Lettura 30a Gen 2,4b-3,24 Rilettura del secondo racconto della creazione

Più volte nelle nostre riflessioni abbiamo affermato che la Bibbia deve essere considerata nel suo insieme, cioè ne deve essere fatta una lettura e un’interpretazione sincronica. Quindi, considerare il contenuto di un capitolo o di un racconto un assoluto, sarebbe un grave errore. In Glosse: Note esegetiche n. 2-4, abbiamo trattato di come sia importante tenere conto del genere letterario del testo e soprattutto nella nota 5 abbiamo cercato di descrivere in cosa consista la “compatibilità cristologica”, vale a dire il fatto che l’Esegeta principale della Scrittura è Gesù Cristo. Di conseguenza la lettura “cristiana” della Bibbia deve sempre tenere conto di ciò che Gesù ha detto e ha fatto.

Queste affermazioni aprono la porta a una successiva affermazione. Anche queste pagine della Genesi vanno lette da “cristiani”. Vale a dire è indispensabile conservarle sempre perfettamente compatibili con i Vangeli. Ciò significa anzitutto tenere presente che Gesù non le ha mai sconfessate. Insieme, però, ha moltiplicato precisazioni su Dio fino a definire di Lui una volta per tutte una immagine luminosa e fantastica. Qui, va fatto notare, che talvolta la sua immagine trascende i pensieri degli ebrei che lo hanno preceduto o di quelli che gli contemporanei. Li contrasta. Li corregge. Li supera. Fa allora parlare il testo in modo inusuale. Giunge persino a turbare e a scandalizzare. Mai, però, rifiuta il testo sacro e mai lo mette da parte. Lo accetta. Lo considera allora un inizio su cui Lui deve costruire una precisa e sconvolgente prosecuzione. E, senza di essa, il testo vive tutti i guai tipici di una “incompiuta”.

Qui va richiamato che questi capitoli sono testi molto particolari. Fanno parte delle cosiddette eziologie. Si tratta di racconti metastorici. Quindi si tratta di testi che non intendono affatto raccontare avvenimenti avvenuti in un lontano passato. Essi invece vogliono fornire idee importanti su ciò che sta agli inizi. In particolare i capitoli 2 e 3 presentano il rapporto Dio-umanità come un “rib”, cioè secondo lo schema colpa, giudizio e castigo. La Bibbia è zeppa di questo genere letterario.

Alla radice sta il problema teologico, ma altresì filosofico di coordinare la giustizia con gli affetti o la giustizia con l’amore che per noi sono incompatibili: o si applica la legge e quindi la giustizia o si ama. É ancora il tema agostiniano dell’ordo amoris, vale a dire nell’amore deve essere presente anche la giustizia: l’amore per il gattino, così simpatico e affettuoso, non può prevaricare su quello dei genitori; e si potrebbero fare migliaia di esempi.

Ora qui si cerca brevemente di rileggere questi due capitoli in chiave “cristiana”. Ciò deve aiutare a ricostruire l’immagine di Dio in modo tale che alla fine essa faccia risplendere i caratteri di Abbà svelati al mondo da Gesù. Per compierlo dobbiamo affrontare brevemente, come annunciato nella lettura precedente, il tema del desiderio.

La struttura del desiderio

L’uomo è fondamentalmente sostenuto da una struttura desiderante. Basta guardare un piccolino ancora malfermo sulle gambe quali sforzi fa per raggiungere, toccare e magari mettersi in bocca, un oggetto sul quale è caduta la sua attenzione. E le mamme sanno con quanti occhi bisogna seguirlo perché non combini qualche disastro o non si faccia male.

Però il desiderio si presenta con due vistose anomalie.

La prima anomalia mostra che quando l’oggetto desiderato è stato raggiunto e ne siamo venuti in possesso, la reazione normale è: tutto qui? Cioè il raggiungimento dell’oggetto si accompagna alla delusione.

Questa è una condizione necessaria perché il desiderio possa rianimarsi verso un altro oggetto, così mantenersi attivo e rendere attrattiva la vita. Oppure si possono rivedere e provare nuove modalità con le quali entrare in possesso dell’oggetto.

La seconda anomalia è che l’uomo avverte la fine del desiderio, la mancanza di desideri come mortale. Quando la struttura desiderante si ammala, anche l’uomo si ammala: è la depressione. Ma è lecito chiedersi se soprattutto i vecchi non hanno più desideri perché sono ammalati o se si ammalano perché non hanno più desideri. E sappiamo che in certi casi una persona in questa situazione di apatia si lascia semplicemente morire.

Fin qui, il caso del desiderio verso oggetti, ma quando l’oggetto del desiderio è un essere umano, ci si attende da esso una risposta, cioè un “riconoscimento“. Il riconoscimento dice che le tue attenzioni sono gradite. In verità questo succedo anche con alcuni animali domestici. Se il cane non agita la coda…

Nel nostro caso il segno del riconoscimento consiste nell’osservanza del comandamento che diceva: “Potrai mangiare da tutti gli alberi del Giardino, ma dell’albero della conoscenza / jadah del bene e del male… perché certamente morrai”.

Come abbiamo visto esso è un avvertimento che vuole preservare l’uomo e la donna da un pericolo sicuro; un avvertimento analogo a quello messo sui pali degli elettrodotti “chi tocca i fili muore”.

Un segno della solidarietà di Dio verso le sue creature.

