Lettura 84 Es 20,1-17 Il Decalogo, nona parte
III° Comandamento: Ricordati di santificare le feste, IIIa parte
Al compimento della liberazione segue un sabato e al compimento della creazione segue ancora un sabato. Poiché, come abbiamo detto all’inizio, il libro di Esodo è più antico di Genesi possiamo affermare che il comandamento del sabato con il riferimento alla liberazione valeva solo per i figli d’Israele e, maturata l’idea del Monoteismo, viene riportato al momento della Creazione ed esteso a tutti gli uomini.
Se è così dobbiamo comprendere il rapporto esistente tra i sei giorni e il settimo perché ci riguarda.
Gn 1,1 «In principio Dio creò (1) il cielo e la terra. 2 La terra era uno squallido deserto e le tenebre stavano sull’abisso e lo spirito di Dio si librava sulle acque.
=> 3 Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. 4 Dio vide che la luce era cosa buona / bella e separò la luce dalle tenebre 5 e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
=> 6 Dio disse: «Vi sia una volta in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque». 7 Dio fece il una volta e separò le acque che sono sotto la volta, dalle acque, che sono sopra la volta. E così avvenne. 8 Dio chiamò la volta cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
=> 9 Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto». E così avvenne. 10Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona/ bella. 11E Dio disse: «La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie». E così avvenne: 12 la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona /bella. 13 E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
=> 14 Dio disse: «Ci siano luminari nella volta del cielo, per distinguere il giorno dalla notte: siano segni per le feste, i giorni e gli anni 15 e servano da luminari nella volta del cielo per illuminare la terra». E così avvenne: 16 Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte insieme alle stelle. 17 Dio le pose nella volta del cielo per illuminare la terra 18 e per governare sul giorno e sulla notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona / bella. 19 E fu sera e fu mattina: quarto giorno.
=>20 Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo». 21 Dio creò (2) i grandi mostri marini e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli alati secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona / bella. 22 Dio li benedisse: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla terra».23 E fu sera e fu mattina: quinto giorno.
=>24 Dio disse: «La terra produca esseri viventi secondo la loro specie: animali domestici, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie». E così avvenne: 25 Dio fece le bestie selvatiche secondo la loro specie e il bestiame secondo la propria specie e tutti i rettili del suolo secondo la loro specie. E Dio vide che era cosa buona / bella.
26 E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine / ombra, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò(3) l’uomo a sua immagine; / a immagine di Dio lo creò(4); / maschio e femmina li creò(5).
28 Dio li benedisse e disse loro: / «Siate fecondi e moltiplicatevi, / riempite la terra;
radah (soggiogatela) e kabash (dominate) / sui pesci del mare / e sugli uccelli del cielo / e su ogni essere vivente, / che striscia sulla terra».
29 Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. 30 A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne.
31 Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era davvero molto buono /bello. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
=> Gen 2:1 Vennero così portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. 2 Nel settimo giorno Dio portò a compimento la sua opera che aveva fatto e si riposò nel settimo giorno da ogni sua opera che aveva fatto. 3 Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso si riposò da ogni sua opera che aveva creato(6) e da ogni lavoro che egli aveva fatto. 4 Questa è la genealogia (toledot) del cielo e della terra, quando vennero creati(7)».
RELAZIONE DI DIO CON IL MONDO
Dio non si limita a creare tutte le cose in modo perfetto -sette volte il verbo “creare” – ma da subito stabilisce con esse una relazione. Sinteticamente osserviamo come Dio agisce nei sei giorni e quale relazione intrattiene con le sue creature.
Crea la luce. v4 E Dio vide che la luce era cosa buona / bella.
Separa la le acque dalla terra. v 10 E Dio vide che era cosa buona / bella.
Poi fa crescere erbe, piante e vegetali. v12 E Dio vide che era cosa buona / bella.
Fa i luminari della volta celeste. v18 E Dio vide che era cosa buona / bella.
Poi fa i pesci del mare e gli uccelli del cielo. v 21 E Dio vide che era cosa buona / bella.
Quindi fa tutti gli animali terrestri. v25 E Dio vide che era cosa buona / bella.
Poi fatto l’uomo, tre volte il verbo “creare” nel v 28, segue il v31 che dice:
31 Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era davvero molto buono /bello. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.
Pertanto ad ogni opera c’è da parte di Dio una sosta per vedere, contemplare, valutare il suo “lavoro”. E sembra cogliere in Lui un certo stupore e un affetto verso di esse.
