Lettura 19 Gen 2,4b-3,24 La creazione dell’uomo

Gen 2,4b «Quando JHWH Dio fece la terra e il cielo, 5 nessun pianta campestre era sulla terra, nessuna vegetazione campestre era spuntata – perché JHWH Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno ancora lavorava il terreno 6 e nessuno faceva salire dalla terra l’acqua dei canali per irrigare tutto il suolo -; 7 allora JHWH Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere / nefesh vivente.

8 Poi JHWH Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. 9 JHWH Dio fece germogliare dal terreno ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.

10 Ora, un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. 11 Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro 12 e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice. 13 Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. 14 Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate.

15 JHWH Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse / habad e lo custodisse / shamar.

16 JHWH Dio diede questo comando all’uomo: «Da ogni albero del Giardino mangiare mangerai, 17 ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti».

In questo racconto della creazione troviamo un breve accenno alla terra e al cielo, con ordine inverso rispetto al primo racconto e si passa subito a descrivere la desolazione in cui si trova la terra. L’agiografo conosce bene le condizioni di lande desolate che sono lì a due passi: il deserto di Giuda e quello di Siria. Zone brulle per due motivi: mancanza di acqua e dell’uomo capace di procurarla, canalizzarla, conservarla in cisterne, ecc.

Dobbiamo anche osservare che in Gen 1 era problematico l’eccesso d’acqua: Gen 1,2 «…lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque», quindi tutto era ricoperto dall’acqua, in quest’altro, invece, la desolazione è causata dalla mancanza d’acqua.

Allora potremmo dire che, se nel primo racconto l’uomo è l’ultima delle creature, in questo secondo racconto è la prima e diventa la condizione perché le altre creature possano vivere; vegetali compresi.

Abbiamo già accennato che Dio non è più chiamato semplicemente “Elohim” come nel primo capitolo, ma “JHWH Dio”; se pensiamo all’uso del verbo essere che nelle lingue antiche veniva sottinteso, possiamo dire di essere fronte a proclamazioni di fede jahwista, cioè “JHWH è Elohim, JHWH è Dio”. Infatti in 3,1 il serpente interrogherà la donna circa il comandamento di Dio, non lo chiamerà “JHWH Elohim”, ma semplicemente “Elohim”.

Altra grande differenza rispetto al primo racconto è l’agire di Dio. Là le Sue azioni erano soprattutto eventi di Parola. Avevamo parlato di “decalogo della creazione” per via delle dieci ripetizioni di «Dio disse…» a riguardo di ogni opera che si realizzava senza altri interventi divini. In questo secondo racconto troviamo sette verbi di azione: plasmò, soffiò, piantò, collocò, fece germogliare, prese e pose.

Secondo questo redattore Dio realizza le sue opere come se fosse un artigiano, un vasaio, un agricoltore; un’immagine di Dio antropomorfa, ben distante da quella di Gen 1 e, soprattutto, molto distante dall’idea di Dio coltivata dalla filosofia. Pensiamo al Motore Immobile di Aristotele che non ha creato nulla, non si interessa di nulla, contempla l’unica cosa bella che esiste: se stesso… un mostro di narcisismo! La Bibbia, anche in altri passi, non esita a paragonare l’azione di Dio a quella del vasaio, del fabbro, del falegname, ecc.

Queste osservazioni ci costringono a riflettere da un lato sul tema dell’Assoluta Alterità di Dio: Dio è il Totalmente Altro: l’uomo non può raggiungerlo, pensarlo, riprodurlo.

E dall’altro lato all’Umanità di Dio per cui questi antropomorfismi non sarebbero impertinenti. Una Umanità di Dio che ha il suo vertice nell’Incarnazione del Figlio. E allora si potrebbe dire che l’Assoluta Alterità si manifesta proprio nella Umanità di Dio. Evento che per la filosofia e anche per la teologia sarebbe stato impensabile se non fosse accaduto come fatto storico.

Il racconto è interrotto dai vv 10-14 che, se gli antichi scrittori avessero avuto le nostre possibilità tipografiche, avrebbero posto a piè pagina. In essi si parla di quattro fiumi; gli ultimi due sono noti, ma i primi due hanno suscitato parecchie soluzioni contrastanti tra cui: il Nilo oppure alcuni suoi affluenti, il Gange e perfino il Danubio.

