Lettura 6 Gen 1-11 Il superamento delle mitologie mesopotamiche

Le epopee che avevamo visto nella lettura precedente come Genesi Gen 1-11, appartengono allo stesso genere letterario, quello delle eziologie metastoriche (abbiamo trattato i generi letterari in Glosse nota esegetica 4). In breve l’eziologia metastorica è un racconto archetipo, simbolico, riportato all’origine che però spiega la storia dell’oggi: la nostra storia, la nostra condizione, le condizioni della nostra esistenza. L’eziologia metastorica non è prima della storia o antistorica, ma un modo di intuire e comprendere tutta la storia. Essa esprime in forma narrativa ciò che la teologia o la filosofia esprimono in forma dialettica, sostituendo ai concetti dei racconti o delle immagini. Con un enorme vantaggio. Mentre il concetto o la definizione sono definitivi e limitanti, il racconto e l’immagine non finiscono mai di essere elaborati, rielaborati, significati e ri-significati.

Avevamo chiuso la lettura precedente con la domanda che riportiamo. «L’interrogativo che queste scoperte archeologiche ci pongono è: come Israele ha potuto elaborare la propria teologia senza accogliere queste mitologie se non in modo molto “sfumato”», e tentiamo di dare qualche risposta.

Dobbiamo così esaminare tre movimenti: la demitologizzazione, la storicizzazione e la elezione.

1- Demitologizzazione.

Con demitologizzazione intendiamo dire che la Bibbia espelle da quelle epopee tutti gli aspetti mitologici: le guerre tra gli dèi, le lotte per la supremazia di questa o quella fazione, i favori concessi ad un popolo contro altri, tutti gli aspetti politeistici, i semidei, ecc. Però demitologizzare non significa perdere il mito, perché il mito riesce comunque a spiegare la storia di oggi. Quindi mitologia no, mito sì. Ad esempio il racconto della creazione in sei giorni non è scientifico, ma è un mito. Questo non significa che sia falso, perché il suo compito non è di spiegare come Dio ha fatto il mondo, ma di comunicare il perché lo ha fatto e il senso di questa creazione.

2- Storicizzazione

Un primo contributo a questo movimento è offerto dal Dio di Israele che si manifesta come sociologicamente “eversivo”. La sua prima rivelazione “storica” avvenuta ai piedi del Sinai nell’incontro con Mosè segna decisamente un punto di rottura nei confronti, ad esempio, del mito di Atrahasis. Ne abbiamo già trattato a partire della lettura 13 del libro di Esodo:

s 3,7 «Il Signore disse: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e farlo uscire…»

Ma da quando in qua un Dio che si rispetta si preoccupa dello sfruttamento di un gruppo di schiavi e non invece della stabilità di un sistema socio politico? Ecco, questa è la novità dirompente che le classi superiori non possono assolutamente accettare. E infatti Dio e Mosè dovranno fare una grande fatica per fare “uscire” questi lavoratori / schiavi dalla “Terra di schiavitù”.

Abbiamo volutamente usato “lavoratori” perché quella storia di liberazione paradigmatica, ha dovuto più e più volte ripetersi nel corso della storia. E oggi, non è ancora finita.

Un altro contributo che ha operato indirettamente il distacco da quelle mitologie è ancora più antico.

Dio chiama per sé un cittadino di Ur, una delle grandi città capitali della Mesopotamia e siamo intorno al 1800 a. C.:

Gen 12:1 «JHWH disse ad Abramo: / «Vàttene dal tuo paese, dalla tua patria / e dalla casa di tuo padre, / verso il paese che io ti indicherò. / 2 Farò di te un grande popolo / e ti benedirò,

renderò grande il tuo nome / e diventerai una benedizione.

3 Benedirò coloro che ti benediranno / e coloro che ti malediranno maledirò

e in te si diranno benedette / tutte le famiglie della terra».

E Abramo seguendo le indicazioni del suo Dio abbandona la vita di città, il suo ruolo, le sue parentele, i suoi rapporti di lavoro e diventa nomade. Ora, i riferimenti dei nomadi non sono la casa, la città, il paese di appartenenza perché queste cose non fanno parte del suo mondo. I suoi riferimenti sono le sorgenti, i torrenti dove trovare acqua, i pozzi ai quali i proprietari lasciano attingere, i pascoli scelti in modo sapiente in base alle stagioni. Si tratta comunque riferimenti alquanto labili. Le uniche certezze diventano: la famiglia, i parenti, il clan e la tribù di appartenenza, in definitiva la storia. Questi sono elementi che vengono mantenuti e via via ricuperati negli incontri occasionali e nei racconti che si sviluppano nelle serate in tenda.

