Lettura 29 Dio continua a svelare la sua figura Dt 6,4 – 13
Abbiamo precisato che, dopo l’enunciazione del Decalogo, il redattore esilico del testo di Deuteronomio procede proponendo per diversi capitoli diverse riflessioni sviluppate da Mosè sul primo comandamento. Riteniamo fondamentale riprenderle, invitando tutti alla massima attenzione.
Dt 6,4 « Ascolta, Israele: JHWH è il nostro Dio, unico è JHWH. 5 Tu amerai (hahav) JHWH tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima (in modo issimo) e con tutte le forze. 6 Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; 7 li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8 Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi 9 e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
Se il versetto 6,4 aggiunge una nuova comprensione della figura di Dio, si rendono necessarie delle conseguenze nel comportamento di ogni singola persona e del popolo nel suo insieme. Infatti il v5 esprime atteggiamenti prima sconosciuti che richiedono un impegno profondo da parte di tutti e di ciascuno.
“Amare Dio con tutto il cuore, tutta l’anima e tutte le forze” è una bella richiesta, ma è realizzabile?
Sappiamo che in italiano il verbo amare può significare tante cose. L’amore per i figli non è quello riservato agli amici e meno che meno quello che si pratica con una prostituta.
In ebraico si hanno diversi verbi a riguardo dell’amare, e ciascuno con un significato univoco. Quello relativo al nostro caso hahav è l’amore che si nutre tra coniugi, con i figli e tra fratelli; potremmo dire l’amore intra familiare.
Però troviamo subito qualcosa che ci mette in allarme. Era uso nei trattati di alleanza che, in genere nascevano tra il grande re o l’imperatore del momento e ogni reuccio dell’Antico Vicino Oriente, giurarsi amore / hahav eterno. Salvo poi dopo anche pochi mesi fare alleanza con un altro potente ed entrare in guerra con il precedente.
Allora può nascere il dubbio che anche il nostro versetto non sia altro che parte di una sorta di trattato di alleanza e allora quell’amare sarebbe solo formale e vuoto di senso.
Noi siamo più che certi che il significato di quell’amare debba essere inteso nel senso più pieno di affettuosi rapporti familiari e, cioè, che Dio si presenti come un Padre e desideri avere in risposta un amore di figli. Abbiamo usato “Padre”, ma sappiamo che nell’Antico Testamento questa nominazione di Dio era sconosciuta. È Gesù che nella pienezza della rivelazione dirà che Dio è Padre, anzi Abbà, che è il nome usato nell’ambito dei rapporti familiari più intimi, tra il padre, madre e i bambini.
Dalla religione formale alla religione del cuore.
Abbiamo detto più volte che il Deuteronomio nasce in parte tra gli esiliati e in parte nel post-esilio e comunque in una realtà nella quale non c’è più il re, non c’è più il tempio e nemmeno le sue strutture e i suoi riti religiosi. Su tutto domina l’imperatore di Babilonia o di Persia, con le sue leggi, le sue religioni, i suoi dèi.
Ora, nell’antichità la religione e le sue strutture erano parte integrante dello Stato; ammesso che ci fosse un’idea di Stato, perché tutta l’attività politica dipendeva dal Re il quale, tra l’altro, era eletto dal dio, o comunque diventava sovrano a seguito di una sacra unzione, come avviene ancora oggi in Inghilterra. Eravamo in piena teocrazia. Così a Gerusalemme il tempio era a ridosso del palazzo reale: una contiguità oggi impensabile.
Tutto questo per dire che era difficile distinguere il momento religioso da quello civile, perché le due cose erano compenetrate una nell’altra. Erano tutte teocrazie, appunto.
Con l’avvento dei grandi imperi che raccolgono più popoli, più culture e più religioni accade che se qualcuno vuole vivere la “sua” religione e adorare il “suo” Dio lo deve fare in forma privata o ristretta: vale a dire si passa da una religiosità statale, ad una religiosità personale o privata.
Storicamente sappiamo che a Babilonia gli esiliati erano stati raccolti attorno al canale Kebar come rivela il profeta Ezechiele (Ez 1) e sappiamo da fonti storiche che parte dei dispersi del Regno del Nord (Samaria cade nel 722 – 721 a. C.) erano finiti lungo il fiume Eufrate, per cui questi cercarono di riunirsi con i nuovi arrivati. In questo modo nei pressi di Babilonia nacquero delle comunità ebraiche che vivevano profondamente la propria fede senza, tuttavia, poter disporre delle strutture di cui abbiamo parlato. Per farla breve, quella che un tempo poteva essere una religiosità formale, esterna, burocratica, diventa “religione del cuore”.
