Lettura 67 L’Alleanza e il Comandamento
Con la precedente lettura si è concluso il viaggio compiuto dai figli di Israele dall’Egitto al Sinai, dalla condizione di schiavitù a quella di un popolo libero e responsabile. Una responsabilità che dovrà mostrarsi attraverso molte prove descritte in particolare dal libro di Numeri.
Tutto il percorso è stato compiuto sotto la guida di Dio con la mediazione di Mosè. Un popolo che di tanto in tanto si lamentava, talvolta rimpiangeva l’Egitto e se la prendeva con Mosè e addirittura con Dio stesso.
Però Dio non l’ha mai “mollato”. Anche a ridosso del’evento idolatrico del Vitello d’oro e pur minacciando di abbandonarli al loro destino, JHWH si inventa la Tenda dell’Incontro o del Convegno (es 33,7-11) per stare comunque “in mezzo” a loro.
Abbiamo sottolineato ripetutamente che l’obiettivo di Dio è sempre stato, anche di fronte alle deviazioni più gravi, quello di salvaguardare l’Alleanza perché appunto essa è la “Mia” Alleanza. In tutta la Bibbia non si parla mai di un’alleanza che si “nostra”.
Così mentre posso sempre dire che Dio è mio alleato, non posso mai rovesciare i termini e dire che io sono alleato di Dio, perché questo è condizionato dalla qualità del mio agire.
Questa “Mia” Alleanza proclamata o stipulata al Sinai attraversa tutta la Bibbia con alterne vicende e viene (ri)confermata nella vicenda “storica” (e sottolineiamo “storica” perché abbiamo testimonianze documentali) nella vicenda “storica” di Gesù Cristo e nel dono dello Spirito anche ai pagani.
Certamente è una ri-comferma, ma solitamente quando si parla di Nuova Alleanza si pensa che esista una cesura: l’antica è ormai defunta e la nuova è tutt’altra cosa…
A questo proposito si dovrebbe valutare il contributo offerto da un ebreo-cristiano come il Cardinale Jean Marie Aron Lustiger, arcivescovo di Parigi, nato a Parigi da genitori ebrei polacchi non praticanti e morto qualche anno fa.
Nel libro intervista, La scelta di Dio, Longanesi, 1985, rispondendo alla domanda sulla sua scoperta del cristianesimo quando aveva 16 anni, lui ebreo, imbevuto di razionalismo, che aveva perduto la madre e la sorella ad Auschwitz dice:
«Era come se già sapessi quello che stavo scoprendo. Non parlo degli usi, dei riti, delle pratiche, ma del contenuto del cristianesimo. Era come se mi fosse noto già da prima. Ero anzi sorpreso che gli altri non capissero quel che capivo io. D’altra parte rimango ancora oggi in questa disposizione di spirito. Le affermazioni relative al Mistero di Dio, al senso della rivelazione del Cristo, l’appello di Dio all’umanità, al suo popolo, mi sembrano in tutta evidenza far parte della logica della fede e rimango stupefatto nello scoprire che dei credenti, cresciuti nel cristianesimo sin dalla nascita non lo capiscono».
In altri parti dell’intervista riferisce che, ancora giovanissimo, pur non frequentando la sinagoga, quando entrava nella cattedrale di Chartres o in quella di Orleans o in altre chiese francesi, osservando le antiche vetrate colorate che raffiguravano i personaggi dell’Antico e del Nuovo testamento, si «sentiva a casa».
E quando i giornalisti insistono per cercare di mettere in contrapposizione Antico e Nuovo testamento, risponde che il Nuovo è compimento dell’Antico nella forma della continuità non della separazione.
Se è così possiamo dire che anche noi eravamo là ai piedi del Sinai esattamente come quando celebriamo l’Eucaristia siamo ai piedi della Croce. Pur se questa che viene “dopo” è ontologicamente prima.
Ma non è esagerato affermare che anche quelli là, ai piedi del Sinai celebrando quei riti fossero già riportati ai piedi del Crocifisso…
E se Dio decide di stare per sempre in mezzo al suo popolo nella fedeltà alla “Sua” Alleanza là al Sinai, anche oggi, nella forma dei Sacramenti, è costantemente in mezzo al “suo popolo” che si è allargato includendo anche i pagani, o gentili che dir si voglia. Ribadiamo: sempre e comunque nella fedeltà alla “Sua” Alleanza… e non per i nostri meriti.
Ma se questa è l’iniziativa di Dio qual è o quale dovrebbe essere la risposta del “suo popolo”?
La risposta è semplice. Un comportamento adeguato alla Alleanza, cioè lo abad e shamar, servizio e custodia del Comandamento. Che, ribadiamo, viene dopo l’Alleanza, nel senso che l’impegno di Dio verso il suo popolo non è mercenario, proprio come la liberazione dall’Egitto e operata prima della comunicazione della Legge e tantomeno della sua osservanza.
È esattamente quello che dice Paolo: «Gesù è morto in croce quando ancora eravamo peccatori» non dopo, quando ci siamo messi a fare i bravi ragazzi!
Questa risposta del “suo popolo” e di ciascuno di noi all’Alleanza richiede una riflessione sul Comandamento, quella parte che non abbiamo elaborato, non perché non fosse importante, ma perché richiedendo una trattazione adeguata esige che le sia concesso lo spazio necessario.