Lettura 8 Gen 1-1 La settimana della creazione, introduzione

I primi due versetti di Genesi presentano alcuni problemi di traduzione alquanto delicati. In prima battuta usiamo la traduzione della CEI per poi approfondire i significati di alcuni termini.

Gen 1:1 «In principio Dio creò / barah il cielo e la terra. 2 La terra era informe / tohu e deserta / bohu e le tenebre ricoprivano l’abisso / tehom e lo spirito /ruach di Dio aleggiava / rahaf sulle acque».

Il verbo barah viene solitamente tradotto con “creare”, ma questo non significa necessariamente una creazione dal nulla. Noi spesso intendiamo come “creazione” dare vita ad una forma che prima non c’era come per le opere d’arte, ma il contenuto della fede con “creazione dal nulla” intende: fare esistere l’intero universo non avendo a disposizione neanche la materia da cui iniziare.

La Bibbia parla esplicitamente di “creazione dal nulla” solo in testo alquanto tardo:

2Mac 7,28 «Ti scongiuro, figlio, contempla il cielo e la terra, osserva quanto vi è in essi e sappi che Dio li ha fatti non da cose preesistenti; tale è anche l’origine del genere umano».

Possiamo ritenere che l’antico agiografo non possedesse il concetto di “nulla”. Noi stessi quando pensiamo il nulla ci immaginiamo uno spazio vuoto, un abisso senza fondo, ma esso non è nulla, è già “spazio”. Il nulla di fatto non è immaginabile, come recita un detto filosofico: “pensare il nulla e nulla come pensare”. E non pensare è impossibile perché quando pensi, pensi sempre un oggetto. Il nulla non è pensabile.

Quindi barah è semplicemente l’idea di fare esistere una cosa che prima non c’era. Tuttavia questo verbo in tutta la Bibbia ha come soggetto esclusivamente Dio: è soltanto Dio che barah, non c’è alcun uomo o altro soggetto che eserciti questa azione.

Esso appare con numerose ricorrenze nel postesilio soprattutto con il Deutero Isaia, ad esempio:

Is 40,26 «Levate in alto i vostri occhi / e guardate: chi ha creato /barah quegli astri?

Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito / e li chiama tutti per nome;

per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza / non ne manca alcuno […].

28 Non lo sai forse? / Non lo hai udito? / Dio eterno è il Signore, / creatore / barah di tutta la terra. / Egli non si affatica né si stanca, / la sua intelligenza è inscrutabile».

Più raro è l’uso di questo termine nei testi preesilici e in genere vogliono indicare l’emergere di una novità assoluta, in questo caso l’Alleanza di JHWH con il Suo popolo:

Es 34,10 «Il Signore disse: «Ecco io stabilisco un’Alleanza: in presenza di tutto il tuo popolo io farò meraviglie, quali non furono mai creati / barah in tutta la terra e in nessuna nazione: tutto il popolo in mezzo al quale ti trovi vedrà l’opera del Signore, perché terribile è quanto io sto per fare con te».

Tuttavia l’endiade “cielo e terra” che per la cultura del tempo significava “tutto”, ci può portare a pensare che se Dio ha creato “tutto”, prima non c’era niente.

In questo senso ci aiuta il secondo versetto che descrive la terra prima della creazione come tohu e bohu. Una definizione convincente di questi due termini non è disponibile, ma possiamo riferirci alle ricorrenze.

Vediamo tohu

Dt 32,10 «Egli lo trovò in terra deserta /tohu, / in una landa di ululati solitari.

Lo circondò, lo allevò, / lo custodì come pupilla del suo occhio».

Il passo riportato si riferisce all’azione di Dio verso il popolo di Israele. Tohu significa un deserto in cui si avvertono solo ululati solitari; un’immagine di grande squallore e desolazione.

In un brano probabilmente del Deutero Isaia in cui viene già usato il genere apocalittico, è descritto cosa avverrà nel “Giorno del Signore“, quando Egli verrà per compiere ogni giustizia verso il popolo che ha infranto l’Alleanza. Osserviamo tutti i termini negativi che vengono attribuiti alla terra “in quel Giorno“, termini che trovano la conclusione in tohu.

Is 24:1 «Ecco che il Signore spacca la terra, / la squarcia e ne sconvolge la superficie

e ne disperde gli abitanti. […] / 3 Sarà tutta spaccata la terra, / sarà tutta saccheggiata,

perché il Signore ha pronunziato questa parola.

4 È in lutto, languisce la terra; / è squallido, languisce il mondo, / il cielo con la terra perisce.

5 La terra è stata profanata dai suoi abitanti, / perché hanno trasgredito le leggi,

hanno disobbedito al decreto, / hanno infranto l’alleanza eterna.

6 Per questo la maledizione divora la terra, / i suoi abitanti ne scontano la pena;

per questo sono bruciati gli abitanti della terra / e sono rimasti solo pochi uomini.

