Lettura 9 Mc 1,9- 11 Il battesimo di Gesù

Mc 1,9 In quei giorni Gesù venne da Nazaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. 10 E, uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere dentro / eis di lui come una colomba. 11 E si sentì una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

Il brano è brevissimo ma ci sono diversi punto su cui riflettere.

Nazareth di Galilea

Marco ritiene necessario dire che Gesù viene dalla Galilea. Questa regione è quella che si trova più a Nord di Israele, la più lontana da Gerusalemme, popolata da molti pagani che vivono mescolati con gli ebrei.

Matteo valuta così la Galilea, riprendendo un brano di Isaia 8:

Mt4,15 Il paese di Zàbulon e il paese di Nèftali, / sulla via del mare, al di là del Giordano,/ Galilea delle genti; 16 il popolo immerso nelle tenebre / ha visto una grande luce;

su quelli che dimoravano in terra e ombra di morte / una luce si è levata.

Intorno al 730 a. C il Regno del nord era stato conquistato dagli assiri che secondo il loro costume disperdevano i popoli vinti in tutte le regioni del loro impero per impedire possibili rivolte. Così gli ebrei residenti anche in Galilea vennero deportati e nella regione si insediarono molti stranieri. Per i Giudei la Galilea era un terra lontana e i suoi abitanti religiosamente poco affidabili perché troppo mescolati con i gentili, i gojm. Interessante notare che due apostoli di Gesù hanno nomi greci: Andrea e Filippo. In molti passi dei vangeli quando si parla di Gesù di Nazareth l’apposizione della provenienza ha un significato dispregiativo.

Allora la sottolineatura di Marco vuole indicare che Gesù viene da una terra marginale, da una periferia. Invece un messia serio avrebbe dovuto essere di Gerusalemme, estratto dalla classe dirigente e cresciuto nelle scuole più rinomate. Al contrario di Gesù non si sa niente, soltanto che viene dalla Galilea. Un biglietto da visita scadente.

Gesù viene a farsi battezzare ma il nostro testo non spiega il significato di questo battesimo, cosa che farà Matteo, tuttavia questo evento mostra l’identità del battezzato.

Per la prima comunità cristiana questo battesimo del Messia è un problema perché pone il Salvatore in fila con tutti i peccatori. Questo vuol dire che l’evento è storicamente sicuro. Anche perché lo riportano i tre sinottici e indirettamente anche Giovanni.

Comunque questo essersi messo in fila con i peccatori sminuisce la figura del Messia agli occhi degli oppositori, ma chi ha compreso il suo stile, si rende conto che Gesù si accoda «non perché sia peccatore, ma perché si sente responsabile dei peccati che ci sono» (B. Maggioni). E anche in questo caso siamo sfiorati dall’ombra della croce.

Il battesimo coinvolge tre elementi fondamentali: 1- apertura dei cieli; 2- discesa dello Spirito; 3 voce dal cielo.

1- apertura dei cieli

Se i cieli si sono aperti è perché prima si erano chiusi. Possiamo identificare questa chiusura nella figura dei cherubini posti a guardia del Giardino dopo il peccato della prima coppia.

Gn 3,24 Scacciò l’uomo e pose ad oriente del giardino di Eden i cherubini e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita.

È questa chiusura dei cieli che fa sgorgare l’invocazione di molti giusti, salmisti e profeti perché i cieli si aprano.

Non possiamo tralasciare:

Is 45,8 «Stillate, cieli, dall’alto / e le nubi facciano piovere la giustizia; /

si apra la terra / e produca la salvezza / e germogli insieme la giustizia».

Un brano confluito poi nella preghiera cristiana del tempo di Avvento: « Rorate Cœli desúper, / Et nubes plúant justum», nel quale la giustizia è diventato il “Giusto”.

In un altro passo ancora Isaia non si accontenta della semplice apertura, ma invoca lo squarciamento dei cieli:

Is 63,19 «Se tu squarciassi i cieli e scendessi! / Davanti a te sussulterebbero i monti.

