Lettura 18 Immutabilità della Torah? Dt 4.2 e 24,16
Nella lettura precedente il versetto 2 affermava questo:
Dt 4,2 «Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi di JHWH Dio vostro che io vi prescrivo».
È naturale, che qualsiasi legislatore ritenga che la sua Legge valga per sempre, ma la storia ci insegna che con il passare del tempo le leggi si modificano. E infatti al capitolo 24 troviamo un versetto che smentisce quanto prescritto in 4,2 perché rivela che nel corso del tempo alcune norme si sono modificate..
Dt 24,16 «Non si metteranno a morte i padri per una colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per una colpa dei padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato».
Ci spieghiamo con un esempio.
In Esodo troviamo un brano definito da alcuni studiosi come “carta d’identità” di Dio ed quanto proclama Dio di se stesso quando si manifesta a Mosè nella grotta del Sinai / Oreb:
Es 34,5 «Allora JHWH scese nella Nube, si fermò là presso di lui [Mosè] e proclamò il nome del Signore. 6 Il Signore passò davanti a lui proclamando: «JHWH , JHWH Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, 7 che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».
Siccome noi leggiamo e interpretiamo la Bibbia ci rendiamo conto che qui si vuole evidenziare la sproporzione tra i benefici verso le mille generazioni e la punizione limitata alla quarta. Se la cultura epocale avesse posseduto il concetto di infinito avrebbe usato questo termine; ma per loro” mille” serviva a dare l’idea di una grandezza enorme; in altri casi usavano: “numeroso come le stelle del cielo”, ecc.
Però resta il problema della «punizione che coinvolge fino a quattro generazioni».
Tutto filerebbe liscio se non trovassimo un’applicazione della seconda parte di quel versetto, ma solo una delle tante, qui eseguita verso tutto il popolo e poi un’intera famiglia.
In Giosuè 6 (e siamo sempre all’interno dell’opera deuteronomistica) viene raccontata la caduta miracolosa della città di Gerico al di qua del Giordano, prima conquista all’interno della Terra, e il conseguente sterminio che comprendeva abitanti, animali e qualsiasi altra risorsa. È un comando che ci sorprende, ma non approfittare delle ricchezze altrui facendole proprie, dovrebbe essere inteso come piena fiducia nel Signore che è Lui a provvedere ai bisogni dei suoi fedeli.
Compiuta con successo la conquista di Gerico viene attaccata la città di Ai, ma tutto si risolve in un disastro con la fuga a dirotto dell’esercito di Israele. Allora per comprendere la causa della disfatta si tira la sorte e qui veniamo al testo:
Gs 6,16 «Giosuè si alzò di buon mattino e fece accostare Israele secondo le sue tribù e fu designata dalla sorte la tribù di Giuda. 17 Fece accostare le famiglie di Giuda e fu designata la famiglia degli Zerachiti; fece accostare la famiglia degli Zerachiti per case e fu designato Zabdi; 18 fece accostare la sua casa per individui e fu designato dalla sorte Acan, figlio di Carmi, figlio di Zabdi, figlio di Zerach, della tribù di Giuda. 19 Disse allora Giosuè ad Acan: «Figlio mio, da’ gloria a JHWH, Dio di Israele, e rendigli omaggio e raccontami ciò che hai fatto, non me lo nascondere». 20 Rispose Acan a Giosuè: «In verità, proprio io ho peccato contro JHWH, Dio di Israele, e ho fatto questo e quest’altro. 21 Avevo visto nel bottino un bel mantello di Sennaar, duecento sicli d’argento (2Kg) e un lingotto d’oro del peso di cinquanta sicli (100 g); ne sentii bramosia e li presi ed eccoli nascosti in terra in mezzo alla mia tenda e l’argento è sotto». 22 Giosuè mandò allora messaggeri che corsero alla tenda, ed ecco tutto era nascosto nella tenda e l’argento era sotto. 23 Li presero dalla tenda, li portarono a Giosuè e a tutti gli Israeliti e li deposero davanti al Signore. 24 Giosuè allora prese Acan di Zerach e l’argento, il mantello, il lingotto d’oro, i suoi figli, le sue figlie, il suo bue, il suo asino, le sue pecore, la sua tenda e quanto gli apparteneva. Tutto Israele lo seguiva ed egli li condusse alla valle di Acor. 25 Giosuè disse: «Come tu hai portato sventura a noi, così JHWH oggi la porti a te!». Tutto Israele lo lapidò, li bruciarono tutti e li uccisero tutti a sassate. 26 Eressero poi sul posto un gran mucchio di pietre, che esiste fino ad oggi. JHWH allora desistette dal suo tremendo sdegno. Per questo quel luogo si chiama fino ad oggi Valle di Acòr».
