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Lettura 52 Mc 7,31- 37 La guarigione di un sordomuto, cioè l’ascolto della Parola

Mc 7,31 «E di nuovo, uscito dal territorio di Tiro, venne attraverso Sidone, verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. 32 E gli portano un sordo e muto, e lo supplicano di imporgli la mano. 33 E avendolo preso con sé lontano dalla folla, in disparte, mise le sue dita nei suoi orecchi e avendo sputato, gli toccò la lingua; 34 e levando gli occhi al cielo, sospirò e gli disse: «Effatà» cioè: «Apriti!». 35 E subitogli si aprirono i suoi orecchi, e si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correntemente. 36 E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo raccomandava, più essi lo proclamavano 37 e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bella ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

L’avvenimento accade in pieno territorio pagano e la guarigione riguarda un pagano.

In quanto sordo e pagano non ha mai sentito parlare di quello che Dio ha fatto per il suo popolo lungo la storia.

La guarigione è duplice. Gli esperti dicono che se un bambino non impara entro i primi due anni di vita ad emettere suoni, quindi ad articolare lingua e laringe, dopo non sarà più in grado di parlare. In un certo senso i sordi dalla nascita, sono condannati anche non poter parlare.

Nel nostro caso questo sordomuto, non solo acquista l’udito, ma anche la capacità di parlare correttamente.

 A noi può fare schifo quel toccare la lingua del sordomuto con la saliva, ma si è sempre ritenuto che essa avesse la capacità di guarire le ferite, cosa confermata dalla chimica che riconosce alla saliva un certo potere antibatterico. Corretta quindi l’istruzione che ancora si dà ai bambini, quando si sbucciano un dito, in mancanza d’altro, di succhiarselo.

 Il senso di questa guarigione appare nell’ultimo versetto, «Ha fatto bella ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!», perché si tratta della citazione di due testi dell’Antico Testamento. Questo non produce una semplice risonanza letteraria, ma richiama altresì la teologia dei brani dai quali le citazioni sono tratte, per cui dobbiamo brevemente esplorarle.

 «Ha fatto bella/buona ogni cosa» rimanda al racconto della creazione in sei giorni di Genesi 1, quando Dio man mano che crea gli elementi cioè, dopo avere creato la luce (1,3), la terra con tutte le piante (1,12), le luci del firmamento, il sole e le stelle (1,18), gli animali marini e gli uccelli del cielo (1,21) infine tutti gli animali che popolano la terra e contemplando stupito via via ogni sua opera dice: «E vide che era cosa tov / bella / buona».

Alla fine, dopo avere creato l’uomo, ammirando la sua creazione complessivamente, ripete la stessa espressione con una variante: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto tov / bella / buona» Gn1,31.

Allora quella gente con questo rimando dice che Gesù viene da Dio perché come Dio fa delle cose belle / buone.

Però il richiamo della creazione dice anche che siamo di fronte ad una nuova creazione. Ma, allora Gesù chi è?

 «Fa udire i sordi e fa parlare i muti». Questo brano rimanda alla “Piccola apocalisse” di Isaia, cioè ai cc 34-35. In realtà si tratta del secondo Isaia perché il testo risale all’esilio babilonese o poco dopo; siamo tra il 580 e il 500 a. C. Gerusalemme è distrutta, la classe dirigente è stata deportata; alla guerra condotta dai babilonesi hanno vigliaccamente partecipato alcuni dei regni confinanti con la Giudea, tra cui Edom.

Il capitolo 34 elenca con grande quantità di immagini e definizione di dettagli la vendetta che il Signore compirà nei confronti di questi popoli che si sono avventati contro il “suo” popolo.

Il capitolo 35 invece racconta ciò che il Signore sta per fare a Gerusalemme e al suo popolo: nel linguaggio apocalittico: la vendetta di Dio. È un testo di salvezza, molto ricco di immagini che indicano una trasformazione radicale della terra e degli uomini.

Nella liturgia ambrosiana è un brano letto durante l’Avvento per cui raccomandiamo di leggerlo.

Ad un certo punto troviamo il nostro collegamento:

Is 35,5 «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi / e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.

6 Allora lo zoppo salterà come un cervo / griderà di gioia la lingua del muto

perché scaturiranno acque nel deserto / scorreranno torrenti nella steppa».

In questo caso sono i pagani della Decapoli che riconoscono l’attuazione delle promesse proclamate da Isaia 500 anni prima, cioè Gesù sta compiendo la “vendetta di Dio”… e guarisce un pagano? Ma allora Gesù chi è?

Ricordiamo che siamo sempre nella sezione che ricerca l’identità di Gesù.

Nota bene: si può discutere all’infinito sulla traduzione di tov con bello o buono, ma quando noi ci troviamo di fronte a qualcosa che ci stupisce neanche ci sogniamo di dire: “che buono”, ma esclamiamo sicuramente: che bello!

 Dal punto di vista strutturale e simbolico Marco suggerisce, con questa guarigione, che c’è qualcuno altro che deve aprire i propri orecchi: “altri” della folla che gira intorno a Gesù? La sua comunità? Il lettore implicito? 

Bisogna continuare ad interrogare il testo.

 Marco ritiene tanto importante la parola pronunciata da Gesù durante questa guarigione da riportarla nella versione aramaica originale: “Effatà“, seguita dalla traduzione in greco.

Ricordiamo che il battesimo dei bambini, nel rituale romano, termina appunto con il “rito dell’effatà” che riportiamo di seguito.

RITO DELL’« EFFETA »
121.
Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra del battezzato, dicendo:
Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, / ti conceda di ascoltare presto la sua parola,
e di professare la tua fede, / a lode e gloria di Dio Padre.

Non è che tutto questo voglia dire che solo Lui, il Cristo, è in grado di aprirci le orecchi per farci udire la sua parola?