Lettura 54 Gen 12,1-6 La risposta di Abramo
Gen 12,1 «JHWH disse ad Abram:
«Vàttene dalla tua terra, dalla tua patria / e dalla casa di tuo padre,
verso il paese che io ti indicherò.
2 Farò di te un grande popolo / e ti benedirò, / renderò grande il tuo nome / e diventerai una benedizione.
3 Benedirò coloro che ti benediranno / e coloro che ti malediranno maledirò
e in te si diranno benedette / tutte le famiglie della terra».
4 Allora Abram partì, come gli aveva ordinato JHWH, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran. 5 Abram dunque prese la moglie Sarai, e Lot, figlio di suo fratello, e tutti i beni che avevano acquistati in Carran e tutte le persone che lì si erano procurate e si incamminarono verso il paese di Canaan. Arrivarono al paese di Canaan 6 e Abram attraversò il paese fino alla località di Sichem, presso la Quercia di More. Nel paese si trovavano allora i Cananei».
Dal brano riportato si evidenzia la grande prontezza di Abramo nel rispondere alla chiamata di Dio. E ricordiamolo un Dio sconosciuto, perché a Carran praticavano altre religioni. Attenzione: il testo nomina Dio come JHWH, ma Abramo non conosce il nome Dio. Per lui quel Dio che gli si rivolge è “il Dio Sconosciuto“… uno dei tanti…
Sulla prontezza abramitica sono state riempite intere biblioteche di libri spirituali. Qui non si intende affatto proporre una sorta di sintesi finale. Si intende, invece, chiarire in qual modo Abramo ha vissuto il suo “partire”. Cosa ha comportato per lui il partire. Ma, prima ancora, bisognerà chiarire come ha preso coscienza dell’ordine ricevuto da Dio. Come lo ha progressivamente elaborato. Come nel corso della sua vita ha cercato di rimanere fedele ad esso. Ecco: la Bibbia condensa tutto in una minuscola paroletta: “partì”. Ma va capito bene che questa paroletta non dice tutto. Corrisponde semplicemente a una sorta di titolo di un lungo capitolo di storia santa che, subito dopo, racconterà come questa partenza si è faticosamente realizzata. Solo compiendo con cura questo genere di analisi si resta fedeli al testo. In particolare, solo in questo modo si comprendono correttamente contenuti pratici, significati, conseguenze spirituali legati a questo testo.
Questa nostra ricerca ha senz’altro un importante punto di partenza nell’esaminare le risposte date alla chiamata di Dio da altri patriarchi o da profeti. Bisogna, infatti, sempre tenere ben presente che la Bibbia è un insieme di molti libri che Dio ha sempre ispirato di persona e, quindi, ha elaborato con una precisa e costante unità di intenti. Per questo, non bisogna mai dimenticare che ogni singola parte è sempre spiegata da tutto il resto del testo sacro. Quindi, nessuna parte va mai letta a prescindere dal resto contenuto nei libri sacri.
Nota: La lettura è più lunga del consueto perché tratta un tema che ci riguarda tutti: la nostra risposta alla chiamata di Dio. Ciascun uomo nato sotto il sole è “chiamato” a svolgere un compito, a realizzare quel progetto che Dio gli riservato. Se non lo svolgerà, quel progetto mancherà per sempre alla Storia. Tenendo sempre lo sguardo su Abramo cerchiamo di cogliere le differenze tra la sua risposta e quella di altri personaggi della Bibbia.
Cosa sta dietro la chiamata di Dio? La Bibbia come lo propone ai credenti?
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LA CHIAMATA DI MOSE ‘(Vedi archivio Esodo)
Mosè era diventato principe d’Egitto perché allevato dalla sorella di Faraone, ma scoperte le sue origini ebraiche, per difendere un ebreo, uccise un egiziano e così fu costretto a fuggire. Trovò ospitalità presso i Madianiti ai piedi del Sinai dove visse per quarant’anni. Ma un bel giorno Dio lo “chiama” attirandolo mediante il noto episodio del roveto ardente. Dio spiega subito qual è il motivo dell’incontro.
Es 3,6 E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.
7 Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. 8 Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso […]9 Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. 10 Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!».
