Lettura 93 Gen 28,10-22 La fuga e la teofania di Bet-ʽEl

Nel complesso delle ultime letture abbiamo esplorato la famiglia di Isacco e le relazioni tra i suoi membri. Ovviamente c’è da rimanere sorpresi nel rilevare come i loro rapporti familiari fossero così conflittuali. Il padre che preferisce il primogenito a motivo di una banalità come quella di procuragli della cacciagione. La madre che preferisce il secondo, ma non si sa il perché. Il secondo, Giacobbe, che compra la primogenitura dal primo, per un’altra banalità come il famoso “piatto di lenticchie”. La madre, Rebecca, che aiuta il secondo, ad ingannare il marito e padre perché, sempre il secondo, ottenga la benedizione che gli assicura l’intera eredità e al contempo la sottomissione del maggiore, Esaù. E questi che poi attende il momento buono per uccidere il fratello minore.Un romanzo giallo a tutti gli effetti del quale non sappiamo ancora l’esito…

Una domanda si pone inevitabilmente: ma tutta questa roba è Parola di Dio?

Se è nella Bibbia è necessariamente Parola di Dio, ma noi che cosa ne ricaviamo? Possiamo prendere questi personaggi come modelli?

Abbiamo già avuto modo di affermare che i patriarchi, con la sola esclusione di Abramo, non sono modelli esemplari, tutt’altro! Il fatto è che questi racconti parlano di noi. Questi personaggi siamo noi. I loro comportamenti sono i nostri.

Già, ma i nostri comportamenti non finiscono nel Libro dei libri, la Bibbia.

Però questo ci dona un insegnamento molto importante e cioè che Dio non disdegna di avere a che fare con questa gente. Dio è sempre vicino a loro così come è sempre vicino a noi. Dio non lavora solo con i santi, ma prende le persone così come sono e intreccia con loro un cammino… perché diventino sante.

Così, nel brano della presente lettura possiamo vedere come Dio non disdegna di mostrarsi ad un tipaccio come Giacobbe, che altrove abbiamo definito come uno che appena può si impadronisce, uno che sempre furbescamente “arraffa” tutto quello che può fare suo.

NB: la trascrizione corretta del luogo in questione è: Bet-ʽEl ma viene traslitterata anche come Bethel o Betel.

Gen 28,10 «Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran. 11 Capitò così in un luogo /maqom, dove passò la notte, perché il sole era tramontato; prese una pietra in quel luogo /maqom, se la pose come guanciale e si coricò in quel luogo /maqom. 12 Fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa.

13 Ecco JHWH gli stava davanti e disse: «Io sono JHWH, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza. 14 La tua discendenza sarà come la polvere della terra e ti estenderai a occidente e ad oriente, a settentrione e a mezzogiorno. E saranno benedette per te e per la tua discendenza tutte le nazioni della terra.

15 Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto».

16 Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: «Certo, il Signore è in questo luogo / maqom e io non lo sapevo». 17 Ebbe timore / paura / e disse: «Quanto è tremendo questo luogo / maqom! Questa è proprio la “casa di Dio” / Bet-ʽEl, questa è la porta del cielo». 18 Alla mattina presto Giacobbe si alzò, prese la pietra che si era posta come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità. 19 E chiamò quel luogo / maqom Bet-ʽEl, mentre prima di allora la città si chiamava Luz. 20 Giacobbe fece questo voto: «Se Dio sarà con me e mi proteggerà in questo viaggio che sto facendo e mi darà pane da mangiare e vesti per coprirmi, 21 se ritornerò sano e salvo alla casa di mio padre, JHWH sarà il mio Dio. 22 Questa pietra, che io ho eretta come stele, sarà una Casa di Dio / Bet-ʽEl; di quanto mi darai io ti offrirò la decima».

La descrizione dei primi due versetti chiarisce subito che il viaggio di Giacobbe è del tutto solitario. Viaggio ben diverso da quello fatto a suo tempo dal servo di Abramo che era andato a Carran per trovare una moglie ad Isacco, il quale, servo, inizia così il suo viaggio:

Gen 24,10 «Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò nel Paese dei due fiumi, alla città di Nacor».

