Lettura 62 Mc 9,14- 9,29 La guarigione del fanciullo indemoniato: a chi ha fede, tutto diventa possibile

Mc 9,14 «E giunti presso gli altri discepoli, li videro circondati da molta folla e da scribi che discutevano con loro. 15 E subito tutta la folla, al vederlo, rimase sgomenta e corse a salutarlo. 16 Ed egli li interrogò: «Di che cosa discutete con loro?». 17 Gli rispose uno della folla: «Maestro, ho portato da te mio figlio, posseduto da uno spirito muto. 18 e dovunque si impossessi di lui, lo afferra, lo getta a terra ed egli schiuma, digrigna i denti e si irrigidisce. Ho detto ai tuoi discepoli di scacciarlo, ma non ci sono riusciti». 19 Egli rispondendo loro disse: «O generazione incredula! Fino a quando starò tra voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo!».

20 E glielo portarono. E lo spirito vedendolo, subito lo contorse e, caduto per terra si ravvoltolava schiumando. 21 E Gesù interrogò il padre: «Da quanto tempo gli accade questo?». Ed egli rispose: «Dall’infanzia; 22 anzi, spesso lo ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo. Ma se tu puoi qualcosa, aiutaci, muovendoti a compassione per noi». 23 Ma Gesù gli disse: «Se puoi? Tutto è possibile per chi crede». 24 Subito il padre del fanciullo rispose ad alta voce: «Credo, aiuta la mia incredulità». 25 Allora Gesù, vedendo accorrere la folla, minacciò lo spirito immondo dicendo: «Spirito muto e sordo, io ti ordino, esci da lui e non vi rientrare più». 26 E uscì gridando e contorcendolo molto; e il fanciullo diventò come morto, sicché molti dicevano: «È morto». 27 Ma Gesù, presa la sua mano, lo fece alzare / egeirēe si levò / ànèstē.

28 Ed essendo egli entrato in casa, i suoi discepoli lo interrogavano in disparte: «Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?». 29 Ed egli disse loro: «Questa specie di demòni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera».

Il brano è strutturato intorno a tre scene:

vv 14-19 La prima scena presenta ciò che trovano Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni appena scesi dal monte della Trasfigurazione. È lo smacco subito dagli discepoli rimasti a valle, che non erano riusciti a scacciare il demone dal ragazzo. Smacco molto pesante perché avvenuto sotto gli occhi degli scribi e “molta folla” che erano lì per vedere il “miracolo”, come fossero a teatro.

vv 20-27 Nella seconda scena folla e scribi restano sullo sfondo mentre in primo piano troviamo il ragazzo indemoniato, il suo papà e Gesù.

vv 28-29 La terza scena avviene “in casa”, che Marco ci ha ormai abituati a considerare un luogo simbolico dove Gesù può trovarsi a tu per tu con i discepoli, mentre gli altri sono “fuori”.

Tutte le tre scene sono attraversate dal tema della fede o, se vogliamo, della preghiera.

 Di questo brano la parte importante è il dialogo, non tanto la liberazione del ragazzo, perché il dialogo evidenzia che la guarigione è “segno” di altro.

Abbiamo già detto in precedenti letture che i cosiddetti miracoli sono “segni di liberazione dal male“. La fatica di Gesù è tutta tesa a mostrare che quando Dio agisce i ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati. Non accade mai in tutti gli Evangeli che qualcuno diventi improvvisamente cieco, zoppo o lebbroso; eventi che le tradizioni religiose ha sempre ritenuto interventi delle divinità.

 L’esorcismo praticato dai discepoli, secondo le parole di Gesù, non ha avuto successo perché in presenza di una “generazione incredula“, letteralmente in greco: apistos: senza fede. L’italiano presenta qualche difficoltà perché non dispone di un verbo che abbia la stessa radice di fede per cui deve utilizzare il verbo “credere”..

In questa “generazione incredula” sono compresi tutti: scribi, il padre del ragazzo oltre agli stessi discepoli. Tutti sono il segno dell’incredulità.

Già, ma cosa è la fede.

 Nel canto XXIV del Paradiso, San Pietro pone questa domanda a Dante, il quale risponde:

«Fede è sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi…»

Risposta teologicamente perfetta, ma che alla gente comune non dice granché.

Il nostro brano ci può aiutare dal punto di vista pratico, esistenziale.

 Gesù appena arrivato al piano chiede ai suoi: «Di che cosa discutete con loro?».

I discepoli non rispondono. Forse si vergognavano di riferire di un fiasco così clamoroso di fronte alla folla e soprattutto davanti a degli scribi venuti apposta per misurare ogni loro parola.

È il padre del ragazzo che sblocca la situazione raccontando a Gesù la sua situazione e quella del figlio.

Qui siamo di fronte ad un papà che ha fatto chissà quanti e quali numeri per cercare di liberare il suo bambino e ha dovuto passare la sua vita a tenerlo d’occhio, perché lo spirito immondo cercava continuamente di farlo fuori.

 In questo racconto, come in altri già esaminati, alla vista di Gesù, il demone induce nel ragazzo una specie di crisi epilettica (i greci chiamavano l’epilessia: male sacro) e il padre anche in questo caso avrebbe potuto proteggerlo come aveva sempre fatto tante altre volte, abbracciandolo e portandolo via. E invece “lo affida” a Gesù. Che è già un inizio di fede… ed è anche preghiera. «Ma se tu puoi qualcosa, aiutaci, muovendoti a compassione per noi».

La risposta di Gesù mette in luce una certa impazienza e forse sofferenza, ma più verosimilmente, stanchezza: ormai era qualche anno che girava per la Galilea a insegnare, guarire, scacciare demoni, ma la gente continuava ad inseguire l’aspetto teatrale della sua attività… oggi avrebbero filmato tutto e messo su YouTube senza parlare dei selfie… poi c’erano gli scribi, i farisei che venivano addirittura da Gerusalemme per contestargli persino le sillabe e i congiuntivi… da ultimo i suoi discepoli che ancora erano allo stesso livello delle folle ad inseguire lo spettacolo e il successo del Maestro. Quindi se esclama: «O generazione incredula! Fino a quando dovrò sopportarvi»? vuol dire che fino a quel momento, salvo rari casi, non era stato colto il senso della sua attività.

La situazione è salvata dal padre del fanciullo con una professione di fede che si fa preghiera… o viceversa… proprio perché non si dà fede senza preghiera né preghiera senza fede.

Il ragazzo viene guarito e liberato dalla sua condizione, che va ben oltre la salute fisica perché qui troviamo i due verbi che indicano la risurrezione, i due verbi della Pasqua: «… fece alzare / egeirē e si levò / ànèstē».

 Il finale ci presenta Gesù in casa con i suoi. Qui, viene sottolineata ancora una volta la necessità della preghiera.

Il fluire irresistibile del testo conduce chi legge a un punto quanto mai preciso: alla fede si giunge mediante la preghiera.