L’esperienza della relazione con Dio

L’uomo ha a disposizione tutto il giardino con ogni ben di Dio e ci sono tutti gli animali possibili e immaginabili che gli fanno compagnia, poi Dio gli ha fatto anche la donna, l’aiuto simile ke-negd-o (Lettura 21)

Insomma Dio vuole che l’uomo sia assolutamente felice.

E a tutto questo aggiungiamo le passeggiate insieme nel Giardino per chiacchierare e godere della brezza del giorno. In questo modo l’uomo e la donna possono vedere con i loro occhi di essere “a immagine di Dio” e in particolare cogliere che anche l’altro/a è “a immagine di Dio“.

L’attivazione del desiderio

I due primogenitori vivono felici nel Giardino godendo dell’amicizia con Dio senza neanche pensare allo “albero della conoscenza del bene e del male” come pure a quello dell’immortalità.

Abbiamo visto come il serpente abbia attivato il desiderio della donna verso il frutto proibito suggerendo qualcosa che andava oltre il gusto e la vista del frutto in sé, ma che gettava il sospetto sull’opera di Dio e in particolare sull’avvertimento: “non morirete affatto, anzi diventerete come dèi“. Un desiderio che prima non aveva neanche sfiorato i nostri due eroi dal momento che erano felici della loro immagine simile a quella di Dio.

Però il desiderio sposta l’attenzione o la tensione, dalla realtà sperimentata all’immaginazione.

Quando l’immaginazione si scatena non è più controllabile. E sappiamo quale è stato l’esito.

Adesso conoscono/jadah il bene e il male.

E ricordiamo che il verbo conoscere in ebraico significa anche “possedere”, per cui non si tratta semplicemente di conoscere il bene e il male, ma addirittura di possederlo, cioè, decidere da me cosa è bene e cosa è male per me. Una deriva che si è manifestata in modo più che evidente negli ultimi decenni, soprattutto tra le nuove generazioni: trasformare ogni desiderio in diritto.

La delusione seguita al gusto del frutto, “e si accorsero di essere nudi“, porta ad una reazione che l’agiografo non esplicita, perché è normale. Cioè, se il primo tentativo è andato male il secondo potrebbe riuscire. E d’altra parte il serpente non è la creatura più astuta di tutte le bestie selvatiche? Il serpente non può sbagliare. Abbiamo sbagliato noi. Bisogna provare nuovamente. Anziché mangiarlo prima tu e dopo io, facciamo il contrario, anziché al mattino proviamo alla sera… e così via.

Da questo punto di vista possiamo interpretare la cacciata dal Giardino come protezione da un desiderio destinato a diventare ossessione e a combinare ulteriori disastri.

Il salvataggio della Creazione

Dio sin dall’inizio è sempre teso in difesa della sua creazione e già in questo caso si mostra come agisce.

Una letture superficiale delle tre “sentenze” porterebbe a ritenere che tutti sono stati condannati, il male rappresentato dal serpente ha fatto centro e non c’è più speranza per nessuno.

Invece lette con attenzione ci rendiamo conto che ogni sentenza contiene una promessa.

La sentenza verso il serpente “promette” che la stirpe della donna gli schiaccerà il capo.

La sentenza verso la donna dice che saranno moltiplicati i dolori dei parti, ma nel contempo “promette” che i parti ci saranno anche perché «verso l’uomo è il suo istinto». E così è “promessa” la fecondità della coppia.

La sentenza verso l’uomo afferma che mangerà il pane con il sudore della fronte, ma appunto “promette” che mangerà, cioè avrà il pane per nutrirsi.

Allora possiamo dire che questa “eziologia metastorica” che affonda il suo linguaggio nelle mitologie mesopotamiche, che abbiamo visto nelle prime letture, contiene una parte puramente narrativa e una parte “rivelativa” costituita proprio da queste promesse.

Esse, però, rimandano ad un’altra Promessa: quella della “Terra in cui scorre latte e miele“.

La cacciata o la tenerezza di Dio

Non possiamo perdere di vista gli ultimi gesti di Dio con i progenitori.

Anzitutto, gira per il Giardino alla ricerca dei due ragazzotti, ma non li trova.

Come? Dio non è onnisciente? è in ogni luogo? prevede tutto e dispone che tutto si svolga secondo il suo progetto e adesso non riesce a trovare i nostri due eroi?

É un Dio che non vuole assolutamente fare il padreterno, ma si mette a trattare con l’uomo come fossero amici.

É la coppia che si è nascosta e teme qualche rappresaglia perché si “scoprono nudi“, vale a dire non riconoscono più nell’altro/a l’immagine di Dio. Anzi ormai temono questa immagine.

Il brano termina con Dio che cuce per loro delle tuniche di pelle per proteggerli dal freddo, come farebbe una mamma per il suo piccolino. Quale rappresaglia?!

L’Albero dell’immortalità

Questo secondo racconto della creazione termina con la cacciata dei progenitori dal Giardino perché sia impedito loro l’accesso all’Albero dell’immortalità.

L’antico agiografo non era in grado di immaginare che quell’albero sarebbe stato portato all’esterno del Giardino e reso accessibile ad ogni uomo, perché non gli era stato rivelato: l’Albero a cui sarebbe stato inchiodato Gesù Cristo, il Figlio.

A chi lo abbraccia è assicurata una vita senza fine, ma, appunto, solo a chi lo abbraccia.

NB: questa sintetica rilettura è basata su tre libri:

P. A. Sequeri, Il timore di Dio, VP, 51-72;

P.A. Sequeri, La fede e l’albero, EP;

P.A. Sequeri, Non ultima la morte, Glossa.