Lettura 19 Mc 2 Le controversie galilaiche
Non dobbiamo perdere di vista che stiamo esplorando la prima parte del Vangelo di Marco che, come abbiamo detto alla lettura 6, potrebbe essere intitolata: “Chi è Gesù?” oppure “La ricerca dell’identità di Gesù” oppure, espresso in modo affermativo: “Gesù è il Messia“
Nelle letture precedenti abbiamo visto che Gesù propone un insegnamento nuovo con autorità / exousìa, scaccia i demoni con exousìa e guarisce gli ammalati con exousìa.
Ora troviamo cinque controversie che Marco colloca a Cafarnao e sono occasione per fare una prima conoscenza con gli oppositori e definire i contorni della identità di Gesù.
Notiamo che egli non si presenta mai come “Figlio di Dio“, ma come “Figlio dell’Uomo“. Di questo appellativo non possiamo semplicemente dare una definizione, che lascerebbe semplicemente il tempo che trova, ma dobbiamo cercare di afferrarne il senso per noi che lo leggiamo oggi e soprattutto per l’ascoltatore di Gesù, perciò ne dobbiamo approfondire il significato facendone la storia.
Il sintagma “Figlio dell’uomo” nell’Antico Testamento è usato moltissimo e vuole indicare la natura della persona cui è rivolto: l’uomo come creatura, nel suo limite, nella sua fragilità; in genere pronunciato da un personaggio di alto rango: un ministro, un re, Dio stesso e rivolto al suo interlocutore.
Nei vangeli “Figlio dell’Uomo” è usato con un significato ben diverso, esattamente quello presente nel libro del profeta Daniele.
Il libro di Daniele, posto tra i profeti maggiori, accanto ad Isaia, Geremia ed Ezechiele, è un testo alquanto complesso anche perché scritto parte in ebraico, parte in aramaico e parte in greco. Esso usa il genere apocalittico, che fa largo uso di visioni e sogni, denso di simboli non immediatamente comprensibili se non c’è una certa dimestichezza con tale letteratura. Chi ha provato ad approcciare l’Apocalisse di Giovanni ne sa qualcosa.
Il libro di Daniele non è stato scritto da un profeta di nome Daniele, ma da un autore o più autori sconosciuti.
L’esame delle forme letterarie rivela che esso può essere stato composto all’inizio del secondo secolo avanti Cristo, diciamo per dare dei numeri: 200 – 180 a. C., e poiché l’autore si rivolge agli ebrei del suo tempo, ci è richiesto di conoscere almeno sommariamente la situazione storica di Israele in quel periodo.
Sappiamo che nel 580 a C. Gerusalemme viene distrutta dai babilonesi e la parte più elevata della popolazione, la classe dirigente deportata a Babilonia dove rimase per circa settant’anni fino a quando l’impero babilonese venne conquistato da Ciro il grande, che fondò l’Impero Persiano.
Circa duecento anni dopo, anche l’Impero Persiano cadde, conquistato da Alessandro Magno che morì poco dopo, ancora giovane, nel 311 a. C.
La successione di Alessandro venne brutalmente decisa da alcuni suoi generali che divisero il regno in quattro parti; un accordo che li vide subito dopo farsi guerra l’un l’altro.
Israele fu coinvolto, suo malgrado, in tutte queste vicende e si trovò così ad essere dominato dai Selucidi, una dinastia fondata da Seleuco uno dei quattro generali di cui si è detto. Questa dinastia di cultura greca cercò di imporre a tutti i costi gli usi e i costumi ellenici, che però facevano a pugni con le tradizioni giudaiche e soprattutto con la Legge e i riti del tempio.
Il vertice di questa tensione è richiamato perfino da Gesù che dice in Mt 24,15 «Quando dunque vedrete l’abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo – chi legge comprenda...».
L'”abominio della desolazione” si riferisce al gesto di Antioco Epifane che nel 167 a. C. costruì un altare a Giove nel luogo dell’altare dei sacrifici all’interno del tempio di Gerusalemme e in sovrappiù, vi sacrificò un maiale, animale che la Legge ebraica considera impuro.
Di questo fatto ne parla il libro di Daniele in forma profetico-apocalittica e, per via dell’incertezza della data di composizione del testo, non sappiamo se si tratta di una previsione o di una profezia post eventum:
Dn 9,27 «Egli stringerà una forte alleanza con molti / per una settimana e, nello spazio di metà settimana,
farà cessare il sacrificio e l’offerta; / sull’ala del tempio porrà l’abominio della desolazione
e ciò sarà sino alla fine,/ fino al termine segnato sul devastatore».
