Lettura 70 Es 21,1 -11 Il Codice dell’Alleanza, terza parte
Il primo articolo dei mishpatim, le norme casuistiche, riguarda gli schiavi e precisamente gli schiavi ebrei. Questo sta a dire che il tema della schiavitù è stato sin dall’inizio, un tema molto vivo nel mondo ebraico.
Es 21:1 «Queste sono le norme che tu esporrai loro.
2 Quando tu avrai acquistato uno schiavo ebreo, egli ti servirà per sei anni e nel settimo potrà andarsene libero, senza riscatto. 3 Se è entrato solo, uscirà solo; se era coniugato, sua moglie se ne andrà con lui. 4 Se il suo padrone gli ha dato moglie e questa gli ha partorito figli o figlie, la donna e i suoi figli saranno proprietà del padrone ed egli se ne andrà solo. 5 Ma se lo schiavo dice: Io sono affezionato al mio padrone, a mia moglie, ai miei figli; non voglio andarmene in libertà, 6 allora il suo padrone lo condurrà davanti a Dio, lo farà accostare al battente o allo stipite della porta e gli forerà l’orecchio con la lesina; quegli sarà suo schiavo per sempre. (Vedi anche Dt 15,12 ss. e Lv 25,39 ss.)
7 Quando un uomo venderà la figlia come schiava, essa non se ne andrà come se ne vanno gli schiavi. 8 Se essa non piace al padrone, che così non se la prende come concubina, la farà riscattare. Comunque egli non può venderla a gente straniera, agendo con frode verso di lei. 9 Se egli la vuol dare come concubina al proprio figlio, si comporterà nei suoi riguardi secondo il diritto delle figlie. 10 Se egli ne prende un’altra per sé, non diminuirà alla prima il nutrimento, il vestiario, la coabitazione. 11 Se egli non fornisce a lei queste cose, essa potrà andarsene, senza che sia pagato il prezzo del riscatto».
Il secondo versetto suscita subito un problema perché si parla solo dello “schiavo ebreo”. E gli schiavi non ebrei?
Per loro troviamo una norma in Lv 25,44 ss. che trattiamo poi.
Ma anzitutto dobbiamo dire, d’accordo con tutti gli studiosi, che la nostra nozione di schiavitù non corrisponde ai diversi significati che aveva nell’Antico Vicino Oriente. Per esempio abbiamo già accennato al fatto che non c’è un termine che distingua lo schiavo dal servo, in ebraico come in greco, la differenza deve essere ricavata dall’osservazione dalle modalità di svolgimento del “servizio” in primis la sua durata.
Il problema si complica ulteriormente se si tiene conto delle differenti culture e i continui cambiamenti delle forme storiche di produzione avvenute nel corso del tempo.
Un esame esaustivo di questo tema non può essere trattato in questa sede (vedi bibliografia * ), possiamo però fare un sintetico confronto tra ciò che appare nella Bibbia e quello che accadeva nell’occidente greco-romano la cui tradizione ci è più familiare.
È noto che nella democraticissima Atene, il grande Aristotele riteneva che gli schiavi non fossero uomini ma cose. D’altra parte il modello di uomo del tempo era quello aristocratico e in particolare il filosofo che non “lavorava”, ma “pensava”. Gli aristocratici, appunto, costituivano coloro che “democraticamente” prendevano le decisioni riguardanti la polis. Sotto stava la classe dei militari e poi quella degli artigiani. Gli schiavi non appartenevano ad alcuna classe perché non erano cittadini.
Roma, la più grande macchina da guerra che la storia abbia mai conosciuto, usava l’esercito come mezzo per procurare mano d’opera a basso costo: i prigionieri e le prigioniere di guerra infatti finivano sui mercati degli schiavi. Si stima che in età imperiale nella città di Roma lo 80% degli abitanti fossero schiavi. Il “pater familias” aveva potere di vita e di morte su tutti i membri della casa, schiavi compresi. L’uso della fustigazione o della flagellazione non era raro e, in caso di fuga il marchio a fuoco impresso sulla fronte mostrava a tutti la tendenza alla fuga di quello schiavo; veniva usata anche la crocifissione come esempio e deterrente per gli altri schiavi della domus.