Abbiamo poi visto che questo servo ostenta verso Betuel e Labano le ricchezze del suo padrone offrendo anche doni preziosi per convincere padre e fratello a concedergli di portare Rebecca ad Isacco in Canaan come abbiamo trattato nella Lettura 83.

Invece Giacobbe parte tutto solo, senza alcun dono da portare a Labano, tanto cha all’arrivo dovrà subito mettersi a lavorare.

Se è così, allora il viaggio di Giacobbe è una fuga a tutti gli effetti. E chi viaggiava da solo, in quei tempi, rischiava di non arrivare alla meta.

Nel testo abbiamo evidenziato il termine “luogo” corrispondente all’ebraico “maqom“, vocabolo che identifica un luogo sacro. Il testo ebraico propone tre ripetizioni all’inizio e tre alla fine per sottolinearne l’importanza.

LA STORIA DI BETEL

Avevamo già incontrato Bet-ʽEl alla lettura 55 a riguardo di Abramo:

Gen 12,8 «Di là passò sulle montagne a oriente di Bet-ʽEl e piantò la tenda, avendo Bet-ʽEl ad occidente e Ai ad oriente. Lì costruì un altare a JHWH e invocò il nome di JHWH. 9 Poi Abram levò la tenda per accamparsi nel Negheb».

Quindi nei pressi di Bet-ʽEl esisteva già un altare edificato da Abramo. Ma dobbiamo tenere conto che i testi che riguardano Giacobbe sono più antichi di quelli che narrano di Abramo.

Secondo gli studiosi il sogno di Giacobbe mette insieme due tradizioni: la “visione della Scala” e “l’apparizione di Dio”. Ma riteniamo che il testo così strutturato contiene un significato più che sensato.

Il santuario di Bethel ha una lunga storia che merita di essere conosciuta.

Anzitutto esisteva un santuario preisraelitico in cui si adorava una dea di nome Bethel e gli scavi archeologici mostrano che il luogo esisteva già nell’età del bronzo tra il 2000 e il 1600 a. C.

Il profeta Amos, intorno al 900 a.C., conosce questa dea adorata a Bethel e così scrive

Am 5, 4 «Poiché così dice il Signore alla casa d’Israele: / Cercate me e vivrete!

5 Non rivolgetevi a Betel, / non andate a Gàlgala, / non passate a Bersabea,

perché Gàlgala andrà tutta in esilio / e Betel sarà ridotta al nulla».

Il santuario diventa celebre al tempo della divisione di Israele in due stati: Regno di Israele al Nord e Regno di Giuda al Sud. Poiché dopo la costruzione del Tempio all’epoca di Salomone, il culto era stato concentrato solo a Gerusalemme e i vari santuari sparsi per il paese soppressi, il regno del Nord avrebbe visto i suoi abitanti andare avanti e indietro per l’antica capitale.

Per evitare questo il Geroboamo primo re del Regno del Nord costruisce due vitelli d’oro e ne pone uno nel santuario di Dan e l’altro a Bethel. A questo punto il santuario di Bethel diventa il più importante del regno del Nord che comprendeva la maggior parte degli israeliti poiché la popolazione del regno di Giuda era composta da quattro gatti.

Tutto questo è raccontato dettagliatamente in 1 Re 12.

LA PIETRA

Il mondo antico pullulava di pietre sacre. Bastava una grande pietra fuori dal comune con forme particolari che assomigliassero ad un animale, ad un uomo o parti esso, perché diventasse una divinità o luogo di manifestazione di qualche dio o spirito benigno o maligno che fosse.

Però anche noi non dobbiamo fare tanto gli spiritosi perché le nostre montagne, nei punto strategici, sono piene di “coppelle”: scavi circolari nella roccia in cui poter collocare offerte solide o liquide che fossero; forse le riempivano d’olio per poi bruciarlo. Poi, non dobbiamo dimenticare tutte quelle rocce nella quali i resti fossili di antiche conchiglie hanno lasciato l’impronta simile a quelle delle zampe di capra, per dire che li si era manifestato il diavolo o qualche altra divinità come il mitico dio Pan che, come tutti sanno, aveva zampe di capra e orecchie d’asino che copriva con un cappuccio rosso, ed era presente un tutta l’area mediterranea; sostituito poi, in epoca cristiana, dal diavolo.

