Lettura 5 Mc 1, 1 Prologo di Marco, significato di archè

Mc 1,1« Archè (inizio) del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio».

Dobbiamo cercare di comprendere il significato di archè, termine greco che apre il vangelo di Marco; molto probabilmente il primo evangelo ad essere composto. Poco prima del 70 d. C.

Chi ha fatto un po’ di filosofia sa che “archè” sono i “fondamenti”, i “principi primi”, ciò da cui dipende tutto il resto.

Potremmo anche accogliere i significati che suggerisce il dizionario, ma a noi interessa sapere cosa intendeva con quel termine la cultura di quel tempo e soprattutto cosa intendeva Marco quando l’ha usato. Pertanto dobbiamo rivolgerci ai significati indicati dagli specialisti che, anzitutto, ci dicono che si tratta di un termine polisemico.

Se è così diventa doveroso esplorare tutti questi significati verificando quale o quali si accordano di più con il testo che segue, il vangelo. Diciamo subito che è saggio mantenerli tutti.

1- Fondamenti. Dire che il vangelo è il fondamento non è sbagliato, ma la lettura precedente ci ha suggerito che il fondamento è Gesù Cristo. Quindi c’è dell’altro.

2- Sommario. Secondo questa accezione il vangelo sarebbe un sommario, un indice; potremmo pensare alla visualizzazione di un percorso che il lettore o il discepolo è invitato a fare. Ma esso non è il tutto.

3- Brogliaccio, canovaccio. Era lo schema consegnato agli attori a riguardo della rappresentazione. Questo implicava che poi ogni attore ci aggiungesse la sua creatività, le sue invenzioni per arricchire il personaggio da interpretare. In questo caso ci sarebbe una parte svolta da Gesù e una parte che compete al discepolo lettore.

4- Rudimenti. Questo significato sembra più interessante perché dice che lo scritto, la lettera, non è il tutto, ma solo una prima sgrossatura che implica ancora una volta, un lavoro aggiuntivo da compiere.

5- Inizio. Se è un inizio di tipo temporale allora abbiamo a che fare con una storia e come tale essa ha un passato remoto, l’Antico Testamento e uno più recente. Il passato recente è appunto ciò che Marco va a raccontare.

Il passato remoto è accennato con sottili richiami che il lettore attento delle Scritture è in grado di catturare.

Infatti subito dopo Marco inizia a parlare di Giovanni Battista che in sé è figura di transizione con l’Antico Testamento, aggiungendo però due versetti che richiamano il deserto, precisamente “una strada nel deserto”.

Si tratta di un evidente rimando a due attraversamenti del deserto.

Il più vicino ha riguardato il ritorno in giudea degli esiliati a Babilonia intorno al 500 a.C.

Il più antico si riferisce la traversata compiuta dal popolo ebraico liberato dalla schiavitù d’Egitto, come narra il libro di Esodo, intorno al 1200 a.C.

Però questo “inizio / archè” ha un rimando ancor più suggestivo, esattamente alla prima parola del libro di Genesi, la prima parola che narra la creazione: «In principio / bereshit Dio creò il cielo e la terra», che nella Bibbia greca dei LXX suona: “En archè epoiesen…”

Se è così allora Marco intende suggerire l’inizio di una nuova creazione e comunque l’inizio della storia di Gesù.

Marco è convinto che per conoscere Gesù devi conoscere la sua storia (non certo la sua biografia).

Certo, anche la dottrina, i suoi insegnamenti, ma Gesù non è venuto a portare una dottrina, come pensava la teologia del 1800, bensì a portare una condivisione di vita.

Di insegnare sono tutti bravi, ma farsi carico della fatica di tutti e dare loro speranza per il futuro è tutta un’altra roba. E questo vuol dire “condividere”.

Ecco, secondo Marco, per capire questo, bisogna raccontare la storia di Gesù e descrivere le interazioni con quelli che gli giravano intorno: parenti, discepoli, poveri, peccatori, ricchi, avversari, capi del popolo, farisei, sacerdoti, ecc.

Tutti questi personaggi hanno qualcosa da dire al discepolo che legge il vangelo e da tutti loro c’è qualcosa da imparare.

Ma perché proprio una storia? Beh, con le persone che noi conosciamo o che abbiamo conosciuto, parenti, amici, colleghi, abbiamo in comune una storia. Non abbiamo certo condiviso, cartelle cliniche, carte d’identità, dati biometrici, ma piuttosto pezzi di vita. E quelle storie sono così sedimentate nella memoria che le possiamo ricordare anche a distanza di parecchi decenni, mentre, magari non riusciamo più a ricuperare alcuni nomi sepolto nei meandri della memoria.

Ecco, Marco ri-costruisce la storia di Gesù perché si possa condividere un pezzo di vita con Lui.

Ma questo è proprio quanto hanno sperimentato Mosè, Elia, Giona nei libri della Bibbia sui quali abbiamo già riflettuto (vedi archivi): un coinvolgimento della propria vita, della propria esistenza con Dio.

Certo, possiamo sempre ritenere buona la definizione di fede che Dante esprime Paradiso XXIV, 64 nella risposta alla domanda di San Pietro:

« Fede è sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi, / e questa pare a me sua quiditate ».

Una risposta che fa indubbiamente felici filosofi e teologi, ma che alle nostre orecchie suona quasi incomprensibile.

Se stiamo all’idea di Marco potremmo dire: “la mia fede è consapevolezza di avere in corso una storia con Dio“.

E chi vuole la può chiamare “Alleanza“.