Lettura 64 Gen 16,1 -16 La seconda soluzione umana
Gen 16:1 «Sarai, moglie di Abram, non gli aveva dato figli. Avendo però una schiava egiziana chiamata Agar, 2 Sarai disse ad Abram: «Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli». Abram ascoltò la voce di Sarai. 3 Così, al termine di dieci anni da quando Abram abitava nel paese di Canaan, Sarai, moglie di Abram, prese Agar l’egiziana, sua schiava e la diede in moglie ad Abram, suo marito. 4 Egli si unì ad Agar, che restò incinta. Ma, quando essa si accorse di essere incinta, la sua padrona non contò più nulla per lei. 5 Allora Sarai disse ad Abram: «L’offesa a me fatta ricada su di te! Io ti ho dato in braccio la mia schiava, ma da quando si è accorta d’essere incinta, io non conto più niente per lei. Il Signore sia giudice tra me e te!». 6 Abram disse a Sarai: «Ecco, la tua schiava è in tuo potere: falle ciò che ti pare». Sarai allora la maltrattò tanto che quella si allontanò. 7 La trovò il messaggero di JHWH presso una sorgente d’acqua nel deserto, la sorgente sulla strada di Sur, 8 e le disse: «Agar, schiava di Sarai, da dove vieni e dove vai?». Rispose: «Vado lontano dalla mia padrona Sarai». 9 Le disse il messaggero di JHWH: «Ritorna dalla tua padrona e restale sottomessa». 10 Le disse ancora il messaggero di JHWH: «Moltiplicherò la tua discendenza e non si potrà contarla per la sua moltitudine». 11 Soggiunse poi il messaggero di JHWH:«Ecco, sei incinta: / partorirai un figlio / e lo chiamerai Ismaele, / perché JHWH ha ascoltato la tua afflizione.
12 Egli sarà come un ònagro; / la sua mano sarà contro tutti/e la mano di tutti contro di lui
/ e abiterà di fronte a tutti i suoi fratelli».
13 Agar chiamò JHWH, che le aveva parlato: «Dio della mia visione», perché diceva: «Qui ho guardato dietro a Colui che vede me». 14 Per questo il pozzo si chiamò Pozzo di Lacai-Roi; è appunto quello che si trova tra Kades e Bered. 15 Agar partorì ad Abram un figlio e Abram chiamò Ismaele il figlio che Agar gli aveva partorito. 16 Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele».
Questo capitolo di tradizione jahwista [J], è letterariamente una composizione destinata a ricomporre racconti che dovevano servire a illustrare le origini di gruppi e anche di nomi. Al tempo stesso doveva anche servire a rimodellarne i significati.
Anzitutto è proposta la spiegazione del nome di “Ismaele” che contiene la radice del verbo ascoltare: šamah, seguita dal nome di Dio: ʼel, da cui il significato: “Dio ascolta”. Vedremo le altre nel prosieguo.
È la seconda volta nel nostro percorso che vediamo la fede di Abramo vacillare scegliendo soluzioni umane anziché attendere l’intervento di Dio. L’attesa è strettamente legata alla fede. Non siamo tutti in “attesa” dell’avvento del Signore?
La prima volta è stato in Gen 12,19-20, Lettura 56, quando Abramo per sfuggire la carestia abbandona Canaan, la terra che Dio gli aveva assegnato e si reca in Egitto, dove il faraone invaghitosi di Sarai se la prende come moglie e Abramo si limita a svolgere il ruolo di fratello. L’intervento di Dio salva la coppia e il loro matrimonio. È il primo segno che la Promessa non è affidata esclusivamente ad Abramo, ma alla coppia Abramo-Sarai.
Quella prima crisi di fede la potremmo chiamare “la tentazione dell’Egitto” e chi conosce Esodo sa bene a cosa ci riferiamo.
Nel presente brano abbiamo un altro tentativo di percorrere la soluzione umana anziché attendere l’attuazione della promessa di Dio.
Qui Abramo resta sullo sfondo, quasi fuori scena, gli attori principali essendo Agar e Sarai. Senza perdere di vista che attore e regista fuori campo, è Dio.
La proposta di Sarai di fare unire la sua schiava con il marito non è un’invenzione dei nostri redattori, ma un’usanza ben radicata. La troviamo, infatti, anche nel codice di Hammurabi, imperatore babilonese vissuto tra il 1810 e il 1750 a. C.