7 Lugubre è il mosto, la vigna languisce, / gemono tutti.

8 È cessata la gioia dei timpani, / è finito il chiasso dei gaudenti, / è cessata la gioia della cetra.

9 Non si beve più il vino tra i canti, / la bevanda inebriante è amara per chi la beve.

10 È distrutta la città del caos / tohu, / è chiuso l’ingresso di ogni casa».

In breve tutta la desolazione che devasta la terra ha il suo vertice nella città, luogo in cui vivono gli uomini, ridotta a tohu, che la CEI traduce: caos.

Per tornare al nostro testo possiamo dire che l’autore ispirato non possiede il concetto di nulla, ma conosce e cerca di rendere l’idea di cosa non ci sarebbe al posto di quello che c’è, cioè una decreazione.

L’altro termine, bohu, è sempre usato in connessione con tohu e oltre a Gen 1,2 lo ritroviamo solo in altri due casi.

Il giudizio di Dio verso gli edomiti

Is 34,11 «Ne impadroniranno la cornacchia e il riccio, / la civetta e il corvo la abiteranno.

Il Signore stenderà su di essa la misura corda della solitudine /tohu / e la livella del vuoto / bohu».

Una seconda volta lo troviamo nel giudizio contro Giuda alla probabilmente vigilia dell’assedio dei babilonesi.

Ger 4,22 «Stolto è il mio popolo: / non mi conoscono, / sono figli insipienti, / senza intelligenza;

sono esperti nel fare il male, / ma non sanno compiere il bene».

23 Guardai la terra ed ecco solitudine /tohu e vuoto / bohu, / i cieli, e non v’era luce.

24 Guardai i monti ed ecco tremavano / e tutti i colli ondeggiavano. / 25 Guardai ed ecco non c’era nessuno.

e tutti gli uccelli dell’aria erano volati via. / 26 Guardai ed ecco la terra fertile era un deserto

e tutte le sue città erano state distrutte / dal Signore e dalla sua ira ardente».

Abbiamo ritenuto importante riportare una parte dei testi per tentare di rendere plasticamente l’idea della condizione di una regione ridotta a tohu e bohu, tuttavia la lettura di entrambi i capitoli aiuta a rendere l’immagine ancora più vicina allo squallore che gli autori vogliono intendere.

Come se non bastasse questa desolante descrizione con tohu e bohu il testo di Genesi aggiunge le tenebre. Non c’è la luce e non c’è speranza che possa tornare, perché non c’è mai stata; non è ancora stata creata. A loro volta queste tenebre stanno sull’abisso / tehom che può essere il mare, per gli ebrei, popolo del deserto, un elemento del tutto sconosciuto. Ricordiamo che le coste di Israele erano abitate dai fenici e gli ebrei non sono mai stati navigatori. Essi identificavano il mare come simbolo del male. Il libro di Giona è molto chiaro da questo punto di vista.

Certo a noi “abisso” non dice molto perché conosciamo cosa c’è nelle profondità marine, di esplorazioni anche nelle fosse più profonde ne abbiamo visto e sentito parlare da tutte le parti, ma per la gente di quel tempo la conoscenza del mare si limitava a pochi metri dalla superficie, quello che stava oltre era un mistero insondabile, tanto di averlo fatto abitare da mostri leggendari.

Però, in tutto questo squallore c’è un filo di sollievo: «… lo spirito di Dio aleggiava sulle acque» e questo crea un senso di attesa. Lo spirito di Dio era là prima ancora del “in principio.

Tra parentesi ci sia permessa un’osservazione forse banale. In tutto l’Antico Testamento lo spirito di Dio è scritto con la s minuscola, ma come inizia il Nuovo Testamento diventa maiuscola sia per Spirito che per santo, che essendo aggettivo dovrebbe rimanere minuscolo. Ricordiamo che l’ebraico non conosce lettere maiuscole.

Qualche studioso traduce spirito con vento per cui avremmo un “vento di Dio” di cui il riferimento alla divinità sarebbe un superlativo insuperabile.

Tuttavia questo spirito è seguito dal verbo rahaf: aleggia, plana, volteggia; è il verbo che esprime il dolce volo di un uccello sopra il nido in cui sono i suoi piccoli e allora sembra più corretta la traduzione consueta.

Se è così allora dobbiamo aggiungere un elemento importante alle letture 2 e 3 laddove si affermava che la creazione era avvenuta per mezzo del Logos / Figlio /Verbo / Parola, perché adesso sappiamo che là c’era anche lo Spirito santo.

Non per niente l’inno di invocazione allo Spirito santo suona: «Veni Creator Spiritus… cioè: «Vieni Spirito creatore...».

Allora anche la creazione, come tutte le opere di Dio, è opera di tutta la Trinità.