Solo in avanzata età imperiale si incomincia a proclamare leggi che mitigano questi trattamenti. L’avvento del cristianesimo e il venir meno della possibilità di procurarsi prigionieri di guerra, migliora ulteriormente le condizioni di vita degli schiavi.
Ora, possiamo dire che in Israele non esisteva questa forma di schiavitù e la ragione più plausibile dipende dal fatto che anche l’ebreo che si trova ai vertici della struttura sociale, non disprezza il lavoro, cosa assolutamente impensabile dal “signore” greco o romano. Per Israele il lavoro dell’uomo è una partecipazione all’opera creatrice di Dio, il quale, anche Lui, per sei giorni ha lavorato e solo al settimo si è riposato. Che sia così ce lo mostra anche la Bibbia nella quale non è presente un comandamento per il lavoro, considerato quasi un atteggiamento naturale dell’uomo, ma solo per il riposo. Non è possibile contare tutte le volte che le Scritture, direttamente o indirettamente, richiamano l’osservanza del riposo del sabato.
Questo riferimento alla religione, Dio che lavora, può essere confrontato con il “Motore Immobile” aristotelico o il mito di Atrahasis diffuso in tutto l’Antico Oriente. Ne abbiamo trattato alla lettura 13.
L’aspetto più rilevante è che in Israele la schiavitù, per lo schiavo ebreo, è a termine: può durare al massimo sei anni perché l’anno sabbatico, ogni sette anni, e l’anno giubilare, ogni cinquanta anni, riportano tutto alle condizioni originarie.
I vv 7-11aggiungono tre condizioni di protezione per la donna perché se non esistessero, terminato la schiavitù, non avrebbe più la possibilità di essere maritata con qualcuno.
Ad ogni modo dobbiamo registrare una diversità di trattamento tra lo schiavo ebreo e lo schiavo non ebreo.
Lv 25,44 «Quanto allo schiavo e alla schiava, che avrai in proprietà, potrete prenderli dalle nazioni che vi circondano; da queste potrete comprare lo schiavo e la schiava. 45 Potrete anche comprarne tra i figli degli stranieri, stabiliti presso di voi e tra le loro famiglie che sono presso di voi, tra i loro figli nati nel vostro paese; saranno vostra proprietà. 46 Li potrete lasciare in eredità ai vostri figli dopo di voi, come loro proprietà; vi potrete servire sempre di loro come di schiavi; ma quanto ai vostri fratelli, gli Israeliti, ognuno nei riguardi dell’altro, non lo tratterai con asprezza».
Se c’è di mezzo l’ereditarietà anche l’anno giubilare non assicura la liberazione degli schiavi stranieri. Però dobbiamo ricordare che Israele non è mai stato o non è mai potuto diventare un popolo dominatore quindi non dovette mai avere molti schiavi nel suo territorio.
Tuttavia ci dobbiamo chiedere come questi schiavi non ebrei fossero trattati.
Forse, possiamo trovare una risposta nel III comandamento del decalogo.
Es 20,8 «Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: 9 sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; 10 ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. 11 Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro».
Allora possiamo dire che almeno nei giorni di sabato tra padrone e schiavo non ci fosse differenza
Possiamo aggiungere che l’estensione dei diritti riservati ai figli d’Israele a tutti gli uomini richiede il passaggio dall’enoteismo (ogni terra ha il suo dio) al monoteismo, cioè alla teologia di un solo Dio che è Dio per tutti gli uomini. Ma questo avverrà progressivamente solo a partire dal profeta Ezechiele e dal DeuteroIsaia nel Post-Esilio.
