Lettura 18 Mc 1,40 – 45 Guarigione di un lebbroso
Mc 1,40 «Allora venne a lui un lebbroso: lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi mondarmi!». 41 Ed egli mosso compassione / splagchnistheis, stesa la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii mondato!». 42 E subito andò via da lui la lebbra e fu mondato. 43 E, Egli rimbrottandolo, subito lo cacciò e gli disse: 44 «Guarda di non dir niente a nessuno, ma va’, mostrati al sacerdote, e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro». 45 Ma quegli, uscito, cominciò a proclamare / kērussō e a divulgare la notizia, così che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in città, ma stava fuori, in luoghi deserti; eppure venivano a lui da ogni parte».
Questo brano fa parte della triplice tradizione, ma viene posto in contesti diversi. Matteo lo pone dopo il discorso della montagna e Luca parla di “una città”, senza riportarne il nome. Quello su cui i tre concordano è che sia avvenuto in Galilea. E comunque manca il dove e il quando. Questo dice che le tradizioni orali hanno tramandato l’evento senza specificarne i particolari meno rilevanti.
Marco lo pone come scansione tra “La giornata di Cafarnao” e le “Cinque dispute” che termineranno con la decisione di far fuori il Messia perché si porrebbe contro la Legge.
E veniamo al nostro lebbroso. È difficile immaginare come fosse realmente penoso il problema della lebbra a quei tempi, quando ancora non esistevano cure. In verità fino agli anni 50 non c’era un cura per questa malattia e l’unico mezzo di difesa era quello di non restare contagiati, cioè i cordoni sanitari. Ciò significa che i colpiti da questo morbo venivano isolati. In Europa, nel Medioevo, per tale scopo vennero costruiti i primi lazzaretti destinati ad ospitare le persone colpite dalla lebbra che più tardi diventarono lebbrosari.
Non dobbiamo perdere di vista lo stigma che le società hanno sempre attribuito a questa malattia e soprattutto l’incapacità di distinguere l’ammalato dalla malattia.
Oltretutto, anche dalle nostre parti, il peccato veniva paragonato alla lebbra e per la proprietà transitiva, la lebbra veniva considerata conseguenza del peccato. Questo idea era particolarmente viva nell’antico Israele dove in linea di massima tutte le malattie erano considerate conseguenza dei peccati, magari commessi da generazioni precedenti.
Il seguente brano del libro del Levitico, forse, può dare una pallida idea di quali fossero le condizioni in cui i lebbrosi fossero costretti a vivere, ma suggeriamo di leggere interamente Lv 13 e 14 per rendersi conto come erano trattati chi aveva semplicemente una malattia della pelle.
Lv 14,45 «Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! 46 Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».
Ora il nostro lebbroso infrange la Legge perché non sta alla larga gridando: “immondo, immondo” come prescrive il Levitico ma “riconosce” in Gesù la potenza di guarirlo.
Gesù è mosso a compassione, ma l’italiano non rende il senso del termine greco splagchnistheis che contiene la radicale di “viscere” corrispondente all’ebraico “raham” (Vedi Lettura 57- ss di Esodo), ad indicare un sentimento che sconvolge nel profondo delle viscere, appunto.
Gesù riconosce la pertinenza del desiderio dell’uomo e a sua volta infrange la Legge perché lo tocca.
Il v43 non è una minaccia, ma è un invito ad applicare ciò prescrive la Legge perché il lebbroso sia rimesso nella società, cioè mostrarsi al sacerdote che constata la scomparsa della lebbra, lo dichiarerà mondo.
Il brano termina con questo uomo risanato che va in giro a proclamare / kērussō le meraviglie di operate da Dio per mezzo di Gesù: allora il lebbroso risanato è diventato il primo apostolo.
Osserviamo che in Israele si riteneva che chi avesse la lebbre fosse come morto e da trattare come tale. Dalla lebbra non si poteva guarire se non per intervento di Dio. Abbiamo un racconto nel secondo libro dei Re che narra le vicende del profeta Eliseo e come questi guarì dalla lebbre un ufficiale del re di Aram.
2Re 5:1 «Nàaman, capo dell’esercito del re di Aram, era un personaggio autorevole presso il suo signore e stimato, perché per suo mezzo il Signore aveva concesso la vittoria agli Aramei. Ma questo uomo prode era lebbroso».
Quando il re di Aram viene a sapere che in Israele c’è un profeta che fa miracoli, invia una lettera al re di Israele e qui abbiamo il passaggio che ci interessa:
2 Re 5,6 «Portò la lettera al re di Israele, nella quale si diceva: «Ebbene, insieme con questa lettera ho mandato da te Nàaman, mio ministro, perché tu lo curi dalla lebbra». 7 Letta la lettera, il re di Israele si stracciò le vesti dicendo: «Sono forse Dio per dare la morte o la vita, perché costui mi mandi un lebbroso da guarire? Sì, ora potete constatare chiaramente che egli cerca pretesti contro di me».
Come si vede l’esclamazione del re d’Israele coerentemente con le conoscenze del tempo, attribuisce esclusivamente a Dio la possibilità di guarire dalla lebbra.
Se è così allora possiamo dire che, la guarigione del lebbroso fatta da Gesù, è un passaggio rivelativo: dice chi è Gesù: egli è il Figlio di Dio.
Un’ultima osservazione: il brano inizia con un lebbroso che di norma deve vivere in luoghi deserto e alla fine sarà Gesù che a sua volta deve stare in luoghi deserti, mentre l’ex lebbroso è riammesso nella società.
Come dire: fare del bene ha un costo.