L’irrilevanza del cristianesimo: una disdetta, una fortuna o una prova?

Una lettura ecclesiologica della crisi occidentale

Oggi, indubbiamente, il dato incontrovertibile della irrilevanza sta attanagliando gli animi della comunità cristiana in Occidente. Finisce facilmente per sprigionare in essi una sorta di implicita domanda: quanto conta ancora la Chiesa all’interno del mondo nel quale essa si ritrova a vivere?

Questa questione è del tutto comprensibile. Potrebbe, però, risultare di essere mal posta. Infatti, fin dai suoi inizi, la Chiesa non ha ricevuto dal Signore il compito di “contare”, bensì quello assai diverso di testimoniare Gesù, Signore crocifisso e risorto. In altri termini, alla Chiesa non è stata affidata una funzione di centralità culturale, sociale o politica. Gesù le ha affidato la missione di essere segno efficace della sua presenza misericordiosa e salvante nel mondo.

Questo ultimo rilievo ci sembra indicare con chiarezza che qualsiasi diagnosi della situazione attuale richiede anzitutto di chiarire in qual modo vada concepita la natura della Chiesa e, alla pari, in quale modo essa debba sviluppare la sua missione nel mondo.

La tentazione costantiniana

Incertezze e sofferenze, perplessità e frustrazione indotte dall’attuale crisi sembrano con ogni probabilità derivare dalla lunga e gloriosa stagione di vita avviata in Occidente da Costantino agli inizi del IV secolo. A partire da questo momento, si vede che per secoli il cristianesimo ha generato e governato indiscutibilmente l’orizzonte culturale dominante in Europa. Le istituzioni civili, la concezione della persona, il calendario sociale, l’immaginario collettivo, il linguaggio morale e perfino il ritmo del tempo portavano impressa la traccia del Vangelo.

Questo stato di cose ha prodotto esiti straordinari che, oggettivamente, hanno pesato in modo positivo sulla vita dell’Occidente. Sarebbe ingiusto negarlo.

Tuttavia, ha anche favorito il raggiungimento di una vera e propria progressiva sovrapposizione tra cristianesimo e società, tra appartenenza ecclesiale e appartenenza culturale, tra fede e costume.

La crisi attuale, in pratica, dissolve proprio questa sovrapposizione. Molti vivono tale dissoluzione come una perdita. E certamente una perdita sta continuamente affermandosi. Ora, qui, una domanda si impone: si tratta di dissoluzione oppure di purificazione?

Henri de Lubac osservava che il dramma più grave della Chiesa non consiste nell’essere perseguitata dal mondo, ma nel confondersi con esso. Una Chiesa troppo integrata nell’ordine sociale rischia di smarrire un senso vivo del proprio essere una realtà che non può e non deve coincidere perfettamente con la realtà del mondo.

La fine della cosiddetta dimensione sociologica della cristianità potrebbe dunque rappresentare non semplicemente una disgrazia storica, ma un passaggio provvidenziale verso una forma più evangelica di esistenza ecclesiale.

La Chiesa non è una organizzazione religiosa

Uno degli equivoci più diffusi consiste nel considerare la Chiesa come una particolare organizzazione incaricata dal volere del Signore di amministrare il sacro. In questa prospettiva, la diminuzione dei molteplici fenomeni della pratica religiosa appare inevitabilmente per la Chiesa come un fallimento.

Va, però, subito fatto notare che la tradizione cattolica ha sempre compreso la Chiesa in modo molto più profondo. Il Concilio Vaticano II la definisce anzitutto come sacramento universale di salvezza. Vale a dire, la Chiesa non è affatto realtà fine a se stessa. È un segno, uno strumento dell’iniziativa autonoma di Dio nella storia.

La Chiesa esiste perché il mondo incontri Cristo.

Quando dimentica questo principio, essa tende inevitabilmente a misurare la propria vitalità attraverso criteri quantitativi: il numero dei fedeli, delle strutture, delle attività, delle opere. Quando invece ricorda la propria natura sacramentale, comprende che il criterio decisivo è un altro: la coincidenza perfetta rispetto al volere di Cristo.

La domanda ecclesiologica fondamentale non è dunque: “Quanto siamo influenti?”, ma: “Quanto diventiamo trasparenti per lasciare apparire il Signore?”.