Importante sottolineare che le sue opere non sono solo buone, ma anche belle perché questo è il senso del “tov” ebraico.
Purtroppo, in linea di massima, riteniamo che il bello coincida con vuoto, sciocco, inutile eppure anche il linguaggio corrente evidenzia che questa comprensione non è sempre vera. Ad esempio quando diciamo: “Mio figlio ha trovato il lavoro… Che bello”! Oppure: “I medici mi hanno dichiarato fuori pericolo… Che bello”! C’è una idea di bello che è comprensiva dell’utile, del buono e del vero.
Ecco, in questo senso anche Dio vede che tutte le cose che ha fatto sono belle.
A questo punto Dio benedice e “consacra”, cioè separa, mette a parte, il settimo giorno.
E ci possiamo chiedere se è solo Dio a comportarsi così verso la creazione o anche l’uomo ha questo atteggiamento.
RELAZIONE DELL’UOMO CON IL MONDO
Se ci riferiamo alla cultura che ha dato vita a questi testi dobbiamo rispondere che anche l’uomo guarda a quelle opere e le giudica “molto belle”.
Pensiamo al pastore che passa la notte a vegliare il gregge. Egli ha imparato a conoscere tutte le costellazioni e guardando il cielo stellato può dire che ora è anche senza Rolex. Tra queste stelle alcune si muovono rispetto alle altre. Sono i pianeti; sette in tutto. Tutte queste luci sono le sue compagne notturne. Non parliamo poi della luna piena.
Quando sorge il sole e si dissolvono le ombre della notte, ritrova i suoi pascoli, i suoi animali che già pronti a disperdersi per brucare, belano o muggiscono. Appena terminata la mungitura va in giro tutto il giorno in loro compagnia e se ne torna al tramonto.
Di tanto in tanto deve partecipare al “miracolo” della nascita di un vitello o di un agnello e ogni volta è un’emozione grande… una vita che continua.
Quando si trova sui monti vede da un lato il deserto arido e sconfinato e dall’altro il mare che per lui, figlio di Israele, è un elemento che incute sempre grande timore.
In questo modo passano i sei giorni e anche lui può arrivare a dire che è tutto molto buono / bello.
Purtroppo noi, che viviamo una civiltà urbanizzata, abbiamo perso il contatto con il mondo rurale che ci resta del tutto sconosciuto. Non abbiamo mai assistito alla schiuso delle uova di una covata, al parto di una mucca, se non attraverso mediazioni culturali e, spenta la TV….
Ora, se stiamo a questi testi possiamo dire che in qualche modo, Dio e l’uomo biblico fanno la stessa esperienza della creazione durante i sei giorni.
RELAZIONE DELL’UOMO CON IL MONDO SECONDO IL PROGETTO DI DIO
Anzitutto Dio consegna all’uomo la creazione «perché domini sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra» (Gn 1,26), tenendo presente che il senso di “dominare” è quello di essere il “signore” che pratica la “cura” di tutto ciò che gli è stato consegnato e governi con sapienza tutte le creature.
Che si tratti dell’affidamento di una signoria e non di un potere dispotico, appare chiaramente nel secondo racconto della creazione, quello più antico, che in Gn 2,15 dice: «Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo servisse e custodisse» e più avanti in Gn 2,19 e sg. il Signore plasma tutti gli animali “perché l’uomo è solo” e glieli fa passare davanti perché dia a ciascuno il nome.
L’imposizione del nome, nella cultura orientale, esprime un rapporto di signoria che comporta la protezione: così l’uomo è eletto signore e protettore della creazione. A tale riguardo non è da sottovalutare che in questa fase l’uomo può cibarsi solo dei vegetali, come dice Gn 1,29: non è ancora necessario uccidere animali per vivere.
Il tema della “immagine di Dio”.
In v26 il termine ebraico tradotto con “immagine” possiede anche il significato di “ombra” per cui sarebbe corretto tradurre: «… l’uomo fatto ad immagine e somiglianza di Dio nella sua ombra».
Mentre i primi due termini sono di tipo statico, “l’essere nell’ombra di Dio” ha un significato dinamico, il che comporta un muoversi dietro di Lui, camminare con Lui, nella Sua prossimità, in definitiva: fare come Lui.
Dal punto di vista culturale l’idea di “essere a immagine di Dio” non è una novità per i popoli antichi che l’attribuivano ai Re: tutti i Re e i discendenti di stirpe regale erano “figli di Dio”; Faraone era un dio, ma anche l’Imperatore romano era un dio.
