Lettura 15 Gen 1,26-31 Sesto giorno: la creazione dell’uomo, prima parte
Gen 1,26 «Poi Dio disse: / «Facciamo l’uomo / hadam a nostra immagine, a nostra somiglianza, /e dominino sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, / sugli animali domestici e selvaggi / e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».
27 Dio creò / barah l’uomo a sua immagine; / a immagine di un Dio lo creò / barah; / maschio e femmina li creò / barah.
28 Dio li benedisse e disse loro: / «Siate fecondi e moltiplicatevi, / riempite la terra e regnate su di essa; dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo / e su ogni essere vivente che striscia sulla terra».
29 E Dio disse: «Ecco, io vi do ogni pianta che produce seme / e che è sulla superficie di tutta la terra / e ogni albero da frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.
30 A tutte le bestie selvagge, a tutti gli uccelli del cielo / e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, / io do in cibo ogni forma di vegetazione». E così avvenne.
31 Dio vide tutto quanto aveva fatto: era davvero molto bello.
Venne sera e poi mattino: sesto giorno».
Questo brano presenta diversi problemi che cerchiamo di dipanare.
1- Uso del plurale. La creazione dell’uomo non avviene per un semplice evento di Parola, come nei casi precedenti, ma con una specie di riflessione da parte di Dio con l’uso del plurale: «Facciamo l’uomo...».
Questo plurale ha suscitato molte interpretazioni sin dai tempi antichi.
C’è chi sostiene un legame con i miti mesopotamici come Enuma Elish e Atrahasis nei quali la creazione dell’uomo è decisa dall’assemblea degli dèi; soluzione poco probabile se pensiamo come la tradizione sacerdotale P sia molto attenta nell’eliminare elementi appartenenti a quegli antichi miti.
Si può pensare che Dio parli di fronte alla corte celeste, come nella visione di Isaia nel tempio:
Is 6:1 Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. 2 Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali; con due si copriva la faccia, con due si copriva i piedi e con due volava. 3 Proclamavano l’uno all’altro: /«Santo, santo, santo è il Signore degli eserciti. / Tutta la terra è piena della sua gloria». […] 8 Poi io udii la voce del Signore che diceva: «Chi manderò e chi andrà per noi?». E io risposi: «Eccomi, manda me!». 9 Egli disse: «Va’ e riferisci a questo popolo:…».
Troviamo lo stesso plurale quando Dio decide di scendere a Babele per confondere le lingue degli uomini che stanno costruendo la Torre omonima:
Gen 11,7 «Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro».
Gli antichi Padri vedevano in questo plurale già un primo annuncio della Trinità.
Diversi studiosi oggi ritengano che si tratti del “pluralis deliberationis”, quella forma che a volte usiamo anche noi quando vogliamo fare qualcosa di molto impegnativo e allora parliamo a noi stessi scandendone le varie fasi. Se vale questa ultima ipotesi, allora vuol dire che anche per Dio la creazione dell’uomo è stata alquanto impegnativa.
E possiamo proprio ritenere che l’impegno di Dio fosse significativo se viene impiegato tre volte il verbo “creare /barah” e una volta anche il verbo “fare”.
Il termine biblico usato per identificare l’uomo è hadam (traslitterazione semplificata) che in ebraico può essere inteso come “uomo” in senso generale, traducibile anche come “essere umano” oppure “umanità”. Sarà solo nel secondo racconto della creazione del c. 2 che lo stesso vocabolo diventa nome proprio, cioè “Adamo”.
Il tema dell’immagine
In due versetti appare tre volte la parola “immagine”, segno che per il redattore è un tema molto importante. Effettivamente l’idea di essere a “immagine di Dio” non è una novità per le culture dell’antico oriente che però, in linea di massima, l’attribuivano ai Re: tutti i Re e i loro discendenti in qualche modo erano a immagine del loro dio.
La novità “rivoluzionaria” introdotta dal nostro testo è l’estensione di questa immagine a tutti gli uomini in quanto il primo uomo trasmette le sue prerogative a tutta l’umanità. E potremmo aggiungere che se i Re sono immagine di Dio, affermare che tutti gli uomini sono a immagine di Dio equivale a stabilire che tutti gli uomini hanno dignità regale. In questo modo si pensa ad una società livellata, non verso il basso, ma verso il punto più alto: tutti gli uomini non sono meno che Re. Conseguenza immediata di questo è che l’uomo nelle sue attività non può declassare, umiliare, sfruttare il lavoro altrui, ma deve operare nella solidarietà reciproca e nel rispetto della dignità “regale” di ciascuno. Effettivamente anche la storia ci mostra che tra gli Ebrei non era presente la schiavitù, o quantomeno le istituzioni la mitigavano fino ad escluderla: unico esempio nella storia.
Se questa è una conseguenza sociologica, il nostro testo richiede che si vada più a fondo per esplorare i contenuti di questa immagine.
Il redattore la esprime con due termini, il primo: selem, tradotto con “immagine” usato per indicare le statue, le effigi, le figure e pertanto dà l’idea di qualcosa di statico; il secondo “demut“, tradotto con “simile” indica qualcosa di più spirituale, astratto, emotivo, ecc. Resta comunque il problema di dare contenuto a questi due termini.
Nel corso della storia si sono registrate varie soluzioni che sentivano in larga misura dell’antropologia dell’epoca.
Si è identificata la somiglianza in riferimento alla corporeità dell’uomo, al fatto che l’uomo, unico animale, si muove in posizione eretta, cosa che ci sorprende perché se Dio è puro Spirito non si comprende dove sia l’analogia.
Si è preso in considerazione la parte spirituale dell’uomo, cioè l’anima; il fatto che l’uomo è dotato di ragione. La capacità dell’uomo di costruire cose che prima non c’erano, cioè homo faber a somiglianza di Dio che ha creato il mondo e tante altre proposte che possono risultare suggestive, ma non esaustive.
Riteniamo che si debba cercare una via d’uscita nella capacità dell’uomo di essere in relazione con… Già, il fatto che in questo racconto l’uomo appaia non come singolo, ma come coppia dice di due esseri in relazione, e quale relazione… che oltretutto è feconda di nuova vita e nuove relazioni. Se è così potremmo identificare la somiglianza con Dio nel fatto che Dio stesso è anzitutto relazione. Nella prima lettura avevamo evidenziato come la prima parola della Rivelazione non è Creazione ma Generazione. Dall’eternità Dio è Padre in Relazione con il Figlio: una relazione tanto profonda e vitale da dare vita alla Terza Persona della Trinità: lo Spirito Santo.
Allora se la realtà di Dio è originariamente relazione possiamo affermare che la similitudine con l’uomo si manifesta proprio nella capacità di relazione. Una relazione che coinvolge i due partner: il Creatore e la creatura.
Dio ha creato l’uomo per avere un “tu” libero capace di corrisponderGli e mettersi alla ricerca di un Tu trascendentale capace di riconoscerLo.