Dobbiamo ricordare che se queste opere vengono scritte al tempo di Salomone, esse, sono però, il risultato di una lunga catena di tradizioni orali e risulta praticamente impossibile raggiungere il pensiero e la geografia dei primi narratori.

La cosa non sembra particolarmente importante perché la nostra attenzione dovrebbe essere attratta dal numero quattro che rimanda ai quattro punti cardinali. Con ciò sembra che l’agiografo voglia segnalare che da questo Giardino usciva acqua abbondante, capace di assicurare acqua dolce a tutta la terra.

L’uomo è modellato con polvere del suolo e animato dal soffio di Dio. Sia nel primo racconto che nelle pagine successive, non troviamo che qualche altra creatura abbia ricevuto la vita direttamente dal soffio di Dio. Questo soffio jipah potrebbe essere anche letto come ruah, cioè Spirito e così l’uomo risulta costituito di una parte materiale e una spirituale.

L’uomo non è creato nel Giardino, ma nel mondo; un mondo deserto, polveroso, tant’è che è plasmato con “polvere”. Solo in secondo momento è portato nel giardino. Questa traslazione usa due verbi tecnici: «lo prese e lo pose»; sono gli stessi verbi usati per sintetizzare l’opera di Dio verso Israele quando venne liberato dalla schiavitù e condotto nella terra promessa. “Dio prese Israele e lo pose nella Terra dove scorre latte e miele” oppure: “lo prese e lo fece riposare nella Terra promessa ai padri“. Sono due verbi che richiamano l’Alleanza del Sinai.

Ma subito dopo ne troviamo altri due che ci conducono nella stessa direzione: «perché lo coltivasse / habad e lo custodisse / shamar».

Ora, tradurre habad con coltivare non rende esattamente il significato del verbo ebraico che in linea generale significa “servire”. È il verbo usato per la liturgia e per tutte le attività che riguardano la religione, come aiutare i poveri, dare cibo agli affamati, ecc. Se ci pensiamo anche il nostro “servire Dio” ha un significato molto ampio.

Per gli ebrei questo abad deve essere svolto oltre che verso la “Terra”, anche verso la Torah, la Legge, che non solo deve essere “servita” ma altresì “custodita / shamar“. Allora il lavoro della terra o per la terra, ha la stessa importanza dell’osservanza della Legge e del culto.

Anche “coltivare” sarebbe appropriato se saltasse all’occhio l’origine latina “colere”, la stessa di “culto”; legame che tuttavia, nel linguaggio corrente, si è perduto.

Esattamente come al Sinai all’Alleanza segue la Legge. Non un trattato, perché i due partner non hanno discusso le condizioni. Come abbiamo visto in Esodo, sia ha sempre a che fare con “la mia Alleanza“, mai “la nostra Alleanza”. L’Alleanza è sempre un dono offerto da Dio che fa dell’alleato un eletto.

L’Alleanza precede la Legge perché questa è solo segno della adesione, della risposta dell’uomo al progetto di Dio.

Che si tratti solo di un segno è abbastanza evidente perché l’uomo può godere dei frutti di tutti gli alberi tranne uno.

È anche un avvertimento, come un papà che avverte i bambini di non mangiare le bacche di quel cespuglio, così belle e colorate, ma che purtroppo sono velenose. Quindi una Legge che è un avvertimento come per i fili di un elettrodotto: “Chi tocca i fili muore”.

Troviamo così il simbolo dell’albero. Si tratta di un simbolo presente in tutte le mitologie del’antico Oriente.

Si tratta di un simbolo religioso che raccorda la terra e il cielo. Le sue radici vanno in profondità nelle viscere della terra e i suoi rami come braccia e dita spalancate, si protendono verso il cielo alla ricerca della luce e del sole.

Anche l’epopea di Gilgamesh ad un certo punto racconta che l’eroe si pone alla ricerca dell’immortalità e scopre l’albero della vita.

Così, pure nel nostro Giardino troveremo l’Albero della vita.

Ma l’interesse dell’uomo sarà attratto da un altro albero. Quello proibito.