Prima obiezione di Mosè:
11 Mosè disse a Dio: «Chi sono io per andare dal faraone e per far uscire dall’Egitto gli Israeliti?». 12 Rispose: «Io sarò con te. Eccoti il segno che io ti ho mandato: quando tu avrai fatto uscire il popolo dall’Egitto, servirete Dio su questo monte».
Seconda Obiezione di Mosè:
13 Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». 14 Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono /JHWH !». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono / JHWH mi ha mandato a voi». 15 Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: JHWH, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione. […]
Terza obiezione di Mosè e tre prodigi offerti da Dio per accreditare il suo profeta:
Es 4,1 Mosè rispose: «Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso JHWH!». 2 Il Signore gli disse: «Che hai in mano?». Rispose: «Un bastone». 3 Riprese: «Gettalo a terra!». Lo gettò a terra e il bastone diventò un serpente, davanti al quale Mosè si mise a fuggire. 4 JHWH disse a Mosè: «Stendi la mano e prendilo per la coda!». Stese la mano, lo prese e diventò di nuovo un bastone nella sua mano. 5 «Questo perché credano che ti è apparso JHWH, il Dio dei loro padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». 6 JHWH gli disse ancora: «Introduci la mano nel seno!». Egli si mise in seno la mano e poi la ritirò: ecco la sua mano era diventata lebbrosa, bianca come la neve. 7 Egli disse: «Rimetti la mano nel seno!». Rimise in seno la mano e la tirò fuori: ecco era tornata come il resto della sua carne. 8 «Dunque se non ti credono e non ascoltano la voce del primo segno, crederanno alla voce del secondo! 9 Se non credono neppure a questi due segni e non ascolteranno la tua voce, allora prenderai acqua del Nilo e la verserai sulla terra asciutta: l’acqua che avrai presa dal Nilo diventerà sangue sulla terra asciutta».
Pur con l’offerta di eseguire questi prodigi per convincere i suoi connazionali schiavi, Mosè non cede. Non ne vuole proprio sapere di fare il liberatore.
Quarta obiezione di Mosè:
10 Mosè disse a JHWH: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». 11 JHWH gli disse: «Chi ha dato una bocca all’uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, JHWH? 12 Ora va’! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». 13 Mosè disse: «Perdonami, Signore mio, manda chi vuoi mandare!». 14 Allora la collera del Signore si accese contro Mosè.»
Fantastico! Mosè con le sue remore è riuscito perfino a fare a arrabbiare Dio. Il grande Mosè, il “liberatore” che guidato da Dio ha fatto uscire gli ebrei schiavi dall’Egitto alla Terra Promessa, non ne voleva sapere per nulla di fare quello che poi ha fatto!
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LA CHIAMATA DI ELIA (Vedi in archivio: Elia)
Elia è considerato il più grande profeta dopo Mosè. Al suo riguardo, tuttavia, non risulta alcuna chiamata. La sua presentazione è un fulmine a ciel sereno:
1 Re 17,1«Elia, il Tisbita, uno degli abitanti di Gàlaad, disse a re Acab: «Per la vita di JHWH, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io».
Il testo inizia con una presentazione alquanto generica ed una profezia. Però non c’è alcuna “formula del messaggero” del tipo: “Dio ti manda a dire…” oppure: “Parola di Dio” o ancora: “Oracolo del Signore”. Ma ciò che più di tutto sorprende è quella finale: «se non quando lo dico io». “Io” chi? Elia o Dio? Inoltre abbiamo quella sentenza: «Per la vita di JHWH, Dio di Israele, alla cui presenza io sto». Fino a prova contraria in tutta la Bibbia nessuno si ritiene degno di essere ammesso alla presenza Dio. È solo Dio stesso che può “renderci degni di essere ammessi alla sua presenza“, come recita una preghiera eucaristica.
