Lettura 21 Mc 2,13-17 La seconda controversia galilaica, la chiamata di Levi
Mc 2,13 Uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. 14 E passando vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli dice: «Seguimi». Ed egli, alzatosi / egeirō, lo seguì.
15 E avviene che Gesù si trovasse a tavola / katàkeimai nella sua casa e molti pubblicani e peccatori si misero a tavola / katàkeimai con Gesù e i suoi discepoli; perché erano molti infatti quelli che lo seguivano. 16 E gli scribi dei farisei, vedendo che mangiava con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia con i pubblicani e i peccatori?». 17 Avendo udito questo, Gesù disse loro: «Non hanno bisogno del medico i sani, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».
Premessa
Il termine “pubblicano” deriva dal latino publicānus. La sua radice, publĭcum, significa: tesoro pubblico, imposte. In particolare, nelle province conquistate, come Israele, i pubblicani erano malvisti perché venivano considerati collaboratori del governo d’occupazione romano. Ricordiamo che al tempo delle rivolte dei Maccabei i romani si presentano nello scenario orientale come amici di Israele, combattendo contro i seleucidi, ma qualche decennio prima degli eventi evangelici, Pompeo, mette fine al Regno di Giudea e riduce il paese a provincia romana cambiandole perfino il nome in Palestina.
I pubblicani stipulavano con il governo romano dei contratti pubblici per vari fini, quali la gestione delle forniture militari all’esercito, il finanziamento della costruzione di edifici pubblici, l’esazione di tasse doganali e di redditi dei terreni. Essi anticipavano al governo il valore delle tasse richieste per poi recuperarle addizionate del loro aggio, che secondo gli autori antichi (Lucullo, Gabinio), poteva anche essere molto consistente, fino al 45%. Spesso, inoltre, i pubblicani traevano arbitrariamente vantaggio dall’indeterminatezza con cui venivano stabilite le tasse. Erano organizzati in “collegi” e per l’ammontare delle somme gestite costituivano un ordine molto potente (lobby). Le somme guadagnate erano usate per fare prestiti con interessi da usura, per cui erano spesso erano anche usurai. Essendo poi molto ricchi spesso si abbandonavano a lussi sfrenati, abusi e immoralità.
Levi è un ebreo che fa questo mestiere.
Anche questo brano inizia con Gesù circondato dalle folle e come nel racconto della chiamata dei primi discepoli ci troviamo lungo il mare. Ed è passando da lì che “vide” Levi figlio di Alfeo…
Facciamoci aiutare dall’immaginazione per comprendere la situazione sociologica e psicologica di Levi.
Quest’uomo aveva pensato che fare il pubblicano sarebbe stato un grande affare perché si poteva guadagnare un sacco di soldi e vivere da gran signore: avrebbe potuto soddisfare tutti i suoi capricci, avere tutte le donne che voleva, vivere nel lusso e così via. Ma poi si era reso conto che non era affatto così. Un po’ alla volta aveva perso gli amici, nessuno voleva avere a che fare con lui, tutti suoi legami affettivi erano andati a ramengo. Se qualcuno lo cercava era solo per interesse o perché era interessato ai suoi soldi; donne comprese. Quando andava per strada la gente lo evitava, qualcuno lo insultava, altri gli sputavano davanti. Anche quando frequentava i suoi “amici” romani, sempre lo guardavano dall’alto in basso e anche loro lo disprezzavano, anzi era costretto a dare loro anche una parte dei suoi guadagni per tenerseli buoni; oggi diremmo “tangenti”.
Certo, aveva guadagnato un sacco di soldi, ma non c’era nessuno con cui condividerli se non qualche prostituta o qualcuno che sperava in uno sconto sulle tasse.
Alla fine dei conti non ne poteva più di questa vita, ma non sapeva come fare a cambiarla.
Bene, in questa situazione, con i soliti pensieri che gli frullavano nella testa, incapace di dare una svolta a questo andazzo, proprio in quel giorno, mentre era seduto dietro il suo banco, gli passa vicino l’Uomo diventato famoso perché insegnava con exousia, cacciava i demoni con exousìa, cioè, con un semplice comando della voce, guariva gli ammalati sempre con exousìa, con una sola parola… e pare, così diceva la gente, che venga da Dio. Lui dice di essere “il Figlio dell’Uomo”. E questo uomo gli passa vicino e… «lo vide».
Lì c’è l’incrocio di due sguardi che dice di più di molti lunghi discorsi… e Costui gli dice: «Vieni e seguimi».
Ecco, quello sguardo e queste due parole gli hanno dato il coraggio di dare un calcio al suo banco, mollare tutto e andargli dietro.
Questo il testo lo dice con la parolina che abbiamo già incontrato: «egeirō, alzati, svegliati»; sempre il vocabolo che annuncia la risurrezione.
Così si ripete la stessa storia dell’arruolamento dei primi quattro: quelli rassettavano le reti, questo riscuoteva le tasse, mica stavano pregando, non erano rapiti da estasi mistiche… E si rinnova la stessa “anomalia” di questo “strano” genere di arruolamento: nessuna indagine, nessun colloquio preliminare, nessun percorso vocazionale o periodo di noviziato, nessuna selezione, niente di niente: solo «Vieni e seguimi».
Per usare un linguaggio chiesastico potremmo dire che lo segue perché ha scoperto il “tesoro nel campo“, come si dirà nella parabola di Mc 13, ma questo pubblicano non sa ancora di alcun tesoro; sa solo che deve mollare tutta quella fogna che ha coltivato fino ad ora.
Tra i due non c’è un semplice rapporto maestro – discepolo, ma comunione che si esprime nel mangiare a casa sua, di Levi. La condivisione del cibo tra gli umani non è semplice esaudimento di un bisogno fisiologico, perché questo lo fanno gli animali i quali si nutrono, mentre gli umani “pranzano”. Il pranzo per tutti gli esseri umani è il momento di una relazione profonda. Ma questi secondo l’uso del tempo mangiano katàkeimai, cioè sdraiati sul triclinio, cioè stravaccati. Allora si tratta di una relazione più che profonda: Levi ha organizzato un banchetto in piena regola secondo l’uso greco-romano.
Però a casa di Levi ci sono anche i suoi colleghi, altri pubblicani e peccatori, come lui. Ma il testo è sibillino, infatti dice:«perché erano molti infatti quelli che lo seguivano» e la terza persona non ci permette di capire se questi “pubblicani e peccatori” facevano parte della compagnia di Levi o di quella di Gesù. Probabilmente di entrambe perché Gesù non selezionava i suoi seguaci: Lui pranzava con tutti. Comunque è tutta gente che viene emarginata dalle “persone per bene”.
E qui emerge una seconda anomalia del comportamento di Gesù: la frequentazione di persone di dubbia reputazione: pubblicani, peccatori, prostitute, lebbrosi, emarginati di ogni genere, insomma tutta quella “gentaglia” dalla quale la gente per bene deve stare alla larga.
Però, se gli scribi dei farisei criticano il comportamento di Gesù è perché, tutto sommato, anch’essi riconoscono in lui un profeta, un uomo vicino a Dio, altrimenti non l’avrebbero nemmeno preso in considerazione.
Tuttavia non affrontano Gesù direttamente, ma si rivolgono ai discepoli.
La risposta di Gesù è composta da due sentenze, la prima, forse un proverbio.
La seconda spiega lo scopo della sua venuta. E questa è una affermazione rivelativa. Ricordiamo che siamo nella prima parte del vangelo di Marco che cerca di comprendere “Chi è Gesù”.
«Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Questa affermazione è problematica perché se non è bene intesa saremmo di fronte ad una scelta di campo… e spesso essa viene omileticamente radicalizzata creando grandi problemi a chi ascolta, come quando si sente parlare di scelta dei poveri, scelta degli emarginati, dei diseredati, ecc.
E uno dice: e tutti gli altri?
Nel nostro caso l’alternativa è tra giusti e peccatori.
Usciamo dal dilemma con una domanda: “C’è qualcuno che di fronte a Dio può affermare di non essere peccatore”?
Forse ci sono dei “giusti” che usano la Legge come ricatto verso Dio: “Io ho fatto tutto quello che c’era da fare: ho rispettato il sabato, ho pagato le decime, non frequentato persone di malaffare, ecc., adesso tu, Dio, “devi” ammazzare per me il vitello grasso… perché io ho fatto tutto quello che ti dovevo”
Certo, per chi la pensa così, la “conversione” del cuore diventa un affare quanto mai problematico.