Lettura 69 Mc 10,17-22 Se ne andò afflitto perché aveva molti beni
Mc 10, 17 «Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». 18 Ma Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. 19 Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre»(Es 20,13-16; Dt 5,17-20).
20 Ma quegli gli dichiarò: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». 21 Allora Gesù, fissandolo /emblèpsas, lo amò/ ēngàpesen e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni».
Siamo nella sezione in cui Gesù sta cercando con tutte le sue forze istruire, ma abbiamo anche detto “ammaestrare”, e di fare comprendere ai discepoli quale sia la forma di Messia che egli incarna. Una forma completamente divergente da quella nutrita dai discepoli, per cui l’incomprensione diventa via via più grande.
Ora, la lettura precedente ruotava intorno all’affermazione, fondamentale in quanto preceduta da “Amen”:
10,15 «Amen (In verità) vi dico: «Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso».
Nel presente brano ne troviamo subito l’applicazione… in senso negativo.
Il bambino è colui che non possiede nulla e dipende in tutto dai genitori e in loro ripone tutta la sua la sua fiducia e la sua vita.
Ora questo “un tale”… Marco è molto sottile perché se avesse aggiunto qualche elemento distintivo alcuni ascoltatori o lettori potevano sentirsi “al riparo”. Usando “un tale” vuole significare che ci siamo dentro tutti.
Questo tale, oggi lo potremmo chiamare “un bravo ragazzo” perché faceva tutte le cose e tutte le cosine per benino, tant’è che Gesù citandogli il Decalogo secondo Esodo e Deuteronomio, si sente rispondere che lui l’ha sempre rispettato.
Questo “tale” è molto interessante perché si butta ai piedi dell’uomo di Dio, e gli pone una domanda cruciale per la vita attuale e futura. È un uomo in “ricerca”. In ricerca della verità per vivere una vita piena.
E Gesù riconosce le sue intenzioni, tanto da fissarlo/ emblèpsas e amarlo/ ēngàpesen; il verbo agapaō indica l’amore donativo, quello che non pretende nulla in cambio, come quello di una madre per il suo piccolino, quindi una immediata attenzione e attesa da parte di Gesù.
Questa scena richiama quelle della chiamata dei discepoli lunga il mare di Galilea (Mc 1,16 ss. Lettura 13) dove Gesù vide/eiden, cioè un semplice vedere, senza fissare e senza alcun movimento di agape. Ma chiamatili essi lasciano le reti e si pongono alla sua sequela.
Questo tale invece ha troppi beni e non riesce a lasciarli. Si tratta di uno degli ostacoli di cui si parlava in 9,42 Lettura 66. Allora si allontana dal Maestro pieno di tristezza.
Potremmo, fare le solite “tirate” circa il non rispondere alla chiamata di Dio e tante cose a proposito di questa tristezza, nata dall’incapacità di seguire il maestro, ma dovremmo fare uno sforzo per coglierne l’aspetto positivo.
Anzitutto vuol dire che non si è allontanato deluso o “infischiandosene”, ma “triste e afflitto“, dice il testo.
Questo vuol dire che qualcosa di sé, del suo cuore, è rimasto lì con Gesù e i suoi discepoli.
E, tornato a casa, avrà continuato a pensare a quell’incontro, a quello sguardo…
E ci possiamo anche chiedere: cosa avrà pensato qualche settimana dopo quando l’uomo di Dio che tutti indicavano come il Messia è stato appeso alla croce? E più tardi le voci sempre più insistenti che il Crocifisso era risorto?
Nessuno di noi era là a vedere o filmare quegli eventi, ma come ha fatto Marco a raccontare di quello sguardo fisso, intenso e amante, che i due si erano scambiati?
Cosa che nessuno poteva vedere dall’esterno, perché ci sono cose che solo guardandosi profondamente negli occhi gli umani si possono comunicare. E lui di certo l’aveva percepito.
Chi l’ha raccontato a Marco se non proprio quel “tale”?