Sembra di capire che a quel tempo valeva il principio che lega saldamente tra di loro tutti i membri del popolo per cui il peccato di uno si ripercuote su tutti, ma quella strage che poi lapida e brucia tutti i membri della famiglia che allora non era quella mononucleare odierna, ma comprendeva genitori, figli, nonni e parenti tutti, cioè tutti quelli che portavano lo stesso cognome, ci lascia alquanto sorpresi se non sgomenti. Certo, potremmo dire che la Rivelazione avviene con linguaggi e modalità che l’uomo “storico” possa capire, ma avendo negli orecchi le parole del Vangelo questi eventi facciamo a farli nostri.
Tuttavia se ci rivolgiamo alla tradizione profetica possiamo registrare che sin dall’inizio, in forme più o meno dirette appaiono parole che indirizzano verso la responsabilità individuale, come appunto dice il versetto riportato di Dt 24,16.
In contemporanea alla formazione del Deuteronomio abbiamo il profeta Ezechiele sacerdote del Tempio che fa parte di primi deportati ed esiliati a Babilonia presso il canale Chebar. Egli fa parte dei quattro profeti maggiori insieme ad Isaia, Geremia suo contemporaneo e Daniele.
Seguendo un tradizione che inizia già con i primi profeti Amos, Osea, ed altri, Ezechiele, tratta in modo approfondito e dettagliato il tema della responsabilità individuale. Una legge difficile da scalfire perché iscritta nelle menti dell’uomo da epoche remote, così pervasiva da non aver nemmeno bisogno di essere esplicitata in un testo scritto, cioè quello di una responsabilità collettiva di cui la strage di Acòr è solo un esempio.
Il c 18 di Ezechiele può essere letto come applicazione dettagliata del versetto di Dt 24,16 riportato sopra:
Ez 18:1« Mi fu rivolta questa parola di JHWH: 2 «Perché andate ripetendo questo proverbio sul paese d’Israele:
I padri han mangiato l’uva acerba / e i denti dei figli si sono allegati?
3 Com’è vero ch’io vivo, dice JHWH Dio, voi non ripeterete più questo proverbio in Israele. 4 Ecco, tutte le vite sono mie: la vita del padre e quella del figlio è mia; chi pecca morirà».
PRIMO CASO
5 Se uno è giusto e osserva il diritto e la giustizia, 6 se non mangia sulle alture e non alza gli occhi agli idoli della casa d’Israele, se non disonora la moglie del suo prossimo e non si accosta a una donna durante il suo stato di impurità, 7 se non opprime alcuno, restituisce il pegno al debitore, non commette rapina, divide il pane con l’affamato e copre di vesti l’ignudo, 8 se non presta a usura e non esige interesse, desiste dall’iniquità e pronunzia retto giudizio fra un uomo e un altro, 9 se cammina nei miei decreti e osserva le mie leggi agendo con fedeltà, egli è giusto ed egli vivrà, parola di JHWH Dio.
SECONDO CASO
10 Ma se uno ha generato un figlio violento e sanguinario che commette qualcuna di tali azioni, 11 mentre egli non le commette, e questo figlio mangia sulle alture, disonora la donna del prossimo, 12 opprime il povero e l’indigente, commette rapine, non restituisce il pegno, volge gli occhi agli idoli, compie azioni abominevoli, 13 presta a usura ed esige gli interessi, egli non vivrà; poiché ha commesso queste azioni abominevoli, costui morirà e dovrà a se stesso la propria morte.
