Lettura 72 Es 22,17 – 22,22 Il Codice dell’Alleanza, quinta parte

Con Es 22,17 sono abbandonati i comandi casuistici, i mishpatim, e si presentano le norme apodittiche, imperative chiamate “debarim”, cioè “parole”, come quelle del Decalogo, le “Dieci Parole”, appunto.

Le prime tre “parole” possono essere accostate perché prevedono la pena di morte del trasgressore.

v17:«Non lascerai vivere colei che pratica la magia».

Alcuni commentatori intendono la prima parte del versetto come “bandire”, ma troviamo leggi analoghe anche nei popoli vicini, segno che la “magia” era un problema molto sentito.

Dal punto di vista civile le varie forme di magia: divinazione, consultazione dei defunti, predizioni del futuro, cartomanzia, gettare il malocchio, ecc. sono un modo per ottenere facilmente soldi da chi si trova in difficoltà.

Dal punto di vista teologico la magia è particolarmente contraria e ostile a Dio. A differenza della preghiera in cui l’orante chiede una grazia, ma poi accetta la volontà di Dio e il suo disegno, la magia pretende di sottoporre Dio o gli dèi, alla volontà dell’uomo. Quindi è guerra aperta!

Però dobbiamo dire che nonostante questo comandamento, la magia resta presente in Israele come testimonia ad esempio 1 Sam 28 in cui si racconta come addirittura il Re Saul andò a consultare la maga di Endor.

Le numerosissime invettive profetiche contro queste usanze fanno supporre che la magia fosse largamente praticata. D’altra parte anche oggi… perfino in televisione!

v18 «Chiunque si accoppia con una bestia sia messo a morte». Ma l’ebraico è più imperativo:

«Chi giacente con una bestia morire morirà».

Forse si può pensare a tempeste ormonali di pastori costretti a vivere per lunghi periodi nel deserto in solitudine e senza donne, però in quelle culture esistevano forme di bestialità cultiche, praticate a Babilonia, a Ugarit. Gli Hittiti, più raffinati, la vietavano solo con certi animali. Il mito greco del Minotauro poi, non ha bisogno di commenti.

Quindi effettivamente non è in gioco solo la morale sessuale, ma soprattutto l’idolatria.

v19 «Il sacrificante agli dèi, escluso JHWH, sarà votato allo “herem” (anàtema, sterminio)».

Scrive B. Boschi, Esodo, San Paolo:

«Il peccato di idolatria è ritenuto talmente grave da costituire l’unico caso in cui il colpevole è “votato” a Dio per essere messo a morte. In quanto “votato” non può essere riscattato, cioè sostituito da un animale, come accade per tutti i figli primogeniti».

Il tema dello herem appare frequentemente nei racconti dell’insediamento in Canaan quando anche intere città erano votate allo sterminio: persone, animali, cose perché non ci fossero contaminazioni religiose o idolatriche.

A titolo esemplificativo consigliamo di leggere Gs 6, presa e sterminio di Gerico e successivamente Gs 7 in cui si narra come Acàn, che aveva trasgredito allo herem di Gerico viene a sua volta sottoposto allo stermino insieme a tuta la sua famiglia. Il racconto termina così:

Gs 7,24 «Giosuè allora prese Acan di Zerach e l’argento, il mantello, il lingotto d’oro, i suoi figli, le sue figlie, il suo bue, il suo asino, le sue pecore, la sua tenda e quanto gli apparteneva. Tutto Israele lo seguiva ed egli li condusse alla valle di Acor. 25 Giosuè disse: «Come tu hai portato sventura a noi, così il Signore oggi la porti a te!». Tutto Israele lo lapidò, li bruciarono tutti e li uccisero tutti a sassate. 26 Eressero poi sul posto un gran mucchio di pietre, che esiste fino ad oggi. Il Signore allora desistette dal suo tremendo sdegno. Per questo quel luogo si chiama fino ad oggi Valle di Acor».

Però dall’archeologia sappiamo che quando gli ebrei arrivarono nella valle del Giordano, la città di Gerico, con le sue famose e possenti mura, era già un cumulo di rovine da un paio di millenni. Allora questi racconti sarebbero una eziologia che spiega le rovine di Gerico e il nome della valle di Acor, che vuol dire: “rovina”.

In definitiva, racconti didattici che insegnano il comportamento corretto.

Molto importante, non dobbiamo perdere di vista un fatto che i sacrifici agli dèi comportavano anche quello dei bambini come viene esplicitamente condannato da:

Dt 12,29 «Quando il Signore tuo Dio avrà distrutto davanti a te le nazioni che tu stai per prendere in possesso, quando le avrai conquistate e ti sarai stanziato nel loro paese, 30 guardati bene dal lasciarti ingannare seguendo il loro esempio, dopo che saranno state distrutte davanti a te, e dal cercare i loro dèi, dicendo: Queste nazioni come servivano i loro dèi? Voglio fare così anch’io. 31 Non ti comporterai in tal modo riguardo al Signore tuo Dio; perché esse facevano per i loro dèi quanto è abominevole per il Signore e che Egli detesta; bruciavano nel fuoco perfino i loro figli e le loro figlie, in onore dei loro dèi».

Anche i profeti denunciano la pratica del sacrifici dei figli con una frequenza sconcertante.

L’idea pagana del sacro mostra quanto esso possa essere distruttivo, ma la tradizione giudeo-cristiana ha sempre cercato di eliminare o limitare questi aspetti inumani.

Es 22,20 «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto.21 Non maltratterai la vedova o l’orfano. 22 Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido, 23 la mia collera si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani».

Il forestiero in una società “sparsa” costituita da tanti piccoli gruppi, senza un forte autorità statale, non può disporre della protezione del suo clan perché egli è isolato.

Si noti che si parla dello “straniero” al singolare e perciò si deve essere guardinghi nel proiettare su larga scala questo comandamento. Infatti se i forestieri fossero centomila il problema non sarebbe più religioso, ma politico. Anche se questo non consente di lavarsene le mani.

La protezione è richiesta anche per l’orfano e la vedova che hanno perso il sostentamento, non solo economico ma anche giuridico, del padre – marito. Ovviamente il comando è rivolto in prima battuta ai parenti e poi a tutto il clan che non può rimanere indifferente.

In questo senso se non si fa avanti un “goèl”, cioè: “riscattatore” e se non facesse confusione potremmo dire: redentore, che difenda il debole troverà un “Goèl” in Dio stesso… e con Lui dovrà fare i conti.

La traduzione letterale del v 22 è fortemente imperativa perché usa quei raddoppiamenti del verbo, inesistenti nella lingua italiana, che intensificano il valore dell’azione:

v 22«Se maltrattare maltratterai lui allora se gridare grida a Me allora Io ascoltare ascolterò il suo “grido“. Si infiammerà la mia irae e ucciderà voi con spada e saranno vedove le vostre donne e orfani i vostri figli».

Stiamo ancora parlando dello stesso grido di Es 3,7 (Lettura 14). Là era il popolo oppresso che “gridava“. Adesso è lo straniero che vive presso quello stesso popolo, il quale, straniero, viene “con-fuso” con l’orfano e la vedova che a loro volta: «gridano».

Stiamo parlando di lamento che si fa “grido” e non di preghiere, candele, incensi, liturgie, ecc… che da parte di Dio sono: «… ascoltare ascolterò».

Per il semplice fatto che il nostro Dio è sensibile alle condizioni di vita di ogni uomo, qualunque sia la sua lingua e il suo colore.