Lettura 41 Mc 6,1 – 6a Gesù respinto da Nazaret: la non fede dei nazaretani

Mc 6:1 «E uscito di là viene nella sua patria e lo seguono i suoi discepoli. 2 Venuto il sabato cominciò a insegnare / didaskō nella sinagoga. E molti ascoltandolo restavano sbigottiti dicendo:
Da dove vengono a questo qui queste cose?
E quale sapienza è data a questo qui?
E quei dunameis / potenze / miracoli che avvengono con le sue mani?
3 Non è costui il carpentiere? Il figlio di Maria? Il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?». E si scandalizzavano di lui4 Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». 5 E non poteva fare alcun miracolo / dunamin, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. 6 E si meravigliava della loro incredulità
».

Abbiamo visto nella lettura 14, che Gesù aveva esercitato il suo insegnamento autorevole, exousia, in parole e opere nella sinagoga di Cafarnao. Nella stessa sinagoga, avviene lo scontro della quinta e ultima delle controversie galilaiche, lettura 25.
In questo brano Gesù, entra nella sinagoga del suo villaggio, Nazareth. L’accoglienza è molto fredda se non addirittura ostile.
Nel prosieguo dell’Evangelo di Marco non troveremo più Gesù all’interno di una sinagoga.
v2- Notiamo la differenza tra la reazione degli ascoltatori della sinagoga di Cafarnao, Mc 1,22 lettura 14, che rimasero stupiti per il suo insegnamento, contro quelli di Nazareth che “restavano sbigottiti“.
Lo comprendiamo meglio dalle prime tre domande, tutte dispregiative.

Prima domanda dispregiativa: “Da dove vengono a questo qui queste cose“?
Questo ragionamento domina anche il nostro tempo: se non conosco la causa, nutro dubbi sulla qualità dell’effetto, secondo il principio causa – effetto. Se non mi spiego il perché, nego l’evidenza della cosa, secondo il principio di ragion sufficiente.

Seconda domanda dispregiativa: “E quale sapienza è data a questo qui“?
Un pio ebreo che frequenta la sinagoga non dovrebbe avere dubbi perché la Bibbia parla chiaro attraverso molti testi di quale sia l’origine della Sapienza; ne riportiamo due:

Gb 28, 12 «Ma la sapienza da dove si trae? / E il luogo dell’intelligenza dov’è?
13 L’uomo non ne conosce la via, / essa non si trova sulla terra dei viventi.
14 L’abisso dice: «Non è in me!» / e il mare dice: «Neppure presso di me!».
15 Non si scambia con l’oro più scelto, / né per comprarla si pesa l’argento.
16 Non si acquista con l’oro di Ofir, / con il prezioso berillo o con lo zaffiro.
17 Non la pareggia l’oro e il cristallo, / né si permuta con vasi di oro puro.
18 Coralli e perle non meritano menzione, / vale più scoprire la sapienza che le gemme.
19 Non la eguaglia il topazio d’Etiopia; / con l’oro puro non si può scambiare a peso.
20 Ma da dove viene la sapienza? / E il luogo dell’intelligenza dov’è?
21 È nascosta agli occhi di ogni vivente / ed è ignota agli uccelli del cielo.
22 L’abisso e la morte dicono: / «Con gli orecchi ne udimmo la fama».
23 Dio solo ne conosce la via, / lui solo sa dove si trovi,
24 perché volge lo sguardo / fino alle estremità della terra, / vede quanto è sotto la volta del cielo.
25 Quando diede al vento un peso / e ordinò le acque entro una misura,
26 quando impose una legge alla pioggia / e una via al lampo dei tuoni;
27 allora la vide e la misurò, / la comprese e la scrutò appieno
28
 e disse all’uomo: / «Ecco, temere Dio, questo è sapienza / e schivare il male, questo è intelligenza
».

