peccatore.
Un dio che si rispetti, un dio alla Feuerbach, dovrebbe applicare con il massimo rigore una legge che punisca come si deve i colpevoli. È una questione di giustizia, dopotutto.
Ma JHWH distingue tra peccato e peccatore.
E in questo versetto lo scrittore sacro è stato capace di salvare la giustizia, da un lato e la Hesed dall’altro, attraverso un rapporto matematico: quattro contro mille…
E a quel tempo non era ancora stato scoperto il concetto di infinito che, in qualche modo, veniva espresso attraverso un numero molto grande: mille nel nostro caso.
Alcuni esegeti hanno definito questi versetti: “carta d’identità di Dio“.
Un Dio, il nostro, che non può non perdonare.
Non perché qualcosa glielo imponga, ma perché Dio è così!
E quando arriverà tra noi il Figlio, non solo li perdona, ma va anche a cercarseli.