Nel cuore della guerra: custodire Dio mentre l’anima viene assediata

Il respiro del conflitto che divora l’anima

C’è da chiedersi: come si vive da cristiani dentro un conflitto che non passa, che non si lascia archiviare, che drammaticamente diventa ambiente, cultura, respiro quotidiano?
Se l’è chiesto senz’altro il cardinale Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, nella Lettera che lo scorso 25 aprile ha indirizzato alla sua Chiesa come “proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”.
Un punto è certo. Qui, quello che noi chiamiamo il problema smette di essere una semplice questione. Ormai diventa tutt’uno con l’ambiente stesso in cui vivi, con le pene che soffri, con le angosce con cui deve convivere, con lo stesso i rapporti con sé e con gli altri.

La frattura invisibile: quando l’uomo si spezza dentro

Quando ciò accade, qualcosa si rompe. Non fuori. Dentro. Si rompe il modo di leggere la realtà. Si incrina la fiducia nelle parole. Soprattutto, si perde il senso di un ordine possibile.
E allora il conflitto smette di essere un evento. Diventa una condizione di vita.
Il Patriarca lo dice con chiarezza e forza. Fa, infatti, notare che si sta vivendo nella sua Chiesa ormai non costituisce più soltanto un conflitto locale. Ha assunto le forme di un cambiamento profondo.

L’assuefazione al male: la guerra che diventa normalità

Ecco, pertanto, la violenza diventare il linguaggio attorno al quale tutto il resto ruota. Così, la guerra smette di essere una dolorosa eccezione. Così, lentamente, quasi senza accorgercene, la gente si abitua a essa proprio come si è abituata a respirare. In tal modo l’assuefazione diventa un fattore che si sovrappone alla violenza. Allora il cuore non si scandalizza più. Il male diventa stranamente comprensibile. Uomini e donne non hanno più un volto umano. Ma, perdendo di umanità, diventano parte di un fenomeno inanimato. Ne viene che, quando si uccide, non si spegna una vita umana ma si estirpa una idea malsana. Non c’è da piangere, ma da rallegrarsi.
È lì che qualcosa si è spento. Si è spenta l’anima.

Restare nel buio senza morire dentro

“Ciò rende sconfinato il buio. Proprio per questo la Lettera non prova a riaccendere le luci che, nel frattempo, si sono spente. Non propone soluzioni. Non cerca scorciatoie spirituali. Affronta invece l’ingaggio in assoluto il più difficile: cambiare domanda. Anziché chiedersi come uscire dal disordine, si chiede come restarci senza perdere l’anima.
È una domanda profondamente spirituale, perché non fa riferimento a ciò che accade fuori dall’anima. Ricerca invece ciò che accade dentro di essa, mentre le cose accadono.
Ci si deve allora chiedere come custodire il cuore quando tutto invita a indurirlo. Come continuare a credere quando la realtà sembra smentire ogni promessa.”

Cercare dio nel caos: la sfida della fede radicale

Come si vede, Il Patriarca suggerisce un passaggio che non è immediato. Chiede di partire dalla realtà, ma senza fermarsi alla sua superficie. Ed è convinto di poterlo compiere perché, dentro questo disordine lui è del tutto certo che domina una presenza che non è affatto evidente o dimostrabile. Non è perciò rassicurante. Ma è quanto mai reale.
Questo modo inusuale di procedere apre al discorso uno spazio che non è politico. Non è nemmeno semplicemente umano. È lo spazio della fede.
Chi vi entra, ha deciso di riconoscere Dio mentre tutto sembra contraddirlo. E può farlo perché il suo non è un esercizio intellettuale. È una scelta interiore assolutamente fondamentale, dal momento che dà forma a una resistenza silenziosa che nulla e nessuno potrà poi fermare. Invincibile proprio per il fatto che si è certi che, quanto appare, non è tutto. C’è molto altro. Molto di meglio.