La novità “rivoluzionaria” introdotta dalla Parola di Dio è l’estensione di questa immagine a tutti gli uomini perché Adamo, essendo il primo uomo, trasmette le sue prerogative a tutti i suoi discendenti, cioè all’umanità intera.
Ora se i Re sono immagine di Dio, l’affermare che tutti gli uomini sono a immagine di Dio equivale a stabilire che tutti gli uomini sono Re.
Certamente questo testo pensa ad una società livellata, però non verso il basso, ma al punto più alto: tutti gli uomini non sono meno che Re.
E poi si dice che la Democrazia l’hanno inventata i greci!
Conseguenza immediata di questo è che l’uomo nella attività dei sei giorni non può declassare, umiliare, sfruttare il lavoro proprio e altrui, ma deve operare nella solidarietà reciproca e nel rispetto della dignità “regale” di ciascuno.
Effettivamente, come abbiamo visto in precedenti letture, la storia ci mostra che tra gli Ebrei non era presente la schiavitù, o quantomeno le istituzioni la mitigavano fino ad escluderla: unico esempio nella storia.
Al sabato anche gli schiavi sono “liberi”.
La Bibbia nutre un’idea di nobiltà del lavoro umano non posseduta da alcuna altra cultura, compresa la nostra di oggi, se non soltanto a livello teorico.
In Israele il “fare ” dell’uomo non è diverso del “fare” di Dio perché anche Lui “ha fatto”.
Invece l’aristocratico greco, o il signore romano consideravano umiliante il lavoro manuale che veniva riservato esclusivamente agli schiavi, mentre nella società ebraica questa comprensione era del tutto assente. Abbiamo decine di esempi di importanti personaggi biblici intenti a lavori manuali. Eliseo, profeta stava arando, Davide era pastore, Gesù farà il falegname, Paolo costruiva tende…
Il tema della Benedizione.
In Gn 1,28 Dio benedice l’uomo: “Siate fecondi…”
Questa apertura al futuro e la benedizione dell’origine, definiscono anche il quadro dentro il quale collocare le due azioni fondamentali che l’uomo esercita nella sua attività con l’uso di due verbi che, non spiegati, possono risultare problematici :
1- radah, riferito alla terra
2- kabash, dominare riferito agli animali
Si tratta di due verbi che nella comprensione attuale ci sconcertano, ma dobbiamo stare al loro significato originario ricavandolo dalla cultura in cui questi testi furono utilizzati.
Quando il redattore biblico, 3000 anni fa, pronuncia “dominare gli animali” pensa al rapporto tra l’uomo, gli animali e l’ambiente che gli suggerisce la sua esperienza di nomade e di pastore.
L’ambiente di Palestina è chiuso nella morsa della siccità più di sei mesi l’anno per cui, terminata la stagione delle piogge invernali, i pascoli via via si inaridiscono per mancanza d’acqua e le sorgenti un po’ alla volta si prosciugano.
In questa situazione il pastore è colui che dispone della cultura capace di trovare pascolo per il gregge laddove l’erba è sempre fresca: durante la stagione umida nei pascoli elevati che si inaridiranno per primi, nella stagione intermedia in quelli che si seccano più tardivamente, infine nel fondo delle valli più umide, quando all’intorno si è tutto bruciato. Il fieno poi è l’alimento utile per le situazioni di emergenza. Tutte queste sono scelte che un gregge allo stato selvaggio non è in grado di fare. Quindi il pastore sa come far sopravvivere il gregge, mentre il gregge è privo di questa accortezza. Così il pastore è la vita per il gregge; proprio come il gregge è la vita per il pastore.
Questo rapporto vitale, reciproco, è ben lontano ad esempio, dal rapporto esistente tra un attuale allevatore di polli e le sue galline. E percepiamo immediatamente la differenza.
L’antico “dominio” non è assolutamente il nostro.
Analogamente “assoggettare la terra“, a noi richiama l’immagine di un piccolo uomo su una enorme ruspa che muove tonnellate di ghiaia con un solo movimento, sposta colline, buca montagne…
Quando il redattore biblico scrive questo verbo non conosce neanche il piccone in ferro: forse lo usavano di rame, ma quelli più diffusi erano di legno o di pietra.
Allora si capisce come, a quei tempi, il rapporto uomo – terra fosse sempre precario e se c’era uno svantaggio, era senz’altro dalla parte dell’uomo.