Quindi non ci dobbiamo meravigliare se anche Israele avesse la sua “pietra sacra”. E chiariamo subito che “pietra sacra” non significa ch’essa fosse una divinità, ma solo che in quel luogo /maqom si era manifestato Dio. Infatti questa pietra non è considerata una divinità, ma viene “consacrata” a Dio attraverso il rito dell’unzione. Il gesto che compie Giacobbe verso quella pietra; ed è la prima volta che nella Bibbia troviamo questo rito, ma molto probabilmente era un uso preisraelitico.

Nel seguito troviamo che in Israele venivano unti i sacerdoti, i re. I profeti, ad eccezione di Eliseo, non sono unti, perché sono ritenuti unti direttamente da Dio… anche se non si vede olio nei dintorni.

Il rito è passato anche nel cristianesimo; basti ricordare la cresima (e altri sacramenti) parola che deriva dal greco xrisma. L’Unto per eccellenza è Xristos: Cristo, in ebraico: Messia.

Questo gesto compiuto da Giacobbe dovrebbe ricordare ai suoi discendenti che le pietre non sono divinità, né amuleti. Tuttavia il fatto che il Levitico ed altri libri pongano il divieto di costruire stele o lapidi con o senza immagini, rivela che forme idolatriche verso pietre fossero praticate alla grande.

Lv 26,1 «Non vi farete idoli, né vi erigerete immagini scolpite o stele, né permetterete che nel vostro paese vi sia pietra ornata di figure, per prostrarvi davanti ad essa; poiché io sono JHWH vostro Dio».

Tuttavia nella Bibbia in diversi passi troviamo la costruzione di dodici stele, ma soltanto per fare memoria delle dodici tribù che componevano il popolo, per cui in quei casi non c’è nulla da adorare.

Sarebbe interessante sviluppare l’uso del termine “pietra” nella Bibbia, ma andremmo fuori tema.

Vogliamo solo ricordare che i profeti useranno questo nome per indicare la durezza del cuore: la sclerocardia.

IL SOGNO

Ogni sogno avviene in un tempo sottratto alla volontà dell’uomo e gli antichi ritenevano che fosse uno spazio disponibile alle divinità buone o malvagie che fossero per manifestare la loro volontà. Nell’Antico Oriente, le tavolette ugaritiche hanno permesso di conoscere i riti di “incubazione”. Il fedele si reca in un tempio o in uno spazio sacro e lì dorme, magari con l’aiuto di droghe, nell’attesa che la divinità riveli la sua volontà durante il sonno.

Questo rito lo compie anche Salomone quando appena diventato re deve decidere se costruire il tempio di Gerusalemme, così si reca nel santuario di Gabaon per assoggettarsi ad un rito di incubazione.

1 Re 3,2 «Il popolo allora offriva sacrifici sulle alture, perché ancora non era stato costruito un tempio in onore del nome di JHWH. 3 Salomone amava JHWH e nella sua condotta seguiva i principi di Davide suo padre; solamente offriva sacrifici e bruciava incenso sulle alture.

4 Il re andò a Gàbaon per offrirvi sacrifici perché ivi sorgeva la più grande altura. Su quell’altare Salomone offrì mille olocausti. 5 In Gàbaon JHWH apparve a Salomone in sogno durante la notte e gli disse: «Chiedimi ciò che io devo concederti».

È quello che per certi versi accade senza volerlo a Giacobbe, il nostro viandante fuggiasco che dispone solo di una pietra su cui posare il capo per passarvi la notte. Quindi qui non c’è alcun rito di incubazione, ma solo la stanchezza per una fuga precipitosa.

È chiaro che noi riteniamo che i sogni abbiano un’altra origine, ma non dobbiamo scandalizzarci di questo, perché Dio usa gli strumenti disponibili per accedere a noi. Se noi riteniamo che i sogni non siano strumenti adatti, stiamo tranquilli che Dio troverà altri modi per raggiungerci. Ma Giacobbe e Salomone non la pensavano come noi perché non conoscevano Freud e compagni.

Il contenuto del sogno è in chiara polemica con la Ziqqurat babilonese. Queste costruzioni erano fatte di sette gradoni collegati tra loro da una scala in parte esterna e in parte interna.

