Lettura 77 Mc 11,15-19 Cacciata dei profanatori dal tempio

Il primo giorno Gesù era salito a Gerusalemme in modo quasi trionfale. Era entrato nel Tempio “guardando attentamente ogni cosa”.

In questo secondo giorno, dopo avere maledetto il fico che non aveva su di sé frutti, entra nel tempio e, qui, agisce con un gesto che ha del clamoroso. Con esso, manifesta una inequivocabile volontà di operare una vero e proprio intervento di purificazione.

Allora Gesù intende in tal modo ribadire che il Tempio e quelli che lo frequentano sono del tutto simili all’albero di fichi che non sta producendo frutti e, pertanto, sono meritevoli di una condanna dura e implacabile?

Mc 11, 15 «Andarono intanto a Gerusalemme. Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe 16 e non permetteva che qualcuno trasportasse cose attraverso il tempio. 17 Ed insegnava loro dicendo: «Non sta forse scritto: La mia casa sarà chiamata / casa di preghiera per tutte le genti? (Is 56,7).

Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladri!» (Ger /,11).

18 L’udirono i sommi sacerdoti e gli scribi e cercavano come farlo perire, perché avevano paura di lui, perché tutto il popolo era ammirato del suo insegnamento. 19 Quando venne la sera uscirono dalla città».

Se pensassimo che il tempio di Gerusalemme fosse simile alle nostre chiese saremmo completamente fuori strada e non riusciremmo a capire l’intervento di Gesù.

Esso era formato da una successione cortili o atri scoperti a cui potevano accedere la varie categorie di persone. Il cortile più esterno chiamato dei gentili o dei pagani era quello più ampio ed è quello che interessa il nostro brano.

C’era poi un cortile più interno nel quale erano ammesse le donne, un altro più interno ancora riservato solo ai maschi ebrei e circoncisi. L’edificio più interno era il Santo dei Santi che conteneva il trono sul quale sedeva la Kavod cioè la Presenza, l’arca dell’alleanza con le Tavole della Legge ricevute da Mosè su Sinai. (In internet si possono trovare molte descrizioni).

Il commercio degli animali.

Dobbiamo ricordare che nel mondo antico, l’uccisione degli animali era sempre un rito sacro di competenza dei sacerdoti, per cui la possibilità di mangiare carne era sempre in relazione alla macellazione avvenuta in un tempio.

È il problema che incontra Paolo con i cristiani di Corinto che se volevano mangiare carne dovevano inevitabilmente rivolgersi ai macellai che vendevano esclusivamente carne proveniente da animali sacrificati agli idoli in un tempio, chiamati perciò: “idolotiti” (1 Cor 8 ss.).

Invece in Israele il problema non esisteva. Costruito il tempio di Gerusalemme, Salomone e i suoi successori, riservarono il culto con i sacrifici di animali esclusivamente al Tempio e questo non rese più disponibile carni sacrificate, in altri parti del paese e meno ancora nella diaspora. In questo modo l’uccisione degli animali perde il significato religioso e diventa un gesto profano. Teoricamente, però, ogni anno il pio ebreo deve recarsi a Gerusalemme per compiere un sacrificio di comunione con Dio. Un animale viene offerto al sacerdote che tiene una parte per sé, una donata a Dio attraverso la combustione, un’altra è consegnata agli offerenti che in opportuni luoghi della Città Santa, cenacoli, consumeranno quel pasto di comunione. Come faranno i nostri discepoli con Gesù nell’Ultima Cena.

Però non è che un pellegrino partito dalla Galilea si porta a Gerusalemme il toro, l’agnello, ecc. (si potevano sacrificare solo animali maschi, per un motivo più che banale: i maschi non fanno latte: sono meno produttivi delle femmine) per farlo sacrificare, ma lo compra nei pressi del tempio.

Il nostro brano dice che questo accade nel Cortile dei gentili, quello più grande. Comprendiamo senza difficoltà che il tempio diventa una sorta di macelleria preceduto dal mercato del bestiame. Una roba decisamente poco devota che fa perdere il senso del sacro.

I cambiavalute

Tutti gli ebrei erano tenuti a versare ogni anno una sorta di tassa per la gestione del Tempio. Però a Gerusalemme erano in uso monete di varia provenienza, romane, greche, ecc. e per di più gli ebrei residenti nella diaspora portavano con sé monete coniate nel paese di residenza.

Il primo comandamento del Decalogo, consegnato a Mosè sul Sinai, prescrive tra l’altro:

Es 20,4 «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra».

Obbedendo al comandamento, le monete ebraiche, a differenza delle altre, da sempre, non recavano immagini di alcun tipo ed erano le uniche accettate per il tesoro del tempio.

Da qui la necessità di cambiavalute che convertissero le varie monete. Ovviamente ieri come oggi, con opportuni guadagni. 

Gli attraversamenti del Tempio

Il Tempio occupava una superficie alquanto vasta. Si distendeva per 450 metri su di un lato e 300 metri sull’altro. Sorgeva nel centro della città. Va inoltre aggiunto che erano state aperte porte su tutti i lati. In tal modo, chi voleva risparmiare strada e accelerare l’arrivo, lo attraversava tranquillamente. Siccome il testo parla di carichi, probabilmente si deve arguire che la gente usasse attraversarlo addirittura con carr.

Le prime due erano attività che in qualche modo erano al servizio dei riti del tempio. Risultavano perciò ineliminabili. Gli studiosi, allora, si chiedono se col suo intervento Gesù intendesse introdurre una riforma o, più semplicemente, avesse deciso di eliminare i sacrifici per privilegiare la preghiera e lasciarla come unica forma di culto.

Il dubbio è del tutto pertinente. Quando, infatti, Marco redige il suo testo, il Tempio e la stessa città erano stati distrutti e i cristiani ritenevano che gli antichi sacrifici fossero stati sostituiti dall’Unico Sacrificio avvenuto una volta per tutte sul Calvario.

Tuttavia, il testo suggerisce che Gesù si pone nella linea rigorosa degli antichi profeti e infatti, cita Isaia e Geremia per cui riteniamo sia più attendibile la prima ipotesi.

Certo il brano solleva il tema spinoso della qualità da assicurare alla preghiera. Ed è del tutto ovvio affermare che la questione sollevata da Gesù non riguarda solo il suo tempo. Investe anche il nostro. Appare perciò doveroso continuare a interrogarci sull’uso da noi fatto dei luoghi di culto e sullo stesso stile di comportamento in essi tenuto.

Appare comunque sconcertante l’esito sortito dalla azione di Gesù. Gesù non riceve alcun ringraziamento per avere richiamato i frequentatori al rispetto della sacralità dell’edificio. Al contrario, le sue parole creano come effetto la decisione di farlo morire. E, ciò che più colpisce è il fatto che questa decisione viene presa proprio da coloro che erano i custodi supremi della religione.

Va però subito aggiunto che il Vangelo rimarca immediatamente che, da parte sua, il “popolo era ammirato”.

Spunta. allora, una domanda davvero bruciante: cosa si aspetta Dio da ognuno che frequenta il Tempio?