Lettura 64 Mc 9,33- 37 Il più grande dei discepoli

Mc 9,33 E vennero a Cafarnao. E quando fu nella casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo lungo la via?». 34 Ma essi tacevano, perché per la via avevano disputato tra loro chi fosse il più grande. 35 Allora, sedutosiconvocò i Dodici e disse loro: «Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e servitore di tutti». 36 E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro:
37 «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Come al primo annuncio della passione (8,27-33) segue un insegnamento dei discepoli, anche in questo caso troviamo un’istruzione piuttosto lunga che giunge fino a 9,50.
Il testo suggerisce che si tratta di un insegnamento molto importante perché lo caratterizza con alcuni verbi che indicano il modo di insegnare dei maestri d’Israele: “entrare in casa”; “interrogare”; “convocare”, “sedersi”.
Il contenuto riguarda le conseguenze o le condizioni della sequela del maestro, che possiamo sintetizzare così: come il Figlio dell’uomo sarà “consegnato / paradidomi” nella mani degli uomini, anche i discepoli dovranno accettare di “essere consegnati” e anche di “consegnarsi”… E non definiamo il complemento di termine perché si tratta di una consegna ad ampio raggio.

Dal punto di vista letterario è un’istruzione non molto fluida perché si passa da un argomento all’altro senza un legame comprensibile. Gli esperti ci dicono che si tratta di detti di Gesù, “ipssima verba Jesu”, pronunciati in situazioni differenti collegati tra loro da parole gancio che facilitavano la memorizzazione e la tradizione orale; parole gancio che la traduzione dall’aramaico al greco ha irrimediabilmente perduto.
Il tutto avviene a Cafarnao, in Galilea dove tutto era incominciato; non in “una” casa, ma “nella” casa, quella che tutti conoscono. Evidentemente quella di Pietro e Andrea, vedi 1,29ss.
Se è così possiamo dire che ci troviamo di fronte ad un nuovo inizio, quindi un’istruzione puntuale e precisa riservata ai dodici.

Il racconto precedente era terminato con lo sconcertante silenzio dei discepoli dopo la predizione della prossima passione e ora comprendiamo che il loro ordine di pensieri era alquanto differente da quello del Maestro: loro pensavano alla carriera in particolare chi dovesse essere il primo.
Gesù non censura la ricerca di un primato, ma ne modifica il fine e la modalità per arrivarci: diventare servi delle persone più disprezzate, cioè consegnarsi / paradidomi ai più sfortunati.
Così il termine di paragone diventa un bambino. Non perché i bambini sono così piccini, carini e bellini, ma perché nelle culture epocali i bambini non contavano nulla; erano solo un costo in quanto non erano in grado di produrre alcunché. Forse in futuro avrebbero potuto diventare di aiuto alla famiglia, ma con i tassi di mortalità infantile del tempo si trattava di un’eventualità alquanto remota.

Questo gesto di Gesù avrà una portata rivoluzionaria della quale abbiamo perduto la memoria, perché i suoi effetti hanno plasmato tutta la società occidentale. Non dobbiamo dimenticare, ad esempio che i civilissimi romani, se un bambino nasceva con qualche difetto lo gettavano dalla rupe Tarpea e l’esposizione dei neonati era frequentissima soprattutto se erano femmine. Non parliamo poi di quello che accadeva nel vicino o lontano oriente.
Ebbene questo gesto di Gesù spinge i già i primi cristiani a valorizzare i neonati e sin dai primi secoli le comunità cristiane cercano di salvare i bambini abbandonati.
È mondo significativo che attualizza il servizio agli ultimi.