Lettura 88 Gen 25,27- 34 La vendita della primogenitura
Nella precedente lettura abbiamo esaminato le remote radici del conflitto tra Esaù e Giacobbe, più che altro i segni premonitori. Nella lettura presente possiamo constatare che il conflitto tra i due inizia con un gesto apparentemente banale, ma che più tardi farà naufragare la fraternità tra i due e costringerà Giacobbe alla fuga.
Gen 27,27 «I ragazzi crebbero ed Esaù divenne uomo esperto nella caccia, un uomo della steppa, e Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende. 28 Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di suo gusto, mentre Rebecca prediligeva Giacobbe.
29 Una volta Giacobbe aveva cotto una zuppa; e venne Esaù dalla campagna ed era sfinito. 30 Disse a Giacobbe: «Lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa, [letteralmente: del rosso di questo rosso /edom ] perché io sono sfinito». Per questo fu chiamato Edom / Rosso. 31 Giacobbe disse: «Vendimi subito la tua primogenitura». 32 Rispose Esaù: «Ecco sto morendo: a che mi serve allora la primogenitura?». 33 Giacobbe allora disse: «Giuramelo subito». Quegli lo giurò e vendette la primogenitura a Giacobbe. 34 Giacobbe diede ad Esaù il pane e la minestra di lenticchie; questi mangiò e bevve, poi si alzò e se ne andò. A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura».
Un racconto del genere calato nella nostra cultura non appare altro che un gioco di ragazzi, una bambinata. Se invece lo riportiamo alle condizioni epocali, intorno al 1700 a. C. allora dobbiamo cercare di individuare come si vivesse nella Palestina di quel tempo.
Anzitutto, solo in piccola parte era stata adattata all’agricoltura, c’erano pascoli e molte foreste. Questo significa che non tutti gli abitanti di quei tempi vivessero dei prodotti dei campi, ma c’erano molti altri, forse la maggioranza che viveva grazie ai prodotti delle greggi e delle mandrie. Un’altra parte, si nutriva ancora, dei prodotti della caccia. “Ancora”, perché gli stadi di sviluppo dell’alimentazione umana vedono ai primordi l’uomo cacciatore raccoglitore, poi il passaggio abbastanza lungo alla domesticazione di animali e specie agricole.
Rispetto alle altre due forme di sostentamento l’agricoltura consente di conservare le sue eccedenze per lungo tempo permettendo di superare i periodi di crisi. Si tratta delle riserve alimentari che per la pastorizia non sempre sono possibili. Addirittura prossime allo zero per l’uomo raccoglitore e cacciatore. Inoltre animali e frutti non sono lì ad aspettare che tu arrivi… e ne devi fare di strada prima di catturare un animale che, magari, stai inseguendo da più giorni. Vale a dire: non tutti i giorni riesci a mettere nello stomaco le calorie necessarie a stare in piedi.
Venendo al nostro testo comprendiamo che i due “ragazzi” si erano fatti uomini: Esaù era diventato uomo dei boschi e viveva soprattutto della caccia; il testo lo definisce “uomo della steppa”, quindi abituato ad una vita rude, senza fissa dimora e, sembra di capire che dormisse all’aperto. Di Giacobbe invece viene specificato che “dimorava sotto le tende“. Quindi nomade, al seguito delle greggi, che conduceva dove potessero trovare sempre erba ed acqua. La vita e la fecondità di un gregge o di una mandria sono direttamente proporzionali alla capacità, sapienza ed esperienza del suo pastore. Questi deve essere in grado di condurre i suoi animali laddove si possano trovare erba ed acqua in ogni tempo, scegliendo opportunamente quelli da sfruttare al variare delle stagioni. La vita del gregge dipende dal pastore e la vita del pastore dipende dal gregge.
Se questo è l’ambiente in cui si svolge il nostro racconto allora possiamo dire che Esaù, tornato da una battuta di caccia a mani vuote, si era rivolto al fratello per avere del cibo. Così appare la meschinità di Giacobbe che non è disposto a sfamarlo se non a fronte di una contropartita significativa. Così non ci troviamo di fronte ad un litigio tra bambini.
Il risultato è che in questo scontro la fraternità va ramengo!
Il redattore, che evidentemente fa il tifo per Giacobbe, riporta la battuta di Esaù che minimizza il significato e il peso della primogenitura.
Quelle premesse alla nascita del conflitto che avevamo visto nella lettura precedente così si aggravano.
Ma non basta. Alla nascente tensione tra i due fratelli si aggiungono anche le preferenze dei genitori.
Ovviamente restiamo perplessi nel venire a sapere il motivo della preferenza verso Esaù da parte di Isacco, ma viene taciuto il motivo della preferenza accordata da Rebecca a Giacobbe.
Anche queste preferenze approfondiscono la separazione e il conflitto tra i due fratelli, che con il passare del tempo si aggrava, come vedremo, propiziato dai genitori soprattutto da Rebecca.
Per quanto riguarda il famoso piatto di lenticchie abbiamo cercato di seguire il testo ebraico che parla di una “minestra rossa”, che probabilmente si tratta di un’altra tradizione, un’eziologia, che spiega il nome di Edom (rosso) dato ad Esaù e di Edomiti ai suoi discendenti.
Ora, Westermann suggerisce di non fare valutazioni morali a riguardo di questi rapporti interfamiliari.
Possiamo essere d’accordo che la nostra morale non coincida con quella di persone vissute 3700 anni fa, ma nemmeno possiamo assumerli come esempi perché sono personaggi biblici.
Però questo ci dice, ancora una volta, che Dio non si rivolge a uomini perfetti, ma a quelli che ci sono: ieri come oggi. L’uomo “normale” e sottolineiamo “normale”, è la materia con la quale Dio costruisce il Suo Regno.
Lui è il costruttore del “suo” il Regno.
Noi non siamo né costruttori né padroni del Regno, ma solo membri di esso per effetto dell’amore colmo di misericordia che Dio ha continuamente per noi.