Lettura 5 Gen 1-11 Le mitologie che circondavano l’antico Israele
Riteniamo necessario svolgere una breve rassegna della religione o delle religioni in mezzo ai quali il popolo d’Israele ha dovuto vivere e trovare la propria identità e quella del suo Dio.
Il riferimento va alla Mesopotamia perché è la regione che più delle altre ha influenzato il mondo dell’antico Israele; possiamo accantonare l’Egitto, perché la schiavitù e il processo di liberazione avevano probabilmente sviluppato una certa dose di anticorpi.
Grazie alle scoperte fatte negli ultimi cinquant’anni e al fatto che le culture mesopotamiche fin dall’inizio scrivessero su tavolette di argilla che non deperiscono nel tempo, oggi possediamo in forma quasi completa le epopee e i miti religiosi di qual mondo.
Le tavolette cuneiformi scoperte in più campagne archeologiche eseguite nella “Mezzaluna Fertile” hanno portato alla luce molti miti che non hanno nulla da invidiare a quelli dell’antica Grecia.
Ne menzioniamo alcuni che possono illustrare quale grande patrimonio simbolico abbiano fornito alle popolazioni che hanno abitato quelle terre nel corso di sette o otto millenni prima di Cristo.
Ne esaminiamo due per dare una pallida idea di quale fosse l’orizzonte simbolico in cui vivevano gli uomini di quei tempi.
L’epopea di Gilgamesh.
L’epopea di Gilgamesh, all’inizio è presente presso i Sumeri, il più antico popolo conosciuto che ha abitato la bassa Mesopotamia già dal 7000 a. C. ma i documenti scritti li troviamo a partire dal 2000 a.C. e poi presso i babilonesi fino al 500 a.C.
Teniamo presente che negli scavi eseguiti a Meghiddo a un tiro di schioppo da Nazaret sono state trovate alcune tavolette di questa epopea risalenti al 14° secolo a. C. e allora possiamo affermare che anche gli ebrei, in qualche modo, erano a conoscenza di questa e altre mitologie che circolavano nella Mezzaluna Fertile.
Gilgamesh, re di Uruk, è figlio della dea Rimat-Ninsun, il cui titolo è: “Eccelsa Vacca“, e di un sacerdote. Egli per un terzo è uomo e per due terzi è dio. Ha la dote dell’onniscienza, è capace di grandi e immense costruzioni, esperto in ogni cosa e molto saggio. Però è un despota, un dittatore che violenta tranquillamente donne e fanciulle e sottopone i suoi sudditi a durissime fatiche.
Allora gli abitanti pregano gli dèi di creare un essere capace di contrastarlo. Gli dèi impietositi mettono al mondo Enkidu, un essere selvaggio che vive tra le bestie della foresta. Con uno stratagemma Gilgamesh attira Enkidu a Uruk e ne nasce uno scontro durissimo, ma alla fine Enkidu riconosce la superiorità dell’altro e tra i due nasce una tenera amicizia. Il piano degli dèi è così fallito: Gilgamesh può continuare con le sue prepotenze verso gli uomini.
Tuttavia gli dèi impongono a Gilgamesh un’impresa titanica: andare nella favolosa “Foresta dei Cedri” per abbatterne il guardiano, il terribile mostro Hubaba. La narrazione dell’impresa è molto lunga e con molte ripetizioni, ma alla fine il mostro viene abbattuto grazie anche all’intervento del dio Sole Samas, così i due amici possono tagliere tutti i cedri della “foresta dei cedri”, compreso quello che con la cima bucava il cielo.
Mentre i due vincitori tornano a Uruk la dea Ishtar pone l’occhio su Gilgamesh, se ne innamora e chiede al nostro eroe di sposarla. Conoscendo le sue debolezze, Gilgamesh rifiuta e la dea umiliata si rivolge al padre Anum, il “Grande Toro Celeste“. Questi dapprima rifiuta, ma poi si rende conto di dovere acconsentire altrimenti la figlia aprirebbe le porte degli inferi facendo risuscitare i morti che mangerebbero tutti i vivi.