Gerusalemme: il Dio che abita la ferita

Per rendere possibile questo esercizio spirituale, la Lettera invita il lettore a spostarsi verso Gerusalemme. Va, però, subito precisato che Gerusalemme qui non è intesa come luogo geografico, ma come luogo della rivelazione di Dio.
In questa città ferita, divisa e carica di contraddizioni Dio ha scelto di abitare per diffondere la sua misericordia. E, questo, è un punto decisamente scandaloso. Ancora una volta, Dio non sceglie luoghi ordinati. Non aspetta che la storia si sistemi. Lui, entra nel disordine. Lo attraversa. Lo abita.
Tutto ciò, mentre sorprende, ancora una volta cambia la domanda. Essa non è più: dov’è Dio in tutto questo? Ma diventa: sono disposto a cercarlo proprio qui?
Certo, la Gerusalemme che emerge dalla Lettera del Patriarca Pizzaballa non è una città che gli uomini costruiscono con le proprie forze. Non è neppure un ideale che alcuni impongono ad altri. È una città che scende. Questo verbo è decisivo. Scende.
Significa che non nasce dal controllo, ma dall’accoglienza. Non dalla forza, ma dalla disponibilità. Non dal possesso, ma dalla relazione.
E qui il pensiero si fa sempre più esigente.

Il perdono come guerra interiore e inizio della vita

Infatti, se la città è dono, allora non si può difenderla contro altri. Non si può costruirla, escludendo, dal momento che non è possibile vivere la fede come dentro una fortezza. La fede, prima di tutto, deve convertire. Cioè creare conversione. Soprattutto, uno sguardo nuovo che impedisce di guardare all’altro come una minaccia anzitutto da eliminare.
Ciò è oggettivamente grande perché consente di vedere la realtà non solo come distruzione che si espande ovunque, ma come ciò che ancora tiene in vita. Soprattutto, Dio.
Questo è un discorso per nulla facile. Questo sguardo su Dio non nasce spontaneo. Nasce infatti dalla Pasqua. Cioè, dalla morte di Gesù sulla croce. Morte che diventa fine delle certezze semplici, di basso prezzo. Oppure morte delle divisioni nette. O anche morte dell’idea che il bene sia sempre dalla propria parte.
Certo, dalla morte di Gesù sulla croce continua a nascere sulla terra qualcosa di diverso.
Il Patriarca lo individua comunque in uno stile. Non già in una teoria. Uno stile fatto di parole non violente, di relazioni custodite, di piccoli gesti che non fanno notizia ma tengono aperta la possibilità di vivere anche all’inferno restando sempre e soltanto umani.
Un uomo dedito alla concretezza di come si parla, si ascolta, si ricorda. Consapevoli che anche la memoria può diventare luogo di peccato o di redenzione. Una memoria chiusa genera infatti odio. Una memoria attraversata da Dio può diventare ferita che non distrugge.
Questo è senz’altro uno dei passaggi più radicali della Lettera: essere e vivere certi che il perdono non è un’opzione, ma una inderogabile necessità spirituale. Senza perdono, il cuore si ammala. E un cuore malato non costruisce nulla, nemmeno quando ha ragione.
Come si vede, alla fine, l’intero discorso del Patriarca converge su un punto.
La fine della tragedia sconfinata in atto non verrà da una soluzione esterna, ma da una trasformazione interna. In particolare, verrà dalla consapevolezza che la complessità del conflitto non è per nulla destinata a sciogliersi magicamente in qualche istante carco di fortuna. Le contraddizioni resteranno. Ma cambierà il modo di starci dentro.
Nella logica del Vangelo, questo è già un inizio.
Un qualcosa di sconfinato, legato a una gioia che si afferma negli animi non perché il conflitto è finito, ma perché la morte non è l’ultima parola.
E allora vivere da cristiani dentro questo tempo significa proprio questo: custodire una luce che viene da Dio. Una luce che non risolve tutto, ma permette di vedere e consente di continuare a camminare.