Allo stesso modo si capisce il senso e la necessità della “apertura al futuro” come tensione per assicurare “un futuro” per sé, per i propri figli, per il proprio popolo.
“Riempite la terra, soggiogatela..” vuol dire: “rendetela vivibile, fatene una casa per l’uomo, per tutti gli uomini“.
Certo, non vuol dire: distruggete le foreste, costruite ipermercati e villaggi turistici, riempite la terra di autostrade e colate di cemento.
La Bibbia mostra che attraverso il “creare”, Dio fa essere le cose ciò che sono: la loro essenza più vera. A sua volta l’uomo nell’esercitare l’assoggettamento della terra e il dominio sugli animali esprime il suo rapporto di “fedeltà alla terra” che è il suo modo di fare essere le cose pienamente sé stesse; come le ha volute Dio.
Così l’uomo, prosegue l’attività della creazione che Dio ha iniziato: non è questo il senso più pieno dell’essere “a immagine di Dio e nella sua ombra”?
Il Sal 8, che non riportiamo, è un commento poetico di tutto questo.
E il sabato?
Il sabato l’uomo deve fare esperienza della sua relazione con Dio e della relazione di Dio verso di lui e i fratelli.
LA RELAZIONE DELL’UOMO CON DIO: IL SABATO
Che il sabato sia il giorno della relazione e dell’incontro lo mostrano chiaramente due testi esodici.
Es 24,13 «Mosè si alzò con Giosuè, suo aiutante, e Mosè salì sul monte di Dio. […] 15 Mosè salì dunque sul monte e la nube coprì il monte. 16 La Gloria di JHWH venne a dimorare sul monte Sinai e la nube lo coprì per sei giorni. Al settimo giorno JHWH chiamò Mosè dalla nube».
Come si vede ritroviamo la struttura settimanale; in forma antitetica: 6+1. E il settimo giorno Mosè entra nella Nube e parla con Dio.
Allora il settimo giorno è il giorno dell’incontro, il giorno del colloquio; quello in cui la Gloria di Dio di rende presente tra gli uomini.
Qualcosa di analogo accade anche nel secondo racconto che riguarda la parte finale dell’erezione della Dimora in es 40 che è scandita non in sei giorni, ma in sei operazioni sul modello della settimana creazionale.
Non possiamo riportare l’intero testo, che raccomandiamo di leggere e indichiamo i versetti di inizio di ogni opera: 20; 22; 24; 26; 30; 33. Il settimo momento compete a Dio:
Es 40,33 «Infine Mosè eresse il recinto intorno alla Dimora e all’altare e mise la cortina alla porta del recinto. Così Mosè terminò l’opera. 34 Allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempì la Dimora».
Tutto questo ci aiuta a comprendere il settimo giorno più che come “giorno del riposo”, come “giorno del compimento” e da questo punto di vista possiamo rileggere le opere dei sei giorni.
Il sabato così, diventa giorno della Presenza di Dio ed il luogo in cui la limitata temporalità dell’uomo, (essere per la morte lo chiama Heidegger) si dilata alla temporalità di Dio e in questa trova senso: agisco per un futuro senza fine in comunione con Dio.
IL SABATO CRISTIANO
Però noi non festeggiamo il sabato, ma la domenica: giorno del Signore (da die: giorno e Domus: Signore). Come mai?
Avevamo concluso la lettura 82 riferendoci al “Sabato di Cafarnao” di Mc 1,21 che in quel contesto, attraverso alcuni segni di liberazione dal male (miracoli) Gesù manifesta l’inizio di una Nuova creazione.
È un inizio che viene conclamato, ratificato con un segno ancora più grande: la Risurrezione.
Questo evento segna l’inizio di un tempo nuovo, una nuova era: quella in cui il Male nella sua espressione più radicale, la morte, è stato sconfitto da Gesù.
La domenica allora non è più il compimento dei sei giorni, ma appunto l’inizio della Nuova Creazione e il compimento della precedente. Pertanto la domenica è l’ottavo giorno.
Da questo nuovo punto di vista è possibile rileggere non solo il senso dei sei giorni, ma di tutta la storia perché Gesù è l’alfa e l’omega.
La lettura 82 terminava con le parole: “allora santificare la festa è un affare molto, molto serio“!… e forse possiamo completare il detto dicendo: “perché, lì, ci giochiamo la nostra esistenza“.