Inizia così la lotta o la guerra tra Elia e Acab re d’Israele (Regno del Nord); un re alquanto debole che si lascia telecomandare dalla moglie, la regina Gezabele, cananea, che adora e diffonde il culto degli idoli del suo paese. Questa guerra tra il profeta e il trono va avanti per gran parte del Libretto di Elia fino a quando, con l’aiuto divino il profeta riuscirà a sconfiggere i sacerdoti idolatri e subito dopo ne passerà a fil di spada quattrocento. La reazione di Gezabele non si fa attendere e mette sulle tracce di Elia i suoi soldati per farlo fuori. Inizia la lunga fuga di Elia che si sente abbandonato da Dio. La drastica reazione di Elia lo porta a decidersi di inoltrarsi per un giorno nel deserto senz’acqua un modo per garantirsi la morte per disidratazione. Egli si arrende con queste parole (Lettura 10 nella’archivio di Elia):
1Re 19,3a «Giunse a Bersabea di Giuda. Là fece sostare il suo ragazzo.
4 Egli si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra [ginepro]. Desideroso di morire, disse: «Troppo grande JHWH! [Cei: Ora basta, Signore!] Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri».
È a questo punto, quando il profeta ha perso tutta la sua arroganza, che Dio interviene ed è questo il momento decisivo:
1Re19,5 «Si coricò e si addormentò sotto la ginestra [ginepro]. Allora, ecco un messaggero [angelo] lo toccò e gli disse: «Alzati e mangia!». 6 Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi.
7 Venne di nuovo il messaggero di JHWH [l’angelo del Signore], lo toccò e gli disse: «Su mangia, perché è troppo grande [lungo] per te il cammino».
8 Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb».
Quando Elia scopre che lui vale qualcosa agli occhi di Dio, perché gli ha inviato un angelo per impedirgli il suicidio, allora trova la forza per arrivare fino all’Oreb o Sinai. In quel luogo, nella stessa grotta in cui Mosè parlava con Dio “faccia a faccia” anche Elia sarà ammesso alla presenza di Dio. Che lo cambierà radicalmente.
Sappiamo, poi che il nuovo Elia sarà completamente diverso dal precedente: vivrà nel deserto, non parlerà più per sua iniziativa, ma solo quando Dio gli dirà cosa dire e fare. E saranno gli altri che verranno a consultarlo.
Elia poi sarà rapito verso il cielo in carro di fuoco mentre attraversa il Giordano (Lettura 21). Rapimento simile a quello di Enoch uno dei patriarchi antidiluviani, che abbiamo già incontrato.
La parabola di Elia è quella di un profeta che non parla ed agisce per iniziativa di Dio, ma si muove per conto suo mosso dallo zelo per Dio. Dio non lo abbandona, ma gli fa svolgere un percorso che lo porterà a comprendere in che modo il nostro Dio parla e agisce.
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LA CHIAMATA DEL PROFETA GIONA
Abbiamo esplorato tutto il libro del profeta Giona che si trova nell’archivio.
Gio 1,1 «Ed ecco la parola di JHWH a Giona figlio di Amittay: 2 “Alzati va’ a Ninive la grande città e proclama contro di essa che il loro male è salito fino a me (davanti alla mia faccia)“».
La risposta di Giona
Gio 1,3 «Giona si alzò ma per fuggire a Tarsis lontano da JHWH; scese / yarad a Giaffa, dove trovò una nave che salpava alla volta di Tarsis, pagò il prezzo e s’imbarcò con loro alla volta di Tarsis lontano da JHWH».
L’invito di Dio a Giona è più che chiaro. Si tratta di andare da Israele a Ninive in Mesopotamia cioè, ad est, ma Giona prende una nave per andare a Tarsis che sta ad ovest. Per gli ebrei questa località è intesa come il luogo più remoto che si possa nominare. Era ritenuto che si trovasse al di là delle Colonne d’Ercole (Stretto di Gibilterra), si potrebbe dire un “non luogo”. In altre parole, Giona non ha alcuna intenzione di occuparsi dei niniviti, un popolo che con le sue guerre aveva causato molti morti in Israele.
Però Dio non lascia che il suo profeta se ne vada per la sua strada. Provocherà una grande tempesta, Giona finirà in mare ed un grosso pesce lo inghiottirà. Resterà all’interno del pesce per tre giorni, chiederà perdono a Dio e si dichiarerà disposto ad eseguire la missione affidatagli.
Giona arriverà a Ninive e la sua predicazione sorprendentemente convertirà il cuore dei niniviti:
Gio 3,5 «I cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, dal più grande al più piccolo. 6 Giunta la notizia fino al re di Ninive, egli si alzò dal trono, si tolse il manto, si coprì di sacco e si mise a sedere sulla cenere. 7 Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: «Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. 8 Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani».