La minoranza creativa di Joseph Ratzinger

Molti hanno interpretato superficialmente alcune riflessioni di Joseph Ratzinger sulla futura condizione minoritaria della Chiesa. Egli non immaginava una comunità ripiegata su se stessa, soddisfatta della propria piccolezza. Pensava piuttosto a una Chiesa liberata da molte sovrastrutture storiche e nuovamente concentrata sull’essenziale. Nella sua celebre intuizione, la Chiesa del futuro sarebbe stata probabilmente più ridimensionata, più povera, meno influente socialmente, ma certamente caratterizzata da una vita spirituale più corretta e intensa.

Ratzinger non aspirava affatto alla nascita di una prestigiosa e ricca setta religiosa. Né, tanto meno, puntava alla creazione di una élite. Lui voleva apparisse sulla terra una comunità capace di irradiare forme nuove e piene di vita, secondo la misericordia grande di Dio che da sempre ha tanto amato il mondo. E una vita così piena da suscitare interrogativi e attrazione nella coscienza dei non credenti.

Ratzinger prevedeva un punto di passaggio davvero strategico. Il cristianesimo avrebbe accantonato la sua capacità di organizzare la società e, nel contempo, avrebbe sviluppato la sua capacità di mostrare al mondo l’azione salvante del Cristo crocifisso e risorto all’interno di una parte di umanità trasfigurata dal Signore.

L’irrilevanza fa parte del vocabolario della teologia?

A questo punto occorre però sollevare una questione assai più radicale. Siamo sicuri che il vocabolo “irrilevanza” faccia strutturalmente parte del vocabolario della teologia?

Non c’è dubbio che questa parola riesce a descrivere efficacemente una percezione diffusa: la Chiesa sembra avere perso gran parte della sua capacità di incidere direttamente e con successo sulla cultura, sulla politica, sui processi formativi e perfino sullo stesso immaginario collettivo dell’Occidente. In questo senso il vocabolo irrilevanza è indubbiamente parlante. Da parte sua, però, la teologia deve sempre verificare che i vocaboli che utilizza e gli interessi che persegue facciano realmente parte della Rivelazione data da Dio al mondo oppure derivino prevalentemente da analisi e interessi esterni alla Rivelazione, a partire per esempio dalla sociologia.

Ora, se si percorrono le Scritture da un capo all’altro, si scopre che Dio non sembra particolarmente interessato a costruire e, poi, a potenziare la rilevanza sociale dei suoi eletti.

La Bibbia ha vocaboli e interessi del tutto diversificati.

Parla di “resto”. Quando Israele attraversa le sue crisi più profonde, i profeti non denunciano la caduta nella irrilevanza del popolo santo. Spostano l’attenzione su quello che è diventato resto fedele di questo popolo. Mentre tutto sembra crollare, una piccola porzione del popolo santo continua a confidare nel Signore.

Altro vocabolo è senz’altro quello di piccolezza. Dio sceglie per esempio Abramo, un uomo senza terra e senza discendenza. Sceglie Davide, il più giovane dei figli di Iesse. Sceglie Betlemme, il più piccolo dei villaggi di Giuda. Sceglie Maria, una giovane donna sconosciuta della Galilea. L’intera storia della salvezza è attraversata dalla logica della piccolezza.

Altro vocabolo è diaspora. Per lunghi secoli il popolo di Dio ha vissuto disperso tra le nazioni, privo di potere politico e spesso marginale rispetto alle culture dominanti. Tuttavia, proprio in quella dispersione ha maturato forme nuove di fedeltà e di testimonianza.

Infine, altro vocabolo certamente di peso è minorità. Gesù non promette ai suoi discepoli di arrivare ai vertici della società. Non promette neppure il successo storico delle loro iniziative. Chiede invece ai discepoli di essere sale, lievito e luce. Tutte immagini che rinviano a realtà quantitativamente piccole, magari addirittura ai limiti della stessa invisibilità, ma cariche di una forza autonoma miracolosa e vincente capace di fare sbocciare e crescere il Regno di Dio e la sua vita divina.

Da questo punto di vista la nozione di irrilevanza appare diventare una realtà problematica per la teologia. Essa, infatti, continua a argomentare secondo il criterio della rilevanza. E, anche quando ne nega un possibile peso, continua però a subirne il fascino. Si può arrivare addirittura al paradosso di rendere l’irrilevanza una nuova forma di rilevanza. Vale a dire, l’essere irrilevanti diventerebbe il nuovo titolo che porta a sentirsi speciali, profetici, autentici.

Ma il Vangelo non conosce né il culto della grandezza né quello della marginalità. Conosce soltanto la fedeltà assoluta a Cristo Signore.