TERZO CASO
14 Ma, se uno ha generato un figlio che vedendo tutti i peccati commessi dal padre, sebbene li veda, non li commette, 15 non mangia sulle alture, non volge gli occhi agli idoli di Israele, non disonora la donna del prossimo, 16 non opprime alcuno, non trattiene il pegno, non commette rapina, dà il pane all’affamato e copre di vesti l’ignudo, 17 desiste dall’iniquità, non presta a usura né a interesse, osserva i miei decreti, cammina secondo le mie leggi, costui non morirà per l’iniquità di suo padre, ma certo vivrà. 18 Suo padre invece, che ha oppresso e derubato il suo prossimo, che non ha agito bene in mezzo al popolo, morirà per la sua iniquità.
CONCLUSIONE DELLA PRIMA PARTE
19 Voi dite: Perché il figlio non sconta l’iniquità del padre? Perché il figlio ha agito secondo giustizia e rettitudine, ha osservato tutti i miei comandamenti e li ha messi in pratica, perciò egli vivrà.
20 Colui che ha peccato e non altri deve morire; il figlio non sconta l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio. Al giusto sarà accreditata la sua giustizia e al malvagio la sua malvagità.
PRIMO CASO: il malvagio che si converte
21 Ma se il malvagio si ritrae da tutti i peccati che ha commessi e osserva tutti i miei decreti e agisce con giustizia e rettitudine, egli vivrà, non morirà. 22 Nessuna delle colpe commesse sarà ricordata, ma vivrà per la giustizia che ha praticata. 23 Forse che io ho piacere della morte del malvagio – dice JHWH Dio – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?
SECONDO CASO: il giusto che si perverte
24 Ma se il giusto si allontana dalla giustizia e commette l’iniquità e agisce secondo tutti gli abomini che l’empio commette, potrà egli vivere? Tutte le opere giuste da lui fatte saranno dimenticate; a causa della prevaricazione in cui è caduto e del peccato che ha commesso, egli morirà.
RIPETIZIONE E APPLICAZIONE DEL PRINCIPIO GENERALE
25 Voi dite: Non è retto il modo di agire di JHWH.
Ascolta dunque, popolo d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
26 Se il giusto si allontana dalla giustizia per commettere l’iniquità e a causa di questa muore, egli muore appunto per l’iniquità che ha commessa.
27 E se l’ingiusto desiste dall’ingiustizia che ha commessa e agisce con giustizia e rettitudine, egli fa vivere se stesso. 28 Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà. 29 Eppure gli Israeliti van dicendo: Non è retta la via di JHWH. O popolo d’Israele, non sono rette le mie vie o piuttosto non sono rette le vostre?
30 Perciò, o Israeliti, io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta. Oracolo di JHWH Dio. Convertitevi e desistete da tutte le vostre iniquità, e l’iniquità non sarà più causa della vostra rovina. 31 Liberatevi da tutte le iniquità commesse e formatevi un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Perché volete morire, o Israeliti? 32 Io non godo della morte di chi muore. Parola di JHWH Dio. Convertitevi e vivrete».
Ezechiele termina auspicando che ciascuno formi in sé un cuore nuovo e uno spirito nuovo. Più avanti dovrà ammettere che questo “cuore nuovo e spirito nuovo” sarà opera di Dio e sarà la Nuova Alleanza.
Questa profezia di Ezechiele che risale grossolonamente al 580 a. C. è stata recepita?
Pare di no se nel Vangelo di Giovanni al capitolo 9 di fronte al cieco nato che in prossimità della soglia del Tempio chiede l’elemosina, troviamo questo colloquio:
Gv 9:1 «Passando [Gesù] vide un uomo cieco dalla nascita 2 e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». 3 Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio».
Sappiamo come il racconto finisce.
In definitiva, Gesù oltre a fare la fatica di far comprendere la responsabilità individuale deve ulteriormente fare comprendere che Dio non è Colui che se fai un peccato ti fulmina, ma è il Dio Abbà, il Dio Papà «che dà il suo sole ai buoni e ai cattivi e la pioggia ai giusti e agli ingiusti».
Ma forse questo non l’abbiamo capito neanche oggi!