Ora, noi dovremmo fare uno sforzo d’immaginazione per cercare di comprendere i sentimenti di afflizione degli ebrei che assistevano o raccontavano questo avvenimento. Un evento impensabile, mai accaduto prima e che metteva perfino in discussione la presenza di Dio nel tempio.
Come poteva l’Altissimo tollerare una cosa del genere?
Perché Dio non era intervenuto per impedirla?
E che fine avevano fatto tutte le promesse di Dio assicurate a Davide e ai patriarchi?
E perché Dio non si faceva sentire con “mano potente e braccio teso“, come aveva fatto con i Padri?
E dove erano finite tutte le promesse legate all’Elezione?
Ecco, è in questa situazione che emerge un profeta, tutto proteso a dare speranza e fiducia al popolo demoralizzato.
Ora, il libro di questo sconosciuto autore, non tratta la situazione attuale, ma parla di un altro profeta di nome Daniele, appunto, deportato a Babilonia da Nabucodònosor e introdotto alla corte reale. In quel contesto Daniele ha sogni e visioni a riguardo del futuro, che in realtà sono eventi già avvenuti perché colui che scrive vive trecento anni dopo.
Quindi il libro di Daniele fa una rilettura della storia tracciando una “teologia della storia“.
La storia viene in qualche modo riferita a Dio che al momento opportuno interviene per raddrizzarla.
Così veniamo al testo che ci interessa e al quale si riferisce Gesù quando parla di “Figlio dell’Uomo“.
Da 7:1 «Nel primo anno di Baldassàr re di Babilonia, Daniele, mentre era a letto, ebbe un sogno e visioni nella sua mente. Egli scrisse il sogno e ne fece la relazione che dice:
Le quattro bestie
2 Io, Daniele, guardavo nella mia visione notturna ed ecco, i quattro venti del cielo si abbattevano impetuosamente sul Grande Mare ( Mediterraneo) 3 e quattro grandi bestie, differenti l’una dall’altra, salivano dal mare. 4 La prima era simile ad un leone e aveva ali di aquila. Mentre io stavo guardando, le furono tolte le ali e fu sollevata da terra e fatta stare su due piedi come un uomo e le fu dato un cuore d’uomo.
5 Poi ecco una seconda bestia, simile ad un orso, la quale stava alzata da un lato e aveva tre costole in bocca, fra i denti, e le fu detto: «Su, divora molta carne».
6 Mentre stavo guardando, eccone un’altra simile a un leopardo, la quale aveva quattro ali d’uccello sul dorso; quella bestia aveva quattro teste e le fu dato il dominio.
7 Stavo ancora guardando nelle visioni notturne ed ecco una quarta bestia, spaventosa, terribile, d’una forza eccezionale, con denti di ferro; divorava, stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava: era diversa da tutte le altre bestie precedenti e aveva dieci corna.
8 Stavo osservando queste corna, quand’ecco spuntare in mezzo a quelle un altro corno più piccolo, davanti al quale tre delle prime corna furono divelte: vidi che quel corno aveva occhi simili a quelli di un uomo e una bocca che parlava con alterigia.
Il numero quattro è un simbolo cosmico che indica l’intera creazione perché quattro sono i punti cardinali, quattro gli elementi da cui deriva tutto: terra, acqua, fuoco e aria.
Le bestie nella letteratura apocalittica rappresentano i regni, la politica; anche Dante ne farà uso. Rappresentare gli imperi con delle bestie feroci è un modo per indicare come i governanti trattano i popoli.
La quarta bestia è talmente orribile e spaventosa da non poter neanche essere descritta.
Le corna probabilmente rappresentano un segno di potenza e un rimando ai tori che per diverse religioni dell’Antico Oriente erano rappresentazione degli dèi, quando non addirittura questi stessi animali considerati dèi.
Il mondo di Dio
9 Io continuavo a guardare, / quand’ecco furono collocati troni / e un vegliardo si assise.
La sua veste era candida come la neve / e i capelli del suo capo erano candidi come la lana;
il suo trono era come vampe di fuoco / con le ruote come fuoco ardente.
10 Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui, / mille migliaia lo servivano
e diecimila miriadi lo assistevano. / La corte sedette e i libri furono aperti.
11 Continuai a guardare a causa delle parole superbe che quel corno proferiva, e vidi che la bestia fu uccisa e il suo corpo distrutto e gettato a bruciare sul fuoco.
12 Alle altre bestie fu tolto il potere e fu loro concesso di prolungare la vita fino a un termine stabilito di tempo.
Le vesti candide sono indice di purezza e santità. Il fuoco è un elemento teofanico che rivela la presenza di Dio.
Lo stesso fuoco distrugge ciò che impuro, malvagio, le quattro bestie, in questo caso.
