Lettura 82 Gen 24,1-10 Una moglie per Isacco, preparativi

Gen 24:1 «Abramo era ormai vecchio, avanti negli anni, e JHWH lo aveva benedetto in ogni cosa. 2 Allora Abramo disse al suo servo, il più anziano della sua casa, che aveva potere su tutti i suoi beni: «Metti la mano sotto la mia coscia 3 e ti farò giurare per JHWH, Dio del cielo e Dio della terra, che non prenderai per mio figlio una moglie tra le figlie dei Cananei, in mezzo ai quali abito, 4 ma che andrai al mio paese, nella mia patria, a scegliere una moglie per mio figlio Isacco». 5 Gli disse il servo: «Se la donna non mi vuol seguire in questo paese, dovrò forse ricondurre tuo figlio al paese da cui tu sei uscito?». 6 Gli rispose Abramo: «Guardati dal ricondurre là mio figlio! 7 JHWH, Dio del cielo e Dio della terra, che mi ha tolto dalla casa di mio padre e dal mio paese natio, che mi ha parlato e mi ha giurato: Alla tua discendenza darò questo paese, Egli stesso manderà il suo angelo davanti a te, perché tu possa prendere di là una moglie per il mio figlio. 8 Se la donna non vorrà seguirti, allora sarai libero dal giuramento a me fatto; ma non devi ricondurre là il mio figlio».

9 Allora il servo mise la mano sotto la coscia di Abramo, suo padrone, e gli prestò giuramento riguardo a questa cosa. 10 Il servo prese dieci cammelli del suo padrone e, portando ogni sorta di cose preziose del suo padrone, si mise in viaggio e andò nel Paese dei due fiumi, alla città di Nacor».

Il racconto del capitolo 24 è il più lungo di tutto il libro di Genesi. Questa prima parte, che prepara il viaggio verso la Mesopotamia è molto densa di significati, mentre la seconda parte, che vedremo nella prossima lettura, la troveremo molto narrativa, quasi una novella.

La prima annotazione è che Abramo è molto avanti negli anni e Isacco, il figlio della Promessa, non è ancora sposato per cui la discendenza è in pericolo. Così affida al servo più affidabile, il compito di trovargli una moglie. Avvertiamo dal modo in cui parla che egli ha il timore di non vedere il matrimonio del figlio e infatti non si parlerà mai di un incontro tra Rebecca ed Abramo.

Sono molto espliciti gli imperativi che riguardano la futura moglie per Isacco:

• «andrai al mio paese, nella mia patria», quindi una donna del «Paese dei due fiumi, nella città di Nacor», esattamente il luogo in cui si recherà il servo.

• La moglie non sarà presa tra le figlie dei cananei. Questo è un imperativo categorico e vedremo il perché.

• Inoltre «Guardati dal ricondurre là mio figlio!», vale a dire che Isacco non può recarsi in Mesopotamia. Abramo ha il timore che se il figlio vedesse una civiltà così avanzata, la più evoluta di quel tempo, non tornerebbe più in Canaan e la Promessa del possesso di questa terra alla sua discendenza sarebbe vanificata.

Nell’insieme del testo ci rendiamo conto che la spedizione del servo nella Terra dei due fiumi è sotto il segno della precarietà e tutte le condizioni poste da Abramo non fanno altro che evidenziarla.

Il successo dell’impresa è in qualche modo affidato a Dio che dovrà aiutare la spedizione perché la Promessa di una discendenza possa avverarsi.

Il giuramento fatto nel nome di JHWH «Dio del cielo e della terra» rivela che questo racconto è alquanto tardo; sicuramente redatto dopo l’Esilio babilonese. Infatti nella Lettura 4 abbiamo mostrato che gli ebrei hanno guadagnato l’idea di “JHWH creatore e signore del cielo e della terra” solo dopo l’esilio babilonese, cioè tra il 500 e il 400 a. C. Del resto, nei racconti dei patriarchi, questo appellativo di Dio appare solo in questo capitolo.

Ciò non toglie che la formulazione originale sia molto antica e lo deduciamo, ad esempio, dalla modalità in cui viene eseguito il giuramento: la mano sotto la coscia. La quale coscia è un eufemismo che allude ai genitali. Questi anticamente erano ritenuti sacri perché destinati a tramandare la vita, ma già al tempo dell’Israele maturo se n’era perduto il significato e non era più usato.

Tuttavia non siamo in grado di dire quali siano le parti originali del racconto e quali gli adattamenti fatti dalle redazioni successive per adattarlo ai loro contemporanei.

Sotto questo punto di vista ci possono illuminare alcuni capitoli del libro di Esdra che anzitutto richiede di essere storicamente contestualizzato.

Nel 539 a.C. Ciro il Grande, con un’abile politica religiosa, senza fare una guerra, diventa signore di Babilonia e nuovo imperatore e così nasce l’Impero Persiano. Un anno dopo nel 538 a.C. concede agli ebrei esiliati in Mesopotamia, di ritornare in Giudea e ricostruire il Tempio di Gerusalemme. Per l’opposizione dei popoli vicini e soprattutto dei samaritani la costruzione subisce ritardi, ma riesce ad essere terminata nel 515 a.C., anche perché la costruzione avviene su ordine dell’Imperatore stesso. Già da questo comprendiamo che la politica di Ciro è quella di assicurarsi il controllo politico e commerciale dell’area palestinese, che oltretutto permette uno sbocco sul Mediterraneo.

In questo periodo la Giudea viene governato da una successione di personaggi ebrei inviati da Babilonia come governatori.