In questo brano del libro di Giobbe, di cui consigliamo leggere interamente i capitoli 27 e 28, il saggio fa una ricerca del luogo in cui sia possibile trovare la sapienza e in che cosa essa consista. In questo caso è stato Dio che l’ha cercata per primo, perché ne aveva bisogno per compiere le sue opere. Però essa era altra da Dio v 27.
Nel brano do Proverbi invece essa è creatura di Dio:

Pr 8,22 «Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, fin d’allora.
23 Dall’eternità sono stata costituita, / fin dal principio, dagli inizi della terra.
24 Quando non esistevano gli abissi, io fui generata; /quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;/ 25prima che fossero fissate le basi dei monti, / prima delle colline, io sono stata generata.
26 Quando ancora non aveva fatto la terra e i campi, / né le prime zolle del mondo;
27 quando egli fissava i cieli, io ero là; / quando tracciava un cerchio sull’abisso;
28 quando condensava le nubi in alto, / quando fissava le sorgenti dell’abisso;
29 quando stabiliva al mare i suoi limiti, / sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le fondamenta della terra, / 30 allora io ero con lui come architetto
ed ero la sua delizia ogni giorno, / dilettandomi davanti a lui in ogni istante;
31 dilettandomi sul globo terrestre, / ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo
». 

In questo brano, tratto dal libro dei Proverbi, la Sapienza è la prima creatura di Dio, mezzo indispensabile perché potesse iniziare la creazione. Ma il v 25 va oltre, perché dice che è stata generata da Dio: la Sapienza è Figlia di Dio.
Ma se la sapienza è generata da Dio, allora si afferma una verità ben più grande, messa in chiaro dai primi versetti del Vangelo di Giovanni:

Gv 1,1 «In principio era il Logos / Sapienza / Verbo / Parola // e il Logos era presso Dio / e Dio era il Logos»

Abbiamo mantenuto il termine greco Logos perché tra i vari significati comprende anche quello di “Sapienza”.
Con questo vogliamo dire che sin dall’inizio le nascenti chiese, avevano letto, nella immagine della Sapienza, riportata in diverse forme nell’Antico Testamento, la Figura del Figlio Unigenito.
Se è così, allora comprendiamo la provocazione espressa dalla seconda domanda dei nazaretani. Avevano la Sapienza lì sotto il naso, ma non hanno fatto nulla per cercare di comprenderla, accecati com’erano dalla loro precedente conoscenza. 

Terza domanda dispregiativa: “E quei dunameis / potenze / miracoli che avvengono con le sue mani“?
Le guarigioni, le cacciate dei demoni di cui avevano avuto notizia erano fatti concreti a partire dai quali avrebbero dovuto porsi la domanda: “Ma allora chi è questo nostro concittadino”? e iniziare una seria ricerca.
Forse essi desideravano che Gesù facesse qualcosa di teatrale anche a Nazareth, ma non c’era una condizione fondamentale perché questo avvenisse: la mancanza di fede o più modestamente l’anticipazione di un credito verso il loro compaesano. Ma lì è emersa soltanto la critica. 

v5 abbiamo mantenuto il verbo all’imperfetto che in greco indica il perdurare di un’azione: Gesù per il periodo in cui è stato lì non ha potuto fare le opere che aveva compiuto altrove. E ne conosciamo la ragione che abbiamo elaborato nella lettura precedente: la mancanza di fede. La fede è condizione necessaria perché il miracolo possa avvenire e non il contrario. Non è il miracolo che produce la fede, ma la fede che può produrre il miracolo.
Allora questo brano si pone anche come conclusione coerente con il tema della fede già elaborato: i discepoli durante la tempesta, l’emorroissa, la figlia di Giairo, ognuno con il suo particolare tipo di fede, ma gli ultimi, i nazaretani addirittura non hanno alcuna fede e sono in opposizione a Gesù.
Il loro problema è come ri-conoscere in un essere umano, che loro conoscevano molto bene, la presenza del divino, vale a dire il mistero dell’Incarnazione.
E se così, il loro problema non è anche il nostro?