Il Figlio dell’Uomo
13 Guardando ancora nelle visioni notturne, / ecco apparire, sulle nubi del cielo,
uno, simile ad un figlio di uomo; / giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui,
14 che gli diede potere, gloria e regno; / tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano;
il suo potere è un potere eterno, / che non tramonta mai, e il suo regno è tale / che non sarà mai distrutto.
Spiegazione della visione
15 Io, Daniele, mi sentii venir meno le forze, tanto le visioni della mia mente mi avevano turbato; 16 mi accostai ad uno dei vicini e gli domandai il vero significato di tutte queste cose ed egli me ne diede questa spiegazione: 17 «Le quattro grandi bestie rappresentano quattro re, che sorgeranno dalla terra; 18 ma i santi dell’Altissimo riceveranno il regno e lo possederanno per secoli e secoli».
19 Volli poi sapere la verità intorno alla quarta bestia, che era diversa da tutte le altre e molto terribile, che aveva denti di ferro e artigli di bronzo e che mangiava e stritolava e il rimanente se lo metteva sotto i piedi e lo calpestava; 20 intorno alle dieci corna che aveva sulla testa e intorno a quell’ultimo corno che era spuntato e davanti al quale erano cadute tre corna e del perché quel corno aveva occhi e una bocca che parlava con alterigia e appariva maggiore delle altre corna. 21 Io intanto stavo guardando e quel corno muoveva guerra ai santi e li vinceva, 22 finché venne il vegliardo e fu resa giustizia ai santi dell’Altissimo e giunse il tempo in cui i santi dovevano possedere il regno.
23 Egli dunque mi disse: «La quarta bestia significa che ci sarà sulla terra un quarto regno diverso da tutti gli altri e divorerà tutta la terra, la stritolerà e la calpesterà.
24 Le dieci corna significano che dieci re sorgeranno da quel regno e dopo di loro ne seguirà un altro, diverso dai precedenti: abbatterà tre re 25 e proferirà insulti contro l’Altissimo e distruggerà i santi dell’Altissimo; penserà di mutare i tempi e la legge; i santi gli saranno dati in mano per un tempo, più tempi e la metà di un tempo. 26 Si terrà poi il giudizio e gli sarà tolto il potere, quindi verrà sterminato e distrutto completamente. 27 Allora il regno, il potere e la grandezza di tutti i regni che sono sotto il cielo saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo, il cui regno sarà eterno e tutti gli imperi lo serviranno e obbediranno».
28 Qui finisce la relazione. Io, Daniele, rimasi molto turbato nei pensieri, il colore del mio volto si cambiò e conservai tutto questo nel cuore.
Decifrazione storica
La prima bestia rappresenta l’Impero Babilonese, il suo re Nabucodònosor e relativi successori.
La seconda bestia l’Impero Persiano. Nel 539 a. C. Ciro il Grande conquista Babilonia e nasce così l’Impero Persiano.
La terza bestia si riferisce all’Impero fondato da Alessandro Magno.
La quarta, la più terribile, raffigura l’Impero Ellenistico dei Seleucidi, quello che dominava la Palestina al tempo del nostro ignoto scrittore. Si chiarisce anche il significato delle dieci corna che rappresentano i dieci sovrani di quella dinastia.
Il corno centrale quello più forte degli altri potrebbe essere l’ultimo, l’autore dell'”abominio della desolazione“.
Il Regno di Giudea
Una certa attenuazione dell’oppressione si ebbe in Giudea con la rivolta dei Maccabei che riuscirono a fondare nel 140 a. C. un Regno di Giudea con l’aiuto più o meno sincero dei romani che si stavano affacciando su quella regione. Però nel 63 a. C. Pompeo conquistò Gerusalemme che divenne a tutti gli effetti un provincia romana, con procuratore nominato da Roma.
Tutte le speranze e le attese degli ebrei andarono in fumo un’altre volta, rendendosi conto di essere passati da un padrone ad un altro.
Quindi l’attesa di un liberatore che venisse da Dio era più che comprensibile
Perciò possiamo comprendere come il libro di Daniele alimentasse questa speranza perché conteneva la promessa che tutti questi regni sarebbero stati spazzati via dall’avvento del Regno del Figlio dell’Uomo, un personaggio che mandato da Dio, il quale avrebbe instaurato il Regno eterno dei Santi.
Allora quando Gesù parla di se come “Figlio dell’Uomo” non usa semplicemente un titolo onorifico, ma indica un programma che si pone nel fuoco di queste speranze prospettandone il compimento.
Non per niente, come abbiamo visto, il Vangelo di Marco inizia con un possente e sfolgorante annuncio del Regno.