Lettura 77 Es 20,1-17 Il Decalogo: uno sguardo d’insieme, seconda parte

Anche se il Decalogo non è riferibile ad un determinato periodo storico, ciò non vuol dire che non abbia subito cambiamenti nel corso del tempo.

Gli studiosi sono concordi nel ritenere che i primi comandamenti abbiano ricevuto degli ampliamenti e delle precisazioni come ad esempio quelle riportate al v 10 che elenca tutti coloro che al sabato devono risposare. Persino il bestiame!

Al solito non conosciamo il testo originale, ma esso doveva essere costituito da formule molto brevi, una o due parole al massimo, in modo da facilitare la memorizzazione perché all’inizio la tradizione era solo orale. Possono esserne un esempio il V°: non uccidere; il VI°: non farai adulterio, che in ebraico è una parola sola che però non possiamo rendere con “adulterare”; e ancora il VII°: non rubare.

Anche il numero dei comandamenti dovette essere diverso. Ad esempio, B. G. Boschi, Esodo, SP, pg 186, ritiene che potevano oscillare da sette a dodici.

Ad ogni modo, tutti gli esperti concordano nel riportarne l’origine all’epoca mosaica 1250 – 1200 a. C.

L’assestamento sul numero dieci potrebbe avere una valenza simbolica. Dieci è il numero delle dita delle mani. Le mani sono lo strumento dato all’uomo per “fare”, per agire, quindi i Comandamenti devono essere “fatti”, messi in pratica.

Gli studiosi poi sostengono che oltre all’essere attuati, i Comandamenti avevano un uso cultuale, qualcosa come quello che si praticava nei collegi, nelle scuole cattoliche prima di entrare in classe o prima delle lezioni di catechismo in preparazione ai Sacramenti, quando, oltre a dire le preghiere si recitavano alcun fondamenti della fede: i Comandamenti, appunto, i Precetti della Chiesa, i Sacramenti, le opere di misericordia corporale e spirituale, ecc. Forse oggi si può sorridere di queste pratiche, ma fare memoria dei cardini delle nostra fede “ti” aiuta a “ricordarti” chi sei. Forse è qui che si devono cercare le radici culturali!

L’uso cultuale del Decalogo ci consente di segnalare una nota esegetica importante che dovrebbe avere una ricaduta nella prassi. Come tutti gli altri Codici legislativi dell’Antico Testamento, anche il Decalogo non conosce una distinzione tra un decalogo cultuale e un decalogo etico. Certo Es 34,1 parla di due tavole, ma l’idea che una riguardasse il culto e l’altra il comportamento etico è del tutto assente nella Bibbia. Questa idea è piuttosto la conseguenza della tradizione pittorica e, forse, anche dottrinale che ha introdotto la separazione tra comandamenti che riguardano Dio e comandamenti che riguardano il prossimo.

Ma se per esempio, il comandamento del riposo sabbatico, riguarda anche il bestiame, abbiamo a che fare solo con Dio o anche con il prossimo? E mio prossimo è anche il bestiame?

Radicalizzata, questa separazione, ci ha portato all’idea di una morale privata e una morale pubblica. “Dio riguarda me, ma con il pubblico Dio non c’entra”.

Ma, per dirne una: pagare le giuste tasse è solo un obbligo civile o anche religioso? Perché se vale il secondo caso, se non pago le tasse faccio peccato e devo chiedere perdono. A chi?…

Pensiamo di dare un contributo risolutivo circa il rapporto Dio – prossimo, riportando un brano delle dispense del corso sull’Esodo del 1987 – 88 del Prof. Borgonovo, tenuto allo ISSR :

«A partire dalla struttura di superficie è possibile fare già qualche considerazione preliminare.

1- La costatazione fondamentale da cui partire è che le Dieci Parole vogliono abbracciare tutti i settori della vita: quello religioso, quello famigliare, quello genericamente sociale. Ma sembra possibile notare una discriminante fondamentale tra i vv 2-6 e tutti gli altri. Dal v 7 in poi non ci sono comandamenti paritetici ai primi, ma dei comandamenti generati dai primi versetti. È la professione di fede che sta all’inizio di tutta la pagina che genera la “Magna Charta” della libertà: “Io sono JHWH tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto dalla casa di schiavitù”. Questa è la centralità della pagina del Decalogo; da lì sgorga tutto il resto.

2- Un’altra notazione preliminare riguarda la prima e l’ultima parola del testo:

v2 «Io JHWH…»

v 17 «…tuo prossimo».

Sono i due fuochi dell’ellisse che rappresenta la vita religiosa secondo la prospettiva esodica. Un’unica pagina, quasi un unico comandamento che abbraccia JHWH e il prossimo»

La proprietà dell’ellisse che ci interessa è che la somma dei due segmenti che vanno da un fuoco ad ogni punto sull’ellisse e poi all’altro fuoco è costante. Senza i due fuochi l’ellisse non si dà.

Potremmo dire: non sappiamo mai se siamo ugualmente bilanciati tra Dio e prossimo, ma siamo comunque in tensione sia verso l’uno che l’altro.

E d’altra parte se sei con Dio prima poi trovi il prossimo e se sei con il prossimo prima o poi incontri Dio.