In questo contesto diventano estremamente importanti le genealogie, le generazioni, in ebraico, le toledot. Una usanza che permane anche quando le tribù nomadi diventano un popolo sedentario. È per questo che la Bibbia di tanto in tanto riporta lunghe genealogie, che a noi, gente di città, non dicono gran ché.

Tuttavia non dovrebbe sembrarci una novità sorprendente se ricordiamo che anche nei vangeli abbiamo due elenchi di generazione, due toledot. Quella di Matteo1,1-12 che inizia da Abramo per giungere fino Gesù Cristo e quella di Luca che risale da Gesù fino ad Adamo e a Dio, che riportiamo:

Lc 3,23 «Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli, 24 figlio di Mattàt, figlio di Levi, figlio di Melchi, figlio di Innài, figlio di Giuseppe, 25 figlio di Mattatìa, figlio di Amos, figlio di Naum, figlio di Esli, figlio di Naggài, 26 figlio di Maat, figlio di Mattatìa, figlio di Semèin, figlio di Iosek, figlio di Ioda, 27 figlio di Ioanan, figlio di Resa, figlio di Zorobabèle, figlio di Salatiel, figlio di Neri, 28 figlio di Melchi, figlio di Addi, figlio di Cosam, figlio di Elmadàm, figlio di Er, 29 figlio di Gesù, figlio di Elièzer, figlio di Iorim, figlio di Mattàt, figlio di Levi, 30 figlio di Simeone, figlio di Giuda, figlio di Giuseppe, figlio di Ionam, figlio di Eliacim, 31 figlio di Melèa, figlio di Menna, figlio di Mattatà, figlio di Natàm, figlio di Davide, 32 figlio di Iesse, figlio di Obed, figlio di Booz, figlio di Sala, figlio di Naàsson, 33 figlio di Aminadàb, figlio di Admin, figlio di Arni, figlio di Esrom, figlio di Fares, figlio di Giuda, 34 figlio di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, figlio di Tare, figlio di Nacor, 35 figlio di Seruk, figlio di Ragau, figlio di Falek, figlio di Eber, figlio di Sala, 36 figlio di Cainam, figlio di Arfàcsad, figlio di Sem, figlio di Noè, figlio di Lamech, 37 figlio di Matusalemme, figlio di Enoch, figlio di Iaret, figlio di Malleèl, figlio di Cainam, 38 figlio di Enos, figlio di Set, figlio di Adamo, figlio di Dio».

Abbiamo evidenziato in neretto i personaggi che svolgono un ruolo significativo nella storia biblica.

Questo ci suggerisce che ogni pio ebreo conosceva a memoria tutta la sua genealogia perché costituiva la sua carta d’identità che ne testimoniava l’appartenenza al popolo eletto. Ogni ebreo conosceva la toledot che collegava ad Abramo. Si tratta di un’usanza che fa a pugni con la nostra idea di appartenenza ad una famiglia, se pensiamo che oggi quasi nessuno conosce il nome dei suoi bisnonni.

Ora, il testo di Genesi è tutto strutturato attorno alle toledot / generazioni che hanno il compito di storicizzare i racconti trasformando quei miti in storia.

Si può giustamente obiettare che non si tratta del concetto di “storia universale” che noi conosciamo, ma sicuramente di un primo tentativo di stabilire una storia lineare: storia che ha avuto un inizio e va verso una fine.

Si esce così dall’idea ciclica di storia, legata ai cicli delle stagioni come nelle culture cananee o alle ere che si succedono una uguale alle precedenti come nell’antica Grecia.

Sotto questo punto di vista possiamo affermare che gli ebrei sono gli inventori della Storia (ne abbiamo approfondito il senso nella lettura 25 di Esodo).

3- Elezione

Se si seguono le genealogie, toledot si può notare che alcuni personaggi “spariscono” letteralmente dalla storia di Israele. Ad esempio il primo figlio di Abramo, il figlio avuto dalla schiava Agar, Ismaele. Allo stesso modo il figlio di Isacco, Esaù che “vendette la primogenitura per un piatto di lenticchie” a favore di Giacobbe. E ancor prima Caino il primo figlio di Adamo che va per la sua strada e di lui non si sa più nulla, al contrario di Set.

Così l’elezione passa da Adamo a Set poi Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuda, Davide e via dicendo…