Il contributo dei profeti
La domanda è: sarebbe esistito questo versetto 6,5 se prima non ci fosse stato il profeta Osea? Questa domanda la poniamo perché Osea è stato il primo a trattare l’amore di Dio per il suo popolo nei termini di rapporto coniugale e filiale, nel quale l’innamorato è “pazzo” d’amore, perché mette il suo amore davanti a tutto.
Osea vive nel Regno di Israele (Nord) e la sua attività profetica si svolge dal 755 a. C. fino a qualche anno prima della caduta di Samaria. È il periodo più florido per quella regione perché le due superpotenze contemporanee Babiloni ed Egitto, hanno problemi interni e lasciano in pace queste terre. Tuttavia dopo il lungo regno di Geroboamo II seguono parecchi re che prendono il trono, anche per pochi mesi, uccidendo il precedente e questo fino alla fine del regno stesso.
Con Osea per la prima volta il rapporto tra JHWH e il suo popolo è rappresentato nella forma di matrimonio: ovviamente Dio è il marito e Israele la sposa. È un principio che attraversa tutta la Bibbia fino al Cristianesimo che rappresenta la Chiesa come sposa di Gesù Cristo.
Osea tratta l’argomento a livello personale e collettivo. Personale perché per lui si è trattata di una profezia simbolica. E per “simbolica” non intendiamo, come si pensa oggi, qualcosa come l’acqua fresca, perché lui è stato chiamato da Dio a compiere ciò che poi racconta.
Os « 1:1 Parola di JHWH rivolta a Osea figlio di Beerì, al tempo di Ozia, di Iotam, di Acaz, di Ezechia, re di Giuda, e al tempo di Geroboàmo figlio di Ioas, re d’Israele.
2 Quando JHWH cominciò a parlare a Osea, gli disse: /«Va’, prenditi in moglie una prostituta /
e abbi figli di prostituzione, / poiché il paese non fa che prostituirsi /allontanandosi da JHWH».
3 Egli andò a prendere Gomer, figlia di Diblàim: essa concepì e gli partorì un figlio. 4 E JHWH disse a Osea:
«Chiamalo Izreèl, perché tra poco / vendicherò il sangue di Izreèl sulla casa di Ieu /
e porrò fine al regno della casa d’Israele. / 5 In quel giorno / io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreèl».
Ora, Izreèl è una pianura che va dal Mediterraneo fin quasi al fiume Giordano. Caratteristica perché una delle poche zone fertili di Israele avendo montagne a nord e a sud, quindi con possibilità di essere irrigata. Questo fa sì che fosse abitata fin dal 5000 a. C. proprio per la sua fertilità. Tra l’altro costituiva una via di passaggio dalla strada in riva al mare, Via Maris, a una più interna che portava in Siria e oltre. Dato che, appunto, era pianeggiante è sempre stata un luogo adatto per fare battaglie anche con cavalli e carri.
La casa di Ieu è quella che ha governato Israele (Regno del Nord) dal 845 a. C. in poi. Il trono era stato conquistato da Ieu con un colpo di stato uccidendo durante una battaglia a Izreel sia il re di Israele, Ioram, che quello di Giuda, Acab (Vedi 2 Re 9 e 10).
Se sta tutto questo, al primo figlio di Osea e Gomer viene dato un nome dal senso molto negativo perché ricorda un fatto di sangue impressionate; e nello stesso una profezia che riguardo la fine della casa di Ieu che giungerà insieme alla fine dello stesso Regno che cesserà di esistere per sempre con la caduta di Samaria nel 722 – 721 a. C.
6 «La donna concepì di nuovo e partorì una figlia e JHWH disse a Osea:
«Chiamala Non-amata (Lorḥm), / perché non amerò più / la casa d’Israele /
non ne avrò più compassione». […]
Il nome della neonata è costituito dalla negazione No = Lo e dalla radicale del verbo raḥam che indica una forma di amore più intensa di quella usata sopra hahav. In questo caso si vuole significa un amore viscerale, quello che ti sconvolge tutto, quello di uno impazzito per amore, una “cotta” che lascia il segno, che porta anche alla compassione quando vedi un ferito un ammalato che sta male da morire. La radicale rhm indica anche le viscere.
8 «Dopo aver divezzato Non-amata, Gomer concepì e partorì un figlio. 9 E JHWH disse a Osea:
«Chiamalo Non-mio-popolo (Lohamì), / perché voi non siete mio popolo / e io non sono per voi [Cei: io non esisto per voi]».
