Lettura 97 Mc 14,32 – 42 La solitudine del Getzemani
Mc 14,32 «E giungono in un podere chiamato Getzemani (del torchio), e dice ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33 E prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e incominciò a sentire paura e smarrimento. 34 e dice loro: «L’anima mia è triste fino alla morte (Sal 42,6.12), rimanete qui e vegliate». 35 E andato un poco più in là, si prostrava per terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora, 36 e diceva: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».
37 E viene e li trova addormentati e dice a Pietro: «Simone, dormi? Non ha avuto la forza di vegliare neppure un’ora. 38 Vegliate e pregate per non soccombere nella prova. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole».
39 E allontanatosi di nuovo, pregò dicendo le medesime parole. 40 E di nuovo tornato li trovò che dormivano, perché: i loro occhi, infatti, erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli.
41 E viene per la terza volta e dice loro: «Ancora dormite e riposate! Finito. L’ora è giunta: ecco, il Figlio dell’uomo viene è consegnato / paradìdomi nelle mani dei peccatori. 42 Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce/ paradìdomi è vicino».
Osservando attentamente la scena notiamo che Gesù è sostanzialmente l’unico attore: si muove avanti e indietro cercando il sostegno dei discepoli, ne sceglie tre che gli sono stati più vicino, prega intensamente, si agita, è angosciato, mentre gli altri stanno sullo sfondo: non parlano, non pregano, dormono; più che comparse sembrano ombre. Ma Gesù avrebbe bisogno, anzi implora, la loro vicinanza, ma il sonno è più forte.
L’angoscia che attanaglia Gesù è sicuramente dovuta a ciò che dovrà affrontare di lì a poche ore, ma ancora più pesante gli appare l’esito della sua missione. Israele non è stato riunificato anzi, è più diviso di prima. Se poi guarda agli undici apostoli rimasti che a definirli “scalcinati”, si farebbe loro un complimento, anche perché di lì a poco taglieranno gloriosamente la corda: e questi dovrebbero essere coloro che portano avanti tutta la “baracca”?
La preghiera di Gesù
A Gesù non resta che rivolgersi a Dio. La sua preghiera può essere scandita in quattro parti.
L’invocazione: “Abba, Padre“;
la manifestazione della fede: “tutto è possibile a te“;
la supplica: “allontana da me questo calice“;
l’affidamento alla volontà di Dio: “però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu“.
Le prime tre parti sono comuni alle preghiere che si trovano in tutto l’Antico Testamento, ma la quarta è tipicamente neotestamentaria; infatti sentiamo in essa l’eco della terza domanda del Padre Nostro.
Riteniamo tuttavia sorprendente il modo in cui Gesù chiama il Padre, cioè: “Abbà“, che costituisce una novità così radicale che perfino l’Evangelo ha conservato il termine ebraico: “Abbà” che tradotto con “Padre” non rende conto della dimensione di tenerezza che il termine originale contiene. Per intuirlo dovremmo pensare al modo in cui un bambinetto di due o tre anni chiama suo padre e allora potremmo renderlo con: babbo, papà, papi, ecc. Purtroppo l’accostamento alla filosofia greca che, meglio di altre, ha saputo interpretare il cristianesimo, non ci ha permesso di cogliere la profondità di questi sentimenti che anche il semplice credente dovrebbe nutrire verso il Dio Abbà.
D’altra parte se pensi al Motore Immobile di Aristotele hai posto tra te e Lui un fossato invalicabile.
Il sonno dei discepoli
La spiegazione più banale suggerisce che avendo appena terminato il banchetto pasquale e magari avendo alzato il gomito più del solito fossero proprio “andati”.
Non è questa però l’intenzione di Marco. Egli piuttosto ci vuole suggerire l’indifferenza degli apostoli verso il Maestro che aveva chiesto la loro vicinanza perché “si sentiva triste da morire”.
È infatti il momento più tagico dell’esistenza di Gesù perché avrebbe potuto facilmente evitare ciò che stava per accadere: sarebbe bastato un miracolino piccolo, piccolo. Ma questa era l'”ora” per la quale era venuto e non poteva scansarla.
Il v 41: « L’ora è giunta: ecco, il Figlio dell’uomo viene è consegnato / paradìdomi nelle mani dei peccatori», essendo priva di soggetto, intende il passivo divino. Questa consegna fa parte del disegno del Padre che il Figlio ha lungamente perseguito.
Il v 42 al contrario indica il disegno degli uomini, e di uno in particolare:«Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce / paradìdomi è vicino».
E comunque di fronte a questo dramma di Gesù i suoi dormono tranquillamente, ma una piccola annotazione ci suggerisce altro: “infatti i loro occhi si erano appesantiti” v40. Ancora un passivo divino?
Teniamo presente che sono proprio questi tre apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni ad essere presenti durante altre scene rivelazione: il risuscitamento della figlia di Giairo 5,21-43, Lettura 39 e la Trasfigurazione 9,2-13, Lettura 61.
Allora anche nel Getzemani è accaduta una scena di rivelazione?
Marco non lo dice perché i testimoni dormivano, ma forse, ce lo lascia intuire perché nella Bibbia troviamo almeno altri due casi importanti in cui si parla del sonno dei protagonisti.
Il primo riguarda la creazione di Eva
Gn 2,20 «Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. 21 Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. 22 Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23 Allora l’uomo disse:
«Questa volta essa / è carne dalla mia carne / e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna (ishah) /perché dall’uomo (ish) è stata tratta».
Il secondo riguarda la stipulazione dell’Alleanza di JHWH con Abramo.
Gn 15,11 «Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri, ma Abram li scacciava. 12 Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco un oscuro terrore lo assalì. 13 Allora il Signore disse ad Abram: «Sappi che i tuoi discendenti saranno forestieri in un paese non loro; saranno fatti schiavi e saranno oppressi per quattrocento anni. 14 Ma la nazione che essi avranno servito, la giudicherò io: dopo, essi usciranno con grandi ricchezze. 15 Quanto a te, andrai in pace presso i tuoi padri; sarai sepolto dopo una vecchiaia felice. 16 Alla quarta generazione torneranno qui, perché l’iniquità degli Amorrei non ha ancora raggiunto il colmo».
17 Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un forno fumante e una fiaccola ardente passarono in mezzo agli animali divisi. 18 In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram:
«Alla tua discendenza / io do questo paese / dal fiume d’Egitto / al grande fiume, il fiume Eufrate;
19 il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, 20 gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, 21 gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei».
In entrambi questi casi quando Dio agisce l’uomo dorme: Dio agisce sempre senza fare chiasso!
Questo può spiegare lo sgomento che attanaglia Gesù all’inizio di questo brano e la serenità finale che lo rende capace di affrontare risolutamente la consegna /paradìdomi.
Forse il Padre gli ha parlato e allora non si sente più solo.
Se è così, allora egli è sicuro come l’oro che la sua vita e la sua “baracca” sono saldamente nella mani del Padre Abbà.