Così, il Signore non chiederà mai alla sua Chiesa: “Sei rilevante?”. Tanto meno: “Sei diventata irrilevante?” Per lui la domanda è un’altra: “Vivi in me, fedele a me?”. E, ancora, vite e tralci non vengono giudicati sulla base della loro visibilità pubblica. Vengono giudicati sulla loro capacità di portare frutto. Per questo una Chiesa numericamente ridotta, culturalmente marginale e socialmente poco influente potrebbe possedere, dal punto di vista evangelico, una straordinaria fecondità. E al contrario una Chiesa socialmente influente potrebbe essere spiritualmente sterile.

Tutto ciò porta a rimettere al centro dell’attenzione il vocabolo fecondità. Nel Nuovo Testamento la fecondità della Chiesa è valore che nasce dall’unione a Cristo e dall’opera dello Spirito. Ovviamente, diventa del tutto irrilevante la posizione occupata dalla Chiesa nella società.

Si può allora concludere che la questione della attuale crisi di rilevanza sociale della Chiesa non le chieda né di riorganizzarsi per tornare ad essere socialmente rilevante, né di prepararsi psicologicamente a vivere serenamente nel suo stato di irrilevanza. Ciò che deve costituire la prima preoccupazione della Chiesa è il suo essere realtà feconda, capace di generare figli al Regno dei cieli, in un mondo che non si riconosce più spontaneamente cristiano?

L’intuizione di von Balthasar: la forma della santità

Hans Urs von Balthasar ha insistito nel riaffermare una sua convinzione. La credibilità e, più a fondo, l’importanza della Chiesa dipendono innanzitutto dalla sua santità. È la stessa storia della Chiesa a provarlo. Questa storia continua a evidenziare che le grandi crisi ecclesiali non sono mai state superate poggiando su semplici riforme organizzative. Le crisi sono rientrate a partire dalla comparsa dei santi. Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila, Carlo Borromeo: ogni autentica stagione di rinnovamento è stata inaugurata da uomini e donne nei quali il Vangelo è tornato a diventare realtà centrale. Sono proprio i santi che portano clamorosamente in primo piano il fatto che l’irrilevanza ecclesiale non parte dalla perdita di influenza culturale, sociale o politica. al contrario è direttamente prodotta dalla perdita della santità.

Una Chiesa numericamente piccola ma spiritualmente luminosa non è irrilevante. Una Chiesa numericamente grande ma spiritualmente opaca rischia invece di esserlo.

La parrocchia del futuro

Tutto questo conduce inevitabilmente alla questione della parrocchia.

Per secoli la parrocchia è stata la struttura territoriale capace di accompagnare l’intero ciclo della vita dei credenti. Oggi tale modello incontra difficoltà crescenti nel continuare a svolgere il suo compito tradizionale. Va detto che la parrocchia non va minimamente considerata una realtà che i tempi hanno superato e, pertanto, hanno svuotato di contenuto reale. La difficoltà di procedere va sostanzialmente collegata al turbinoso cambiamento del mondo nel quale essa opera.

Questo fa capire che la domanda non riguarda affatto il come conservare la centralità della parrocchia. È invece come consentire alla parrocchia di continuare a essere in questo oggi incredulo e materialista, individualista e aggressivo verso tutti e tutto una comunità nella quale si incontra Gesù che genera a una forma nuova di esistenza. A partire da una radicale conversione personale, operata nei Sacramenti da Dio stesso e non dall’uomo.

Una Chiesa che ricomincia dal Vangelo

Il vero compito che attende la Chiesa occidentale non è senz’altro quello di tornare ad essere rilevante nel mondo. È invece quello di tornare ad essere fermento evangelico nel mondo. E, si sa, quando il Vangelo è riposizionato al centro, molte questioni assumono carattere e incidenza diversi. La diminuzione numerica non viene negata, ma neppure assolutizzata. La perdita di potere non viene drammatizzata. La nostalgia per un glorioso passato lascia il posto al vivere nel quotidiano, magari oscuro e insignificante, il proprio amore per Gesù e insieme una forte attesa della venuta del suo Regno. La voglia di missione si fa grande e intraprendente.

In fondo la Chiesa non è chiamata ad essere rilevante, ma generativa; non influente, ma feconda; non centrale, ma sacramento della presenza di Cristo. La Chiesa è nata senza potere, senza prestigio, senza mezzi e senza garanzie storiche. Aveva soltanto Cristo. Ma, proprio questo, la Chiesa ha finito per cambiare il mondo.