Il nome di questo maschietto smentisce tutta la storia che ha coinvolto Dio e il suo popolo, dalla liberazione dalla schiavitù d’Egitto, al lungo cammino nel deserto durato quarant’anni, alla conquista della Terra, alla nascita della monarchia davidica. E ora Dio lo chiama: “Non mio Popolo“.
La fine del v8 ha una valore strategico in tutto questo brano perché siamo di fronte ad una smentita del significato del nome di Dio, JHWH.
Nella rivelazione del Sinai, quando Mosè chiede a Dio il suo nome egli risponde “Anokì JHWH” che può essere tradotto:
Io sono chi sono – Io sono chi ero – Io sono chi sarò, con l’importante aggiunta: “…per voi“.
Questa affermazione fatta a Osea, ha un significato mortale per quei tempi. Eravamo in pieno enoteismo cioè, ogni terra / popolo ha il suo Dio, ma qui Dio stesso afferma: “io non sono più il vostro Dio” cosicché il Regno di Israele (Nord) si trova senza più un Dio che lo protegga, restando alla mercè di tutti gli altri popoli e tutti gli altri dèi.
[…] 2,4 «Accusate vostra madre, accusatela, / perché essa non è più mia moglie / e io non sono più suo marito»!
La frase in grassetto è quella che veniva pronunciata di fronte a testimoni, quando il marito ripudiava la moglie. Una volta proclamata ognuno andava per la sua strada, ma in questo caso il marito: JHWH, per bocca di Osea, continua in una serie di cocenti rimproveri che evidenziano tutte le trasgressioni che la moglie – Gomer o Israele ?- ha compiuto verso la fedeltà matrimoniale. Ma se ha pronunciato la formula del ripudio tutti i rimproveri che seguono sono ormai fuori luogo. Tuttavia dobbiamo tenere presente che detta formula non è stata pronunciata di fronte a testimoni validi, ma di fronte a dei bambini o neonati, segno che sotto sotto il marito è sempre innamorato della moglie. Vuole rompere, però…
Il testo prosegue con una serie di altri rimproveri cocenti fino al v 15 dove termina con “Oracolo di JHWH”, cioè “Parola di Dio”. Allora è Dio stesso che proclama tutte le nefandezze compiute dalla moglie / Israele. E notiamo bene sono tutte forme di pratiche idolatriche, che non esaminiamo nel dettaglio.
«Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni / e i segni del suo adulterio dal suo petto;
5 altrimenti la spoglierò tutta nuda / e la renderò come quando nacque
e la ridurrò a un deserto, come una terra arida, / e la farò morire di sete.
6 I suoi figli non li amerò, / perché sono figli di prostituzione.
7 La loro madre si è prostituita, / la loro genitrice si è coperta di vergogna.
Essa ha detto: «Seguirò i miei amanti, / che mi danno il mio pane e la mia acqua,
la mia lana, il mio lino, / il mio olio e le mie bevande».
8 Perciò ecco, ti sbarrerò la strada di spine / e ne cingerò il recinto di barriere / e non ritroverà i suoi sentieri.
9 Inseguirà i suoi amanti, / ma non li raggiungerà, / li cercherà senza trovarli.
Allora dirà: «Ritornerò al mio marito di prima / perché ero più felice di ora».
10 Non capì che io le davo / grano, vino nuovo e olio / e le prodigavo l’argento e l’oro / che hanno usato per Baal.
11 Perciò anch’io tornerò a riprendere / il mio grano, a suo tempo,
il mio vino nuovo nella sua stagione; / ritirerò la lana e il lino / che dovevan coprire le sue nudità.
12 Scoprirò allora le sue vergogne / agli occhi dei suoi amanti / e nessuno la toglierà dalle mie mani.
13 Farò cessare tutte le sue gioie, / le feste, i noviluni, i sabati, tutte le sue solennità.
14 Devasterò le sue viti e i suoi fichi, / di cui essa diceva: / «Ecco il dono che mi han dato i miei amanti»./ La ridurrò a una sterpaglia / e a un pascolo di animali selvatici.
15 Le farò scontare i giorni dei Baal, / quando bruciava loro i profumi,
si adornava di anelli e di collane / e seguiva i suoi amanti / mentre dimenticava me!
– Oracolo di JHWH».
Tutti questi rimproveri terminano con la minaccia di una distruzione totale, ma improvvisamente e inaspettatamente il tono cambia radicalmente:
16 «Perciò, ecco, la attirerò a me, / la condurrò nel deserto / e parlerò al suo cuore.
17 Le renderò le sue vigne / e trasformerò la valle di Acòr / in porta di speranza.
Là canterà / come nei giorni della sua giovinezza, / come quando uscì dal paese d’Egitto.
