Lettura 28 Incremento della rivelazione della figura di Dio Dt 6,4 – 13
Stiamo esplorando dei versetti che costituiscono il cuore della teologia del Deuteronomio. In questa lettura approfondiamo il senso del primo versetto, v4, una nuova manifestazione della realtà di Dio stesso, mentre nella prossima esamineremo le conseguenze per i fedeli.
Dt 6,4 « Ascolta, Israele: JHWH è il nostro Dio, unico è JHWH. 5 Tu amerai JHWH tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. 6 Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore; 7 li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. 8 Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi 9 e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
Alternanza singolare e plurale
Già nel primo versetto troviamo che l’indicazione dei soggetti “fa a pugni con la grammatica”, si direbbe. Iniziano con il singolare e proseguono con il plurale. Però questa è una caratteristica di tutto il Deuteronomio, ma non sono errori di grammatica. Si tratta piuttosto di evidenziare che la fede e ciò che deriva da essa devono senz’altro essere vissuti e approfonditi a livello personale. Alla pari, però, c’è da conquistare anche un livello comunitario.
Dio all’inizio si è rivolto ad Abramo perché da lui nascesse un popolo, anzi più popoli: “in te saranno benedette tutte le genti” Gn 12 ; quindi quel tu sin dal principio sottintende un voi. Da un lato sta l’invito ad approfondire l’esperienza personale della fede. Dall’altro sta l’ammonimento a calarla nella comunione con gli altri. Questo non vale, ovviamente, solo per gli uomini del tempo della stesura del Deuteronomio. Vale alla pari per tutti coloro che in ogni epoca vogliono vivere nella fede: ieri, oggi e domani.
A chi frequenta il testo sacro non può risuonare all’orecchio l’affermazione che Ruth, la moabita, rimasta vedova, dà a Noemi quando decide di andare a Betlemme (casa del pane) insieme alla suocera: «…il tuo popolo sarà il mio popolo; il tuo Dio sarà il mio Dio». Anche in questo caso viene sancita un’unità indissolubile tra il momento personale e quello collettivo.
Ascoltare e obbedire
Non per altro il testo inizia con “šemah”: cioè “ascolta”. Ascoltare è qualcosa di più di un sentire. Se ascolto è perché tendo la mia attenzione a quello che viene detto, o perché si tratta di argomento importante, o perché è importante colui che parla. In questa comprensione ci aiuta il latino perché ascoltare si può tradurre con “audire” e l’ascolto attento verso qualcuno diventa: “ob-audire”, “ascoltare per” cioè obbedire. Allora questo “šemah” va nella direzione dell’obbedienza: se Dio parla, non è per raccontare l’ultima partita o parlare del più e del meno, ma per comunicare qualcosa di importante, di fondamentale per la mia vita, per la nostra vita.
È così la libertà personale si fonde con libertà collettiva; e questo è il primo mattone che permette la crescita di una società.
Nuova comprensione / rivelazione sulla figura di Dio
La seconda parte del versetto 4, riportato secondo l’ultima versione della Cei, cerca di esprimere una realtà che porta al limite dell’impossibile la capacità comunicativa della lingua ebraica. È il motivo per cui se si consultano diverse versioni della Bibbia Cei o di altre edizioni, si trovano traduzioni molto differenti tra di loro.
Il fatto è che l’ebraico è molto stringato, diremmo telegrafico. Riportiamo il testo traslitterato: «Šemah Israel: JHWH Elohenu, JHWH ehad». Tradotto letteralmente sarebbe: «Ascolta Israele JHWH nostro Dio, JHWH uno». In ebraico il verbo essere è sottinteso per cui potremmo tradurlo in diversi modi:
Jahweh è il nostro Dio, Jahweh uno.
Jahweh nostro Dio, Jahweh è uno.
Jahweh nostro Dio, Jahweh unico.
Jahweh nostro Dio, Jahweh è uno solo.
In questo caso, per non creare incomprensioni, abbiamo riportato il nome di Dio per esteso: “Jahweh” anziché seguire l’uso consueto di scrivere solo le consonanti “JHWH” come fa la bibbia ebraica o “Signore” come fanno le nostre traduzioni. Questo perché il nome di Dio non ha da essere pronunciato.
Un problema è causato dal termine “Elohenu”: “Dio nostro” costituito da Elohim + nu; il possessivo “nostro” si ottiene attaccando a Dio l’aggettivo “nu”. Però Elohim è un plurale tantum, cioè un termine che possiede solo il plurale sia per Dio che per dei; e allora come fare a proclamare l’unicità di Dio quando lo si deve nominare con un plurale?
Il primo momento e quello di chiamarlo con il suo nome: JHWH.
Il secondo è quello di farlo seguire dal numero “uno”. Ma “uno” è appunto un numero che non dice anche “unico” o “uno solo”. Ecco l’ebraico si ferma qui.
Ma noi figli della Modernità e dell’Illuminismo vogliamo una definizione o un concetto.
Nella nostra lingua ci potremmo arrivare mentre la lingua ebraica si ferma lì.
Come se ne esce? Rispondiamo con una domanda: quando Dio rivela il suo nome a Mosè in Es 3 dice: “Anokì JHWH“. E anche in questo caso i traduttori impazziscono e traducono:
«Io sono chi sono». «Io sono chi ero». «Io sono chi sarò». «Io sono colui che è».
E su questo termine e relative traduzioni, sono state riempite intere biblioteche, ma non si è trovata una definizione o descrizione univoca. Anche in quel caso la risposta, o le risposte restano sempre aperte e provvisorie.
Questo non deve spingerci a rinunciare alla comprensione, ma piuttosto affidarci alla riflessione, alla mediazione, che è una dimensione molto più grande di una sterile definizione.
Se proprio si ritiene necessario possiamo affermare che la Bibbia conosce anche le definizioni precise e inoppugnabili; ad esempio questo salmo:
Sal 115:1 «Non a noi, Signore, non a noi, / ma al tuo nome da’ gloria, /per la tua fedeltà, per la tua grazia.
2 Perché i popoli dovrebbero dire: / «Dov’è il loro Dio?».
3 Il nostro Dio è nei cieli, /egli opera tutto ciò che vuole.
4 Gli idoli delle genti sono argento e oro, /opera delle mani dell’uomo.
5 Hanno bocca e non parlano, / hanno occhi e non vedono,
6 hanno orecchi e non odono, / hanno narici e non odorano.
7 Hanno mani e non palpano, / hanno piedi e non camminano; / dalla gola non emettono suoni.
8 Sia come loro chi li fabbrica / e chiunque in essi confida.
9 Israele confida nel Signore: / egli è loro aiuto e loro scudo».
Come si vede qui abbiamo descrizioni minuziose e precise, definizioni perfette che però descrivono oggetti, cose, idoli, non Dio.
La scienza ci insegna che le descrizioni, le leggi fisiche valgono solo per le materie scientifiche: matematica, fisica, ingegneria, ecc., ma quando si passa alle materie umanistiche la realtà non può essere racchiusa in una definizione, in un concetto, ma deve invece essere complessificata; ciò vale per psicanalisi, psicologia, psichiatria e paradossalmente anche per economia. Le cosiddette “leggi economiche” non rispondono ad equazioni matematiche, ma solo a rilevazioni statistiche per cui dovrebbero essere chiamate “dottrine economiche”, non certo “leggi”.
Quando si tratta dell’ uomo, di Dio e di tutto ciò che li riguarda, la matematica non regge e con essa ogni tipo di definizione.
In tutti i questi casi si deve aprire la mente alla riflessione.