Lettura 81 Mc 12, 13- 17 Terza controversia: l’immagine di Cesare

Mc 12,13 «Gli mandarono però alcuni farisei ed erodiani per coglierlo in fallo nel discorso. 14 E venuti, quelli gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non ti curi di nessuno; infatti non guardi in faccia /prosōpon agli uomini, ma secondo verità insegni la via di Dio. È lecito o no dare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare o no?». 15 Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia / upokrisin, disse: «Perché mi tentate? Portatemi un denaro perché io lo veda/idō ». 16 Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Di chi è questa immagine/eikōn e l’iscrizione?». Gli risposero: «Di Cesare». 17 Gesù disse loro: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». E rimasero ammirati di lui».

Se leggiamo questo brano pensando al rapporto tra autorità civile ed autorità religiosa saremmo fuori strada perché si tratta di tematiche che sarebbero sorte secoli dopo. Dobbiamo perciò fare lo sforzo di contestualizzare il testo.

Gli ebrei pensavano e volevano uno stato teocratico esattamente come i romani che, sebbene all’inizio avessero istituito una repubblica, venuti a contatto con i paesi del Vicino Oriente finirono per pensare che anche il loro imperatore fosse divino. Tanto che l’epigrafe scritta sulla moneta di cui parla il nostro brano recitava: TIBERIUS CAESAR DIVI AUGUSTI FILIUS AUGUSTUS, cioè: “Tiberio Cesare figlio del divino Augusto, lui stesso Augusto”. Sull’altro lato c’era la scritta: PONTIFEX MAXIMUS: Pontefice Massimo. In altre parole l’Imperatore era assimilato ad un dio e inoltre svolgeva il ruolo di sommo sacerdote della religione romana. Incidentalmente ricordiamo che durante le persecuzioni dei cristiani il segno di lealtà all’Impero era contrassegnato dal gettare un pugno di incenso sul braciere che ardeva davanti all’immagine dell’imperatore. L’incenso era allora l’offerta riservata esclusivamente agli dèi.

Allora lo scontro tra ebrei e romani non era solo politico ma più radicalmente religioso e questo è il retroterra che alimenta la polemica tra coloro che accettano di pagar il tributo a Cesare e quelli che vorrebbero rifiutarlo.

Nel caso in questione dobbiamo ricordare che in Giudea governava un procuratore romano, Ponzio Pilato, mentre in Galilea governava Erode Antipa, figlio di Erode il grande, quello della strage degli innocenti. In realtà Erode Antipa era un re condizionato perché il suo potere gli era stato concesso da Roma, brutalmente, un funzionario romano, quindi gli erodiani, per ovvi motivi politici, sostenevano che si dovesse pagare il tributo a Cesare. Invece i farisei erano decisamente contrari a questa pratica perché di fatto accettava la sottomissione a Roma.

Così vediamo chiaramente che i due gruppi sono disposti a mettersi insieme pur di tendere un tranello a Gesù.

Il nostro testo dice che Gesù riconobbe subito l’ipocrisia dei suoi interlocutori, ma ipokrisin è un termine che possiede diversi significati: recitazione, sostenere una parte, declamazione, istrione, attore.

Allora possiamo dire che questi interlocutori sono ipocriti perché sono “attori” che sostengono la parte che è stata loro assegnata nel conciliabolo con i capi di Gerusalemme.

Il testo richiama anche un altro termine che ha a che fare con il teatro, cioè prosōpon: faccia, aspetto, atteggiamento, figura, maschera, personaggio. Ci interessa “maschera” perché a quel tempo gli attori indossavano sempre una maschera che copriva la faccia.

In definitiva questi interlocutori non si presentano con la loro “faccia”, ma sono “attori” che indossano una “maschera”.

E Gesù compreso al volo le loro reali intenzioni sposta il discorso dalla faccia / maschera a immagine.

Il tema dell’immagine / eikōn viene da molto lontano perché è ciò che collega l’uomo al suo Creatore, Dio, e infatti lo troviamo nel libro di Genesi, e ci riferiamo al termine usato dalla LXX:

Gn1,27 «Dio creò l’uomo a sua immagine (eikōn) ; / a immagine (eikōn) di Dio lo creò; / maschio e femmina li creò».

L’immagine, non è una fotografia e nemmeno un ritratto, ma molto di più; potremmo dire che è l’insieme di visioni, sentimenti, esperienze, storie, incontri, legami affettivi e molto altro ancora, che con una persona abbiamo condiviso.

Se è così, cos’ha in comune la nostra immagine con l’immagine di Dio?

La teologia ha dato molte risposte: l’amore, la relazione, il fatto di essere anche noi faber, la sete di sapere, il bisogno insaziabile di amore, ecc.

In breve la nostra somiglianza con Dio non può essere definita: Lui è indefinibile, ma anche l’uomo è indefinibile.

E tuttavia la fede ci dice che siamo simili: siamo fatti a Sua immagine.

Per contro l’immagine presente sulla moneta, cosa dice di Cesare? Nulla. Proprio un bel niente. Quella moneta vale solo per le cose che con essa posso comprare.

Quindi un rapporto tra queste due immagini è infinitamente sproporzionato.

E quegli interlocutori, attori, presi in contropiede, se ne vanno con la coda tra le gambe.