18 E avverrà in quel giorno
– oracolo di JHWH –
mi chiamerai: Marito mio, / e non mi chiamerai più: Mio padrone.
19 Le toglierò dalla bocca / i nomi dei Baal, / che non saranno più ricordati.
20 In quel tempo farò per loro un’alleanza / con le bestie della terra / e gli uccelli del cielo
e con i rettili del suolo; / arco e spada e guerra / eliminerò dal paese; / e li farò riposare tranquilli.
21 Ti farò mia sposa per sempre, / ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto, / nella benevolenza e nell’amore,
22 ti fidanzerò con me nella fedeltà / e tu conoscerai JHWH.
23 E avverrà in quel giorno /
– oracolo di JHWH –
io risponderò al cielo / ed esso risponderà alla terra;
24 la terra risponderà con il grano, / il vino nuovo e l’olio / e questi risponderanno a Izreèl.
25 Io li seminerò di nuovo per me nel paese / e amerò Non-amata;
e a Non-mio-popolo dirò: Popolo mio, / ed egli mi dirà: Mio Dio.»
Improvvisamente Dio cambia registro radicalmente: passa dalle minacce al linguaggio dell’amore, della seduzione, della cura assicurando tutti i prodotti della terra che assicurino una vita serena.
Si passa così da un mondo ridotto ad un deserto ad una terra fertile come appunto Izreel dove abbondano grano, olio e vino non ci sarà più la guerra perché l’arco è stato spezzato.
Sembra di essere di fronte ad una lite tra innamorati nella quale, alla fine, l’amore viscerale / raham prevale su ogni incomprensione e su ogni logica.
Ma come mai improvvisamente anche in Dio c’è questo cambiamento?
Certo, nella profezia messa sulla bocca di Osea si vuole presentare JHWH come follemente innamorato, ma questo è coerente anche con il Suo modo di comportarsi da sempre. Infatti la presentazione che fa di se stesso sul Sinai / Oreb, quando pronuncia a Mosè il Decalogo, chiamata anche “Carta d’identità di Dio”, Egli dice:
Es 20,2 «Io sono JHWH, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: 3 non avrai altri dèi di fronte a me.
4 Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. 5 Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, JHWH, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, 6 ma che dimostra il suo amore / hesed fino a mille (infinite) generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi».
Hesed è un amore incondizionato, donativo verso l’amato che si confonde con la grazia; con termine che sa di incenso potremmo tradure “misericordia”.
E poiché al tempo di questo scritto non era ancora stato guadagnato il concetto di infinito esso viene espresso nel rapporto fra “tre o quattro generazioni oggetto della giustizia e mille oggetto dell’amore” (vedi Lettura 79 di Esodo).
Allora Dio è così da sempre, non solo da Osea in poi.
Non dimentichiamo neanche che quando allontana Adamo ed Eva dal Giardino di Eden perché non combinino altri guai, cuce per loro delle tuniche di pelle perché siano protetti dalle intemperie che potrebbero trovare all’esterno (Vedi Lettura 28 di Genesi).
Se è così allora possiamo dire che Osea è indotto a presentare attraverso la sua azione simbolica ciò che da sempre era conosciuto. Ma sappiamo bene che la memoria ha sempre bisogno di essere rinfrescata.
Concludendo
Adesso tornando al nostro versetto v5 e tenendo presente tutto quanto si è detto, ci rendiamo conto che quella richiesta di chiedere l’impegno ad amare Dio come fosse un membro della propria famiglia impegnando tutto il cuore e tutta l’anima in modo superlativo, non è fuori luogo, ma è una richiesta coerente con tutti i benefici che Egli elargisce in ogni momento della nostra vita. In forma operativa: osservando tutto quello che prescrive la Torah.
I versetti successivi, che dal redattore saranno sviluppati dettagliatamente nei capitoli che seguono, accennano come fare proseguire questa obbedienza secondo:
1- una dimensione temporale: la trasmissione alle generazioni future,
2- e la dimensione spaziale attraverso la comunicazione alle persone che si incontrano nei nuovi territori in cui si sta per entrare o nella Terra in cui si sta per tornare o si è appena ritornati.
Da ultimo ricordiamo che anche il Vangelo di Matteo sottolinea l’importanza del nostro versetto:
Mt 22,34 «Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36 «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». 37 Gli rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. 39 E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso».
Quindi Gesù ricorda la necessità di estendere l’amore per Dio anche verso il prossimo. Invito ulteriormente ribadito da Giovanni: 1 Gv 4,20 «Se uno dicesse: «Io amo Dio», e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. 21 Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello».