Lettura 2 La questione sinottica

Se il nostro lettore insiste nel leggere i vangeli scopre subito, anche dopo una veloce lettura, che molte parti dei primi tre sono uguali.

Sono i vangeli di Matteo, Marco e Luca, chiamati “sinottici” perché se vengono messi appunto in sinossi, cioè uno accanto all’altro, si trova che in gran parte sono corrispondenti.

Gli studi moderni mediante il metodo della critica letteraria, il metodo di storia delle forme, il metodo di storia della redazione e oggi, i metodi strutturalisti e quelli narrativi, sono riusciti, in parte, a capire molte cose tanto delle corrispondenze che delle contraddizioni. Diciamo subito che le contraddizioni, che in epoca illuministica furono viste come prove dell’inaffidabilità dei testi, oggi si spiegano chiaramente confermandone invece la validità degli stessi.

Ora, per dare un’idea dei legami esistenti tra i sinottici, possiamo dire che i versetti comuni sono 330 su 1068 per Matteo, 330 su 661 per Marco e 330 su 1150 per Luca.

Questo porta a dire che i tre evangelisti avessero a disposizione una fonte comune oppure, cosa più verosimile, che Matteo e Luca, redatti più tardi, conoscessero già il vangelo di Marco.

Aggiungiamo che Matteo e Luca hanno molte parti comuni tra loro, ma sconosciute a Marco, il che suggerisce che avessero una fonte comune che non ci è pervenuta, la quale nei commenti è chiamata fonte Q dal tedesco “Quelle” (fonte).

Inoltre ciascuno dei tre vangeli ha delle parti proprie, cioè parti esclusive di Matteo, parti esclusive di Marco e parti proprie di Luca.

Tutto questo lo si comprende in un batter d’occhio se si consulta una sinossi dei vangeli come, ad esempio, quella di A. Poppi, Sinossi dei quattro evangeli, Messaggero, di cui esiste anche l’edizione con testo greco a fronte.

Quanto detto, in modo molto semplificato, ci consente di dire che i vangeli non nascono di botto: un discepolo che si mette a tavolino incominciando a scrivere, magari mentre Gesù parla, ma sono piuttosto il punto d’approdo di diverse tradizioni orali o in parte scritte durante più decenni che poi gli evangelisti hanno messo su carta tenendo conto della situazione ecclesiale vissuta dalle rispettive comunità.

Più esattamente, i vangeli non nascono all’inizio o durante, ma alla fine: all’indomani di quel fatto inaudito e sconvolgente che è stato la risurrezionela lieta novella, in greco: “euangelion” appunto, a partire dalla domanda: ma chi era, o chi è Gesù? Cosa ha detto? Cosa ha fatto?

Quindi i vangeli iniziano attraverso un lavoro comune di ricupero di fatti, detti, parole, prodigi, controversie, racconti, etc.

La lunghezza dei racconti della passione e la minuzia dei particolari, decisamente sproporzionata rispetto al resto della narrazione, ci dice che questo è stato un argomento che più di ogni altro ha sollecitato l’attenzione dei discepoli.

È abbastanza evidente che è stato un argomento che li ha punti sul vivo nel tentativo di spiegarsi come mai “il profeta potente in parole e opere” fosse morto in quel modo.

Per di più una passione e morte che non li vedeva neutrali dato che uno l’aveva tradito, un altro l’aveva rinnegato tre volte e tutti gli altri avevano tagliato gloriosamente la corda.

Tanto che sotto la croce c’era rimasto solo la madre, un ragazzino e una ex prostituta: personaggi abbastanza tollerati dai soldati per cui non rischiavano granché.

Un senso di colpa che affliggeva i discepoli ulteriormente acuito quando appare loro il Risorto e non dice loro: “Adesso facciamo i conti”, ma «pace a voi» Gv 20,19.

Proprio da questi eventi parte appunto il ricupero della memoria.