Così il “Toro Celeste” si scaglia contro Uruk in una battaglia furibonda nella quale cadono molti soldati del re. L’esito però vede l’intervento di Enkidu che prende il “Grande Toro” per la coda mentre Gilgamesh gli affonda la spada tra le corna.
Ishtar furibonda sale sulle mura della città e ne maledice il re, Gilgamesh. Enkidu muore tra terribili dolori nell’arco di dodici giorni e Gilgamesh gli organizza un funerale grandioso.
A questo punto tutta l’epopea di Gilgamesh cambia obiettivo: non più la fama e la grandezza, ma la via per superare la morte perché non vuole finire come Enkidu.
Non riteniamo sia il caso di proseguire nel racconto neanche in forma sintetica perché è segnato da molte prove di tipo iniziatico, ma ci sembra opportuno segnalare i nomi di alcuni personaggi che incontrerà nel suo cammino.
Anzitutto Utanapishtim, il famose eroe umano, che ha superato il diluvio e grazie alla sua impresa è diventato immortale e accolto tra gli dèi.
Gilgamesh deve evitare la montagna in cui vivono gli uomini-scorpione, la cui vista procura la morte. Dovrà attraversare nelle tenebre la montagna Mashu seguendo la via del sole e troverà sull’altro versante un giardino meraviglioso e sulla riva del mare la “Taverniera-Prostituta” Siduri che cerca di dissuaderlo dalla sua ricerca di Utanapishtim. Giungerà alle acque della morte dove riesce a convincere il traghettatore Urshanbi a passare sulla sponda ( il dantesco Caronte) in cui vive l’eroe del diluvio.
Finalmente, quando lo trova questi gli racconta la storia del Diluvio che a noi risulta essere la narrazione di un gigantesco monsone tropicale. Così gli viene rivelato il modo per raggiungere l’immortalità: “non dormire per sei giorni e sette notti“. Gilgamesh si siede, pone la testa tra le ginocchia e dopo pochi minuti si addormenta e dorme pere ben sette giorni. La prova è fallita. Come premio di consolazione avrà la pianta che ridona la pelle della giovinezza. La cosa funzione, ma dopo cinquanta leghe si immerge in un pozzo e un serpente gli ruba la pianta miracolosa e Gilgamesh si ritrova con la sua vecchia pelle.
La conclusione dell’epopea sono parole di Gilgamesh: «Non sono stato capace di ottenere alcunché di buono per me stesso»
Il mito di Atrahasis, cioè: “Il grande saggio”.
Lo riprendiamo perché ne avevamo già parlato nella lettura 13 di Esodo a proposito dello sfruttamento del lavoro degli schiavi in Egitto.
Di questo poema si possiede una recensione con tanto di data: “1635” a. C. e questo ci dice che l’elaborazione originale dovrebbe essere molto, ma molto più antica.
Il racconto inizia nel mondo divino, nel quale c’erano dèi maggiori e dèi minori. I maggiori si erano distribuiti il potere: Anum dominava il cielo, Enlil la terra ed Enki le acque sotterranee. C’era poi una squadra di dèi supervisori; infine c’erano gli Igigu, dèi di ultimo rango, che dovevano svolgere tutti i lavori necessari all’intero panteon dove gli dèi superiore si godevano la pace e la frescura dei templi. Era un lavoro duro e stressante: dissodare il terreno, arare i campi, seminarli, costruire i canali (siamo in Mesopotamia), tenerli puliti, insomma il tipico lavoro dei campi. Essi resistettero in questa condizione per 2500 anni, ma ad un certo punto non ne poterono più per l’oppressione e si ribellarono.
Non entriamo nei particolari della rivolta che assume tutte le forme di uno sciopero con la distruzione, tra l’altro, degli attrezzi agricoli. Così Enlil il dio della terra convoca un consiglio degli dèi, del quale tralasciamo le varie fasi molto elaborate e veniamo alla conclusione: si decide di creare l’uomo, una creatura che sostituisca gli dei inferiori nel duro lavoro dei campi. Per fare questo occorre argilla purificata e il sangue di un dio. Viene sacrifico il dio We che viene dissanguato. Questo sangue divino mescolato all’argilla e alla saliva degli Igigu permette di ottenere l’uomo. A questo punto gli dèi inferiori Igigu sono esentati dal lavoro che adesso è compito esclusivo degli uomini.