La missione di Giona ha colto nel segno, ma il profeta è tutt’altro che soddisfatto:
Gio 4,1 «Ma Giona ne provò grande dispiacere e ne fu indispettito. 2 Pregò JHWH: «JHWH, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per ciò mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato. 3 Or dunque, JHWH, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere!». 4 Ma JHWH gli rispose: «Ti sembra giusto essere sdegnato così?».
In questo caso vediamo chiaramente come il profeta sia in pieno disaccordo con la volontà di perdono che anima Dio, tanto che Dio fa più fatica a convertire il suo profeta che non i niniviti.
Segue poi l’episodio della pianta di ricino che spunta e cresce nell’arco di una notte procurando un’ombra deliziosa quando il sole riscalda le pietre del deserto. Ma poi il ricino muore e Giona si arrabbia:
Gio 4,9 Dio disse a Giona: «Ti sembra giusto essere così sdegnato per una pianta di ricino?». Egli rispose: «Sì, è giusto; ne sono sdegnato al punto da invocare la morte!». 10 Ma JHWH gli rispose: «Tu ti dai pena per quella pianta di ricino per cui non hai fatto nessuna fatica e che tu non hai fatto spuntare, che in una notte è cresciuta e in una notte è perita: 11 e io non dovrei aver pietà di Ninive, quella grande città, nella quale sono più di centoventimila persone, che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra, e una grande quantità di animali?».
Il testo termina così, come fosse interrotto. Non c’è una risposta di Giona alla spiegazione di Dio. Giona potrebbe avere accettato la spiegazione di Dio, ma potrebbe essere rimasto sulle sue posizioni. Il testo resta così sospeso costringendo il lettore a riflettere. Ma la cosa che ci interessa è che Dio non lascia il profeta nel suo brodo, ma fa di tutto per convertirlo, per fargli comprendere chi è Lui: un Dio che stabilisce profondissime relazioni di affetto con tutte le sue creature: buone e cattive che siano.
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LA CHIAMATA DI GEREMIA
Ger 1,4 «Mi fu rivolta la parola del Signore:
5 «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, / prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; / ti ho stabilito profeta delle nazioni».
La risposta di Geremia
6 Risposi: «Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, / perché sono giovane».
7 Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, / ma va’ da coloro a cui ti manderò
e annunzia ciò che io ti ordinerò.
8 Non temerli, / perché io sono con te per proteggerti». / Oracolo si JHWH.
Geremia pone subito due obiezioni: sono giovane e non so parlare. La risposta di Dio è lapidaria:
9 Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca / e il Signore mi disse: / «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca.
Risolto ogni problema? Non pare se al c 15 troviamo:
Ger 15,10 «Me infelice, madre mia, che mi hai partorito / oggetto di litigio e di contrasto per tutto il paese!
Non ho preso prestiti, non ho prestato a nessuno, / eppure tutti mi maledicono.
11 Forse, Signore, non ti ho servito del mio meglio, / non mi sono rivolto a te con preghiere per il mio nemico, / nel tempo della sventura e nel tempo dell’angoscia? […]
16 Quando le tue parole mi vennero incontro, / le divorai con avidità;
la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore, / perché io portavo il tuo nome,
JHWH, Dio degli eserciti.
17 Non mi sono seduto per divertirmi / nelle brigate di buontemponi,
ma spinto dalla tua mano sedevo solitario, / poiché mi avevi riempito di sdegno.
18 Perché il mio dolore è senza fine / e la mia piaga incurabile non vuol guarire?
Tu sei diventato per me un torrente infido, / dalle acque incostanti».
E al capitolo 20 troviamo un’altra lamentazione ancora più pesante:
Ger 20,7 «Mi hai sedotto, JHWH, e io mi sono lasciato sedurre; / mi hai fatto forza e hai prevalso.
Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; / ognuno si fa beffe di me.
8 Quando parlo, devo gridare, / devo proclamare: «Violenza! Oppressione!».
Così la parola del Signore è diventata per me / motivo di obbrobrio e di scherno ogni giorno.