Ora Babilonia significa: “Porta degli dèi” e la costruzione in cima alla ziqqurat era la “Casa del dio o degli dèi” e Giacobbe sogna una scala che poggia lì dove lui sta dormendo e raggiunge il cielo quindi una scala che supera in altezza ogni costruzione umana. Roba che fa impallidire ogni ziqqurat e la stessa famosa Torre di Babele (Gen 11 Lettura 49).

Quindi non a Babilonia, ma a Bet-ʽEl c’è la “porta di Dio“. Non le ziqqurat sono le scale portano in cielo, ma la scala che poggia a Bet-ʽEl porta alla “Casa di Dio“.

L’APPARIZIONE DI DIO

Alla visione ora si associa un esperienza mistica: Dio gli sta davanti e gli parla.

Dio si presenta a lui come Dio dei Padri: Abramo e Isacco.

Nella prima parte della rivelazione gli sono riproposte le stesse promesse fatte a suo tempo ad Abramo e poi ad Isacco: 1- una discendenza numerosa e 2- il possesso della Terra.

Nella seconda parte gli è assicurata una particolare protezione per l’attualità, la realtà che sta vivendo: il suo essere ramingo verso una terra sconosciuta per andare da dei parenti mai visti, senza sapere se e come lo accoglieranno.

Dio gli promette che non lo abbandonerà. Un’assicurazione che però dovrà essere confermata dai fatti. Ma Giacobbe non conosce questo Dio, del quale, lo ripetiamo ancora una volta, nessuno ancora sa il nome, perché non l’ha ancora rivelato.

LA REAZIONE DI GIACOBBE

Ovviamente la reazione del nostro Patriarca può avvenire soltanto dopo il suo risveglio.

Abbiamo la formulazione di un voto e cioè che se tutto andrà bene pagherà una decima, che tuttavia è condizionata dal suo futuro, cioè dal suo ritorno sano e salvo alla casa paterna.

Però la cosa che più ci interessa è come Giacobbe ha avvertito qualcosa di particolare in quel luogo, che riconosce capace di infondere “paura e timore” che nel testo ebraico suona: “Norah” traducibile come “tremendo“.

È uno dei due verbi che caratterizzano l’esperienza mistica che manteniamo in latino: “fascinans e tremendum“.

Cerchiamo di spiegare in modo semplice l’argomento. Quando un essere umano si trova “al sicuro” di fronte a certi spettacoli della natura come un’eruzione vulcanica, una mareggiata, certi temporali, una valanga ed altri fenomeni analoghi è attanagliato, rapito, diremmo, contro la sua volontà, quasi paralizzato a guardare l’evento.

È esattamente il caso in cui, per dirla con Kant, la “ragione pura“, cioè il cervello e la “ragione pratica“, cioè la coscienza e la legge morale non riescono più ad intervenire perché sono come paralizzate.

L’interessato allora è preso da due sentimenti contrastanti: una paura paralizzante e nello stesso tempo dal fascino altrettanto paralizzante per quello che sta guardando.

Ora, questi sentimenti sono provati anche da coloro che fanno esperienza mistica del divino e si sentono rapiti verso altri luoghi.

Probabilmente anche Giacobbe ha fatto un’esperienza di questo tipo e ne attribuisce il merito al luogo / maqom, ma l’attenzione di tutti coloro che hanno compreso questo testo sono stati attratti più che dal luogo, ma dalla “scala” intesa come “via mistica” per giungere alla visione di Dio.

In questo senso il tema della “Scala di Giacobbe” o del “Sogno di Giacobbe” è stato esplorato già dagli antichi Padri della chiesa per trasformare il simbolo della scala come emblema della ascesi spirituale.

Tra essi possiamo ricordare san Girolamo, san Gregorio Nazianzeno. Tra quelli moderni uno per tutti: san Giovanni della Croce, nel suo: Salita al monte Carmelo.

A questo racconto si sono ispirati moltissimi pittori le cui opere che possono essere viste digitando in internet: “Sogno di Giacobbe” o “Scala di Giacobbe” e questo dice l’importanza che ha avuto questo sogno.

Non possiamo dire cosa pensano gli psicoanalisti di questo sogno, ma a più di 3.500 anni di distanza ne stiamo ancora parlando.