Dopo 1200 anni accade che il territorio coltivato e abitato è diventato sempre più vasto e gli uomini sempre più numerosi, ma anche rumorosi, tanto che gli dèi non possono più riposare nel silenzio dei loro templi.
Enlil, dio della terra, propone all’assemblea degli dèi di decimare la popolazione mediante alcune epidemie.
Però dopo un poco interviene Atrahasis, il Grande Saggio, che suggerisce di offrire al dio delle epidemie, Namtar, una grande quantità di offerte di ogni tipo trascurando gli altri dèi. Namtar si vergogna di avere scatenato quelle epidemie e fa cessare il flagello.
Passano altri 1200 anni e la storia si ripete. Gli uomini sono aumentati ancor più di prima e il loro chiasso è diventato insopportabile. Allora si decide di trattenere la pioggia, ne segue una grande e lunghissima siccità e l’umanità ne resta decimata. Interviene nuovamente Atrahasis che con uno stratagemma analogo al precedente riesce a far cambiare decisione al dio della tempesta che adesso lascia tornare le piogge.
Lo schema si ripete dopo altri 1200 anni e il flagello sarà l’insalinazione del terreno che non può più dare frutti. Altro intervento di Atrahasis che riesce a convincere un dio a fermare il flagello.
Altri 1200 anni e questa volta la piaga sarà il diluvio e il completo sterminio dell’umanità. Tuttavia il dio delle acque sotterranee Enki, con un trucco che gli consente di salvare la sua reputazione verso gli altri dèi, riesce ad avvertire Atrahasis e in sogno gli dice come costruire un arca. I testi presenti nelle tavolette si dilungano nel raccontare tutti i particolari dell’operazione e a raccontare come tutta l’umanità venne distrutta.
Però gli dèi cominciarono ad avere fame e addirittura crampi allo stomaco perché non avevano più nulla da mangiare. Quando però Atrahasis libera tutti gli animali che aveva portato in salvo nell’arca, finalmente tutti gli dèi possono soddisfare la loro fame. Quando si accorgono da dove fosse venuto tutto quel cibo dopo un lungo dibattito finiscono per lodare il dio Enki che tramite la sua soffiata ad Atrahasis aveva preservato l’umanità dalla estinzione e al Grande Saggio che aveva costruita l’arca viene donata l’immortalità.
Resta però il problema di limitare l’incremento degli uomini perché non si riproponga il problema del chiasso e viene così adottata una triplice legge da applicare agli uomini, che riportiamo letteralmente:
«Presso di loro, oltre alle donne feconde, ve ne saranno di infeconde.
Presso di loro vi sarà il Demone che li estingue / per rapire i bambini / dalle braccia delle madri.
Istituire presso di loro donne consacrate / con un loro particolare divieto / che le preservi dal diventare madri».
Questo poema così complesso cerca di spiegare l’origine dell’umanità, il perché di molte malattie, giustificare la mortalità infantile, dare uno statuto alle vergini consacrate, trovare una ragione teologica al duro lavoro dei contadini in massima parte schiavi, e soprattutto la complessità del rapporto con il mondo divino.
Il mito di Enuma elish, ovvero: “La glorificazione di Marduk“, interessante perché spiega come Marduk fosse diventato il principale dio babilonese, combattendo e vincendo gli dèi primordiali divenendo così il re di tutti gli dèi: Come poi avesse creato il mondo e quindi l’uomo per motivi analoghi a quelli presenti in Atrahasis. Non riteniamo possibile in questa sede farne una sintesi per via del grande numero di personaggi divini che vi entrano, ma è si può trovare l’intero testo al sottostante collegamento:
http://www.andreapolcaro.it/Dispense_files/Enuma%20Elish.pdf
Il mito di Erra che parte da personaggi storici rielaborando anche i miti precedenti.
Non è nostro compito approfondire oltre queste epopee, ma in internet si può trovare parecchio materiale, non sempre affidabile perché l’esoterismo è sempre in agguato.
L’interrogativo che queste scoperte archeologiche ci pongono è: come Israele ha potuto elaborare la propria teologia senza accogliere questi miti se non in modo molto “sfumato”.