Lettura 27 Gen 3,17-19 La sentenza verso l’uomo
Gen 3,17 All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, / maledetto sia la terra (Cei: suolo) per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo / per tutti i giorni della tua vita.
18 Spine e cardi produrrà per te / e mangerai l’erba campestre.
19 Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; / finché tornerai alla terra (Cei: suolo),
perché da essa sei stato tratto: / polvere tu sei e in polvere tornerai!».
Il tema della fatica
Troviamo due volte il termine terra / hadamah e una volta come pronome, che fanno inclusione con l’inizio del racconto in 2,5 in cui si narrava della condizione della terra prima dell’uomo e 2,7 in cui si dice che l’uomo è stato fatto con polvere della terra. In questo modo vien definito l’inizio e il termine del dittico.
La maledizione non riguarda l’uomo, ma la terra… a causa dell’uomo.
La motivazione dipende dal fatto di aver mangiato dell’Albero proibito; il verbo mangiare appare tre volte quindi con un rimando a 2,16 -17 in cui ancora tre volte è citato il verbo mangiare, quando viene imposto il comando.
Essendo la terra maledetta non sarà è più in grado di dare spontaneamente i suoi frutti come accadeva prima, ma dovrà essere faticosamente curata: vangata, seminata, irrigata, ecc. E insieme alle piante utili cresceranno anche quelle infestanti che danneggiano o addirittura impediscono lo sviluppo delle altre. Qui non si accenna alla disponibilità di acqua che in 2,10-14 risultava particolarmente abbondante perché si parlava addirittura di quattro fiumi.
Evidentemente il nostro redattore ha sott’occhio la condizione dei territori di Israele che ieri come oggi sono molto poveri di acque, soprattutto se paragonati con la realtà mesopotamica.
Teniamo presente che l’antropologia di questo agiografo non concepisce l’autonomia degli eventi planetari, ma li collega all’attività dell’uomo: poiché l’uomo ha peccato si è frantumata l’armonia universale e anche la terra ne risente pesantemente diventando sterile. Così nubifragi, terremoti, alluvioni, siccità, micidiali gelate primaverili, ecc. sono causate da colpe dell’uomo.
Occorrerà il libro di Giobbe, uomo giusto che subisce la perdita di tutti i famigliari dopo quella dei suoi averi e della sua stessa salute, per dare un colpo mortale alla teologia della retribuzione. E per giunta si troverà degli amici che al suo capezzale cercheranno infiniti appigli per spiegare la sua condizione come conseguenza dei suoi peccati che, effettivamente, non sono stati commessi. Il suo unico difensore sarà Dio che tuttavia non spiegherà la ragione delle sofferenze di Giobbe.
Non parliamo poi di quello che a suo tempo dirà Gesù:
Mt 5,43 «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; 44 ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, 45 perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti».
Ma forse ancora oggi questo insegnamento non è stato da tutti metabolizzato.
Torniamo al nostro testo. L’annuncio di questa desolante situazione sembra tuttavia contenere una promessa che comunque «mangerai il pane». Allora ci chiediamo: non è che trarre con fatica il pane dalla terra, grazie al proprio lavoro contenga il dono della dignità? Non riteniamo l’ipotesi impertinente perché anche in altri passi del sacro testo troviamo che una “punizione” di Dio, se così si può dire, in effetti contiene anche un dono.
Che in questa fatica sia contenuta la dimensione della dignità lo troviamo nel capitolo successivo quando Caino e Abele offriranno a Dio un sacrificio. Infatti che senso avrebbe offrire un sacrificio se il suo oggetto fosse solo un “regalo di Dio”?
Forse perdiamo di vista che nella Messa, all’Offertorio, la preghiera solenne recita quanto segue:
«Benedetto sei tu, Signore, Dio dell’universo: dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo; lo presentiamo a te perché diventi per noi cibo di vita eterna».
Analogamente viene fatto per il vino che ovviamente è citato come: “Frutto della vite e del lavoro dell’uomo“.
Tra l’altro, i due sintagma in grassetto sono presenti anche in una antica preghiera ebraica.
Quindi all’Offertorio non offriamo a Dio solo le monete che vengono raccolte, ma anche il nostro lavoro, la nostra fatica che, così, viene nobilitata.
Ben diversa era la condizione narrata nel mito di Atrahasis, in cui il lavoro era una schiavitù imposta all’uomo per risolvere problemi del mondo degli dèi.
Il ritorno alla terra
Il nostro dittico nel suo insieme non sembra assicurare l’immortalità prima del peccato, anzi suppone che la morte faccia parte della realtà umana sin dall’inizio. Inoltre il tema della risurrezione non è neanche immaginato, entrerà nelle Scritture a partire dai libri dei Maccabei, a metà del II secolo a. C.
Ciò che appare è la descrizione della morte come un evento drammatico: ritornare ad essere polvere del suolo non è il massimo delle umane aspirazioni.
D’altra parte nessuno ha mai raccontato l’esperienza della propria morte, al più si può fare esperienza del vedere il morire altrui. Un’esperienza comunque spaventosa.
L’agiografo in questo breve passo vuole mettere in luce che la morte avviene al di fuori della fiducia in Dio. La trasgressione avvenuta sotto l’Albero ha rotto quel rapporto d’intima relazione che vedeva Dio e questi due ragazzotti passeggiare nel Giardino alla brezza della sera.
Ora invece l’uomo è solo e soprattutto, completamente solo nel momento del suo morire.