Così nel 458 a. C. viene inviato a Gerusalemme uno scriba, Esdra, con il compito di fare applicare la Legge di Mosè, la Torah, riconosciuta dall’Imperatore come legge dello stato. L’attività di Esdra a Gerusalemme è riportata nella Bibbia e raccontata nel libro di Esdra e in quello di Neemia.

La parte che ci interessa, perché legata al brano di Genesi che stiamo esaminando, sono i capitoli 9 e 10, che, al solito, raccomandiamo di leggere integralmente. Qui riportiamo i passaggi che ci riguardano.

Anzitutto Esdra si rende conto che la causa della distruzione di Gerusalemme (585 a.C.) è dovuta ai peccati commessi dai suoi abitanti.

Esd 9,10 «Ma ora, che dire, Dio nostro, dopo questo? Poiché abbiamo abbandonato i tuoi comandi 11 che tu avevi dato per mezzo dei tuoi servi, i profeti, dicendo: Il paese di cui voi andate a prendere il possesso [Canaan] è un paese immondo, per l’immondezza dei popoli indigeni, per le nefandezze di cui l’hanno colmato da un capo all’altro con le loro impurità. 12 Per questo non dovete dare le vostre figlie ai loro figli, né prendere le loro figlie per i vostri figli; non dovrete mai contribuire alla loro prosperità e al loro benessere, così diventerete forti voi e potrete mangiare i beni del paese e lasciare un’eredità ai vostri figli per sempre. 13 Dopo ciò che è venuto su di noi [l’esilio] a causa delle nostre cattive azioni e per la nostra grande colpevolezza, benché tu, Dio nostro, ci abbia punito meno di quanto meritavano le nostre colpe e ci abbia concesso di formare questo gruppo di superstiti, 14 potremmo forse noi tornare a violare i tuoi comandi e a imparentarci con questi popoli abominevoli? Non ti adireresti contro di noi fino a sterminarci, senza lasciare resto né superstite? 15 JHWH, Dio di Israele, per la tua bontà è rimasto di noi oggi un gruppo di superstiti: eccoci davanti a te con la nostra colpevolezza. Ma a causa di essa non possiamo resistere alla tua presenza!».

Esd 10:1 Mentre Esdra pregava e faceva questa confessione piangendo, prostrato davanti alla casa di Dio, si riunì intorno a lui un’assemblea molto numerosa d’Israeliti, uomini, donne e fanciulli, e il popolo piangeva dirottamente. 2 Allora Secania, figlio di Iechièl, uno dei figli di Elam, prese la parola e disse a Esdra: «Noi siamo stati infedeli verso il nostro Dio, sposando donne straniere, prese dalle popolazioni del luogo. Orbene: c’è ancora una speranza per Israele nonostante ciò. 3 Ora noi facciamo questa alleanza davanti al nostro Dio: rimanderemo tutte queste donne e i figli nati da esse, secondo il tuo consiglio, mio signore, e il consiglio di quelli che tremano davanti al comando del nostro Dio. Si farà secondo la legge! 4 Alzati, perché a te è affidato questo compito; noi saremo con te; sii forte e mettiti all’opera!». 5 Allora Esdra si alzò e fece giurare ai capi dei sacerdoti e dei leviti e a tutto Israele che avrebbero agito secondo quelle parole; essi giurarono. 6 Esdra allora, alzatosi davanti alla casa di Dio, andò nella camera di Giovanni, figlio di Eliasib. Là egli passò la notte, senza prendere cibo né bere acqua, perché era in lutto a causa dell’infedeltà dei rimpatriati».

Il testo prosegue con l’elenco delle famiglie le cui mogli erano straniere e, di conseguenza, mogli e figli vengono rimandati. “Rimandati” non solo in Canaan, ma anche in Mesopotamia perché si tratta di rimpatriati provenienti da quella regione.

Come mai una durezza così inumana?

Questa gente rientrata in Giudea, ma sarebbe più corretto dire che stiamo parlando dei figli e dei nipoti degli esiliati perché dopo più di settant’anni… Questa gente si rende conto che non c’è più un re, il territorio non è più Regno d’Israele, ma una minuscola provincia del grande Impero Persiano, e governati da un emissario dell’impero pur se ebreo. A loro non restano che tre elementi fondamentali per differenziarsi dagli altri popoli: la Legge, il Tempio e nuovo elemento: la stirpe. D’ora in poi non potranno neanche più sognarsi di combinare matrimoni con donne straniere, perché la discendenza sarebbe inquinata ed eliminata dal paese. Oggi parleremmo di razzismo!

Ora, se il redattore finale è nutrito da queste comprensioni si capisce come possa avere inserito nel racconto originale proveniente dalla tradizione abramitica quella durezza e meticolosità che abbiamo rilevato nelle raccomandazioni consegnate da Abramo al servo inviato nel paese di Nacor a trovare una moglie per Isacco.

E comunque Abramo, per tutti gli ebrei che leggono il nostro brano, darebbe un’indicazione precisa a riguardo dei matrimoni: nessun matrimonio misto con donne straniere.

Tutto qui?

Contemporaneo al testo di Esdra, secolo più secolo meno quanto a redazione finale, abbiamo il libro di Rut la moabita. Questa donna appunto nata nel paese di Moab e trasferitasi a Betlemme, sposerà un ricco possidente del luogo, Booz. Da Booz e Rut nascerà Obed, che a sua volta metterà al mondo Jesse, il padre di Davide, il grande re di Israele. Quindi la bisnonna di Davide era figlia di un altro popolo.

Due testi in tensione tra di loro.

Come sempre la Bibbia ci costringe a pensare!