«146. Qualora un uomo prenda una moglie ed ella dia a quest’uomo una serva come moglie ed ella gli partorisca figli, ed allora questa cameriera assuma l’uguaglianza con la moglie: poiché gli ha partorito figli il suo padrone non potrà venderla per denaro, ma può tenerla come schiava, riconoscendola tra le cameriere serventi».
Se questa è l’usanza, l’unione di Abramo con Agar non costituisce adulterio. Tuttavia, il figlio della Promessa non potrà nascere da quell’unione. Si tratta, pertanto, di una scorciatoia che Dio non accetta. Genesi, però, insegna che il frutto di quell’unione non andrà perduto. Farà comunque parte della discendenza di Abramo.
Rimasta incinta, Agar gode del frutto del suo seno e nutre un sentimento di rivincita verso la sua padrona che ora si sente doppiamente umiliata: e per la sua sterilità e per il confronto con la schiava che non la rispetta più come dovrebbe.
Evidentemente il tentativo di rimetterla al suo posto è stato fatto con mezzi tali che Agar pensa bene di tagliare la corda cercando di ritornare al suo paese, l’Egitto.
È in questo percorso nel deserto, probabilmente in condizioni di estremo pericolo, che Dio interviene presso un pozzo al confine dell’Egitto, a Sur.
Per la prima volta in Genesi incontriamo un angelo. L’ebraico, come il greco, non ha un nome specifico che identifichi gli angeli. In greco messaggero fa “angelos”, ma in italiano “angelo” non è un comune messaggero, ma un personaggio celeste. Nel nostro testo abbiamo usato una traduzione letterale che suona: “messaggero di JHWH“, e ci aiuta a comprendere la situazione di Agar che si trova improvvisamente davanti questo personaggio, ma non sa chi possa essere.
Ella può cercare di fidarsi di questo messaggero perché egli conosce il suo nome ed è al corrente della di lei gravidanza e, oltretutto, le prospetta una discendenza numerosa. Le dice anche quale nome darà al nascituro: “Ismaele“, cioè: “Dio ascolta“. Se pensiamo che Agar si trovava nel deserto, in fuga, al confine con l’Egitto, cioè Sur, comprendiamo benissimo che questo incontro e queste parole le abbiano dato fiducia e il coraggio di tornare indietro da Abramo. Coraggio necessario perché doveva affrontare la padrona ed inoltre era colpevole per essere fuggita.
Se riflettiamo un poco sulla sua condizione comprendiamo benissimo il perché di quel “Dio ascolta“.
E allo stesso modo comprendiamo anche il nome che viene dato al pozzo: “Lacai Roì” letteralmente “Pozzo del Vivente che mi vede“.
Agar tornerà presso l’accampamento di Abramo dove Ismaele verrà al mondo.
Ismaele viene dal messaggero di JHWH paragonato all’onagro, un asino selvatico che popola l’Asia occidentale in zone desertiche nutrendosi di erbe e arbusti che solo la sua eccezionale dentatura riesce a masticare. Molto diverso dall’asino domestico, sta alla larga dall’uomo e dai centri abitati. Il suo comportamento è in qualche modo simile a quello dei beduini per cui l’indicazione ricevuta da Agar sta a dire che Ismaele sarà capostipite di queste fiere popolazioni, abituate ad una vita ridotta all’essenziale che tempra duramente la loro vita e il loro carattere.
Più in generale, poi, i discendenti di Ismaele saranno tutti i popoli della Penisola Araba.
Ancora una volta dobbiamo ricordare che il nostro redattore usa il nome di Dio: JHWH, che tuttavia né Abramo ne Agar possono conoscere perché sarà rivelato di lì a quattrocento anni a Mosè presso il Sinai.
Allora comprendiamo perché Agar attribuisce a Dio un nome frutto della sua esperienza: «Dio della mia visione / ʼEl-roì».
Così attraverso le esperienze del divino fatte dai personaggi di questi racconti: Abramo, Sarai, Melchisedek, Agar e poi altri ancora ci portano a cogliere come Dio poco a poco si riveli loro, stabilendo con loro e anche con noi concreti e profondi legami affettivi.