È nello sviluppo di questa prospettiva ribadita e sviluppata ulteriormente e definitivamente da Gesù Cristo che la teologia, la filosofia e la cultura in genere saranno portate a riconoscere la dignità di ogni uomo e ad abolire la schiavitù. Quanto ad eliminarla integralmente è un problema vivo ancora ai nostri giorni.
La sensibilità ebraica al tema della schiavitù ci rimanda inevitabilmente all’esperienza dell’Egitto.
Ma la memoria della schiavitù d’Egitto riceveva un “refresh” (termine usato dagli “smanettoni” per significare che le memorie dei computer di tanto in tanto devono essere riscritte per non perdere i loro contenuti) ad ogni celebrazione pasquale, vale a dire: tutti gli anni in occasione della festa più importante del calendario, la Pasqua.
Es 13, 8 «In quel giorno tu istruirai tuo figlio: È a causa di quanto ha fatto JHWH per me, quando sono uscito dall’Egitto. 9 Sarà per te segno sulla tua mano e ricordo fra i tuoi occhi, perché la legge di JHWH sia sulla tua bocca. Con mano potente infatti JHWH ti ha fatto uscire dall’Egitto. 10 Osserverai questo rito alla sua ricorrenza ogni anno.[…] 14 Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente JHWH ci ha fatti uscire dall’Egitto, dalla condizione servile. 15 Poiché il faraone si ostinava a non lasciarci partire, JHWH ha ucciso ogni primogenito nel paese d’Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io sacrifico a JHWH ogni primo frutto del seno materno, se di sesso maschile, e riscatto ogni primogenito dei miei figli. 16 Questo sarà un segno sulla tua mano, sarà un ornamento fra i tuoi occhi, per ricordare che con braccio potente JHWH ci ha fatti uscire dall’Egitto».
Questa era la catechesi che ogni anno i bambini ebrei ricevevano, e ricevono anche oggi, “mentre celebrano” la Pasqua. “Mentre celebrano” perché il rito prescrive la catechesi che inizia con la domanda del figlio:«Che cosa è questo»? E si tratta di una cerimonia famigliare alla quale tutti portano la loro “partecipazione” a partire dall’accensione del candelabro, che compete alla madre, alla preparazione dell’agnello, alla raccolta delle erbe amare, all’abito da viaggio, ecc.
La risposta del padre, che ha il suo nucleo principale al v15, esprime anche il senso del comandamento, che proviamo ad esprimere in un linguaggio meno “aulico”.
«Io faccio questo perché JHWH mi ha liberato dalla schiavitù d’Egitto. E se non mi avesse liberato, oggi, io non sarei qui a parlarti e tu ad ascoltarmi. E poi mi ha detto di fare questo rito come memoria di quanto Lui mi ha fatto. Ma se mi avesse chiesto di stare in equilibrio sulle mani o qualunque altro gesto, per strampalato che sia, io lo farei… Per il semplice fatto che JHWH mi ha liberato. Punto!».
Quindi il comandamento non trova giustificazioni scientifiche, mediche, salutistiche, dietetiche, ecc., la sua ragione è semplicemente: «perché JHWH mi ha liberato».
Ma non dobbiamo perdere di vista che tutto è iniziato là, nel delta del Nilo, più di 3200 anni fa quando la curiosità di un principe egiziano in esilio l’ha portato ad avvicinarsi ad un roveto che ardeva senza consumarsi.
Anche noi dobbiamo ritornare di tanto in tanto a quel roveto perché il suo messaggio non vada perduto.
Per noi quel roveto si chiama: “Liturgia“.
* Per un esame puntuale su questo argomento si possono suggerire i seguenti testi:
B. Maggioni, Uomo e società nella Bibbia, J B.
Giuseppe De Gennaro a cura di, Lavoro e riposo nella Bibbia, Edizioni Dehoniane, Napoli
Franco Riva, La Bibbia e il lavoro, Edizioni Lavoro.
AA. VV., Per una teologia del lavoro, Edizioni Dehoniane Bologna.