È pur vero che in diverse visioni ricevute da alcuni personaggi (Is 6; Ez 1) si parla di “apertura dei cieli”, ma è sempre per permettere di vedere su, non c’è mai qualcosa che scende.

Ad ogni modo tutte le volte che succede qualcosa del genere abbiamo a che fare con una “rivelazione”, in greco “apocalisse”. Allora anche nel nostro brano siamo in presenza di una Rivelazione / Apocalisse.

2- discesa dello Spirito

Quello che qui discende è lo Spirito. E scende “come” una colomba e dobbiamo sottolineare: “come”.

Il “come” indica una modalità, non una forma. Nessuno lì ha visto una colomba scendere dall’alto.

Ora, la colomba, siamo tutti pronti a sostenerlo, è simbolo della pace: il rimando al racconto di Noè e del diluvio è inevitabile (Gn 6-9) e l’idea è pertinente. Però c’è un altro significato che ci sembra interpretare meglio la figura dello Spirito.

“Colomba”, in ebraico “yonah”, da cui Giona, il profeta capriccioso, è un termine che diversi profeti hanno usato per indicare l’atteggiamento instabile e capriccioso di Israele. Quindi la colomba, anche per Marco, era segno di instabilità perché essa va improvvisamente di qua e di là senza che tu possa fare previsioni.

A ben vedere anche l’incontro notturno di Nicodemo con Gesù, del vangelo di Giovanni alimenta questa comprensione a proposito dello Spirito. Gesù risponde a Nicodemo dicendo, tra l’altro:

Gv 3,6 «Quel che è nato dalla carne è carne e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. 7 Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. 8 Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Cioè, Giovanni usa il vento per suggerire come si muove chi è stato raggiunto dallo Spirito. È un’idea molto vicina a quella della colomba.

Se è così, allora lo Spirito è una realtà della quale non puoi appropriarti, non dipende dalla tua volontà, non puoi impedirGli di raggiungere l’altro, fosse anche il tuo peggior nemico e se fai un muro, Lui è subito anche dall’altra parte… perché Lui è assolutamente libero. Tu puoi soltanto “invocarLo”.

3- La voce dal cielo

L’infusione dello Spirito in tutto l’Antico Testamento avviene per una missione come nel caso del Servo di JHWH:

Is42,1 «Ecco il mio servo che io sostengo, / il mio eletto di cui mi compiaccio.

Ho posto il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle nazioni».

Nel nostro caso però non viene affidata alcuna missione. Però viene manifestata l’identità:

«Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».

La voce dal cielo rivela chi è Gesù: Egli è il Figlio amato.

La comunità di Marco sa già cosa questo vuol dire, ma per quelli che erano lì, intorno al Giordano, è una rivelazione sconcertante, perché questo “Figlio di Dio” comunque fosse inteso è riferito a “un signor nessuno” che viene da Nazareth di Galilea! Due aspetti che fanno a pugni tra loro. E questo per gli astanti è scandaloso.

Ma abbiamo già detto che Marco rifugge da una teologia della gloria seguendo piuttosto la teologia della croce.

D’accordo con le cristologie attuali possiamo pensare che questa rivelazione fosse destinata anche a Gesù.

Per dirla con linguaggio scorretto: “Gesù non nasce imparato”! Egli in quanto “vero uomo” deve faticosamente imparare, non solo quello che imparano tutti i bambini, ma in aggiunta deve coltivare la particolare relazione esistente con Dio attraverso ciò che accade in lui e attorno a lui per mezzo suo.

Anche lui, come noi, deve vivere di fede in continuo ascolto del Padre.

E infatti di tanto in tanto pianta lì tutti e si ritira da solo a pregare.

Se è così questa voce dal cielo, oltre a dirgli chi è, segna la sua investitura per una missione il cui senso si dispiega strada facendo