9 Mi dicevo: «Non penserò più a Lui, / non parlerò più in suo nome!».
Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, / chiuso nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, / ma non potevo.
Malgrado queste lamentazioni Geremia porterà a termine il suo compito: quello di essere la voce di Dio in mezzo al suo popolo.
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LA CHIAMATA DEI DISCEPOLI DI GESÙ
Nei vangeli la chiamata dei discepoli avviene in modo repentino. Molto simile a quella di Abramo, un semplice: “Vieni e seguimi”. Certo loro avevano già sentito parlare del Maestro perché la sua fama si era diffusa in tutta la Galilea. A parte l’entusiasmo iniziale, un po’ alla volta si scopre che le idee dei discepoli non collimano con quelle di Gesù. Tanto che dopo la confessione di Pietro a Cesarea di Filippo, quando Gesù per la prima volta predice la sua crocifissione, abbiamo la cosiddetta “Crisi Galilaica” Mc 8,31ss. È lì che Pietro si becca del “Satana”. Da lì in poi le posizioni di Maestro e discepoli, nel frattempo diventati “Apostoli”, divaricano sempre più.
Il risultato è che quando si giunge al dunque, ai processi davanti ai sacerdoti e poi a Pilato, i “suoi” non ci sono. Anzi, uno l’ha tradito, il capo lo ha rinnegato tre volte e tutti hanno tagliato la corda! Tutto finito?
Per niente.
Qualche giorno dopo la risurrezione sono tutti riuniti nel cenacolo… “per paura” dicono i testi. Delle autorità o di Gesù? Perché potrebbe presentarsi loro e dire: “Adesso facciamo i conti”.
Ma le cose non vanno proprio così se Giovanni relaziona in questo modo:
Gv 20,19 «La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».
E da lì è cominciato o ricominciato tutto.
CONCLUSIONE
Potremmo proseguire a valutare altre chiamate / risposta di altri profeti e santi, ma riteniamo che questi modelli siano sufficienti. Con essi pensiamo di essere riusciti a mostrare che il Dio Abbà non è un militare che dà un comando del tipo: “armiamoci e partite” e tanto meno esige una risposta del tipo “credere, obbedire, combattere”. Dio con i suoi servi stabilisce una relazione che è, al tempo stesso, paziente ed operosa. Poi attende che l’uomo comprenda la Sua intenzione, sempre intenzione d’amore, la faccia propria e la porti a compimento.
Ma allora Abramo è proposto come il più bravo di tutti perché, appena sente la voce di un “Dio Sconosciuto”, senza la più minima obiezione fa le valigie e parte per una terra altrettanto sconosciuta, che gli sarà indicata cammin facendo?
Se così fosse, la Bibbia finirebbe per parlare di un facilone che vive di improvvisazione di superficiliatà. Questi pochi versetti vogliono solo proporre una sintesi essenziale del cammino percorso da Abramo e durato per cento anni. Un percorso pieno di insidie e di pericoli di ogni genere, con momenti di sconforto e altri di sostegno offerti da suo “Nuovo Dio”. Una sintesi che si apre e subito si chiude dentro da due verbi: “Vattene” e “partì“. Uno stile letterario chiamato “merisma”, consistente nell’esprimere il tutto con una forma molto stringata, come quando diciamo “cielo e terra” per significare tutto il mondo.
Tutto ciò porta a cogliere la grandezza di Abramo già a partire dal gesto iniziale, del tutto stilizzato, del “partire”. Certo, la Bibbia non si mi limita a proporre la grandezza di un momento. Infatti la Bibbia, a partire da questo momento iniziale, passa subito a tratteggiare la grandezza di una vita lunghissima che si dipana dentro la dura storia di un uomo, in carne ed ossa, che ogni giorno cerca anzitutto di capire cosa Dio vuole da lui. E poi, senza badare a fatiche o a paure, cerca di realizzarlo. Così, il gesto iniziale resta illuminato dal seguito della vita. E solo il seguito spiega cosa in realtà ha rappresentato e comportato per Abramo il gesto iniziale del “partire”.
Esattamente questo ciascuno di noi deve essere ogni giorno pronto a rivivere in prima persona. Sempre che voglia essere un “figlio di Abramo”.