Lettura 13 Gen 1,20-23 Quinto giorno
Gen 1,20 Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi
e uccelli volino sopra la terra sulla superficie del firmamento».
21 Dio creò / barah i grandi mostri marini / tanninim
e tutti gli esseri viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la loro specie, e tutti gli uccelli volatili secondo la loro specie.
Dio vide che era bello.
22 Dio li benedisse: «Siate fecondi, moltiplicatevi
e riempite le acque dei mari,
e gli uccelli si moltiplichino sulla terra».
23 Venne sera e poi mattino: quinto giorno.
In questo quinto giorno ritorna il verbo creare / barah che fin ora avevamo incontrato solo nel versetto introduttivo Gn1,1 del primo giorno della creazione, sostituito poi dai verbi “fare” e “porre”. Segno che la creazione della vita, sia pure animale, richiede una diversa attività da parte di Dio. Troveremo questo verbo altre tre volte a riguardo della creazione dell’uomo.
È ancora presente il tema della separazione giacché pesci e animali si riproducono ciascuno secondo la propria specie: non è ammessa confusione, che riporterebbe al caos primordiale.
Riteniamo importante richiamare il tema dei tanninim, i grandi mostri marini ed in particolare del Leviatan che in qualche modo li rappresenta tutti. Il breve accenno che troviamo al v 21, ha un retroterra molto vasto che cerchiamo di rendere presente riportando due brani.
Il Sl 104 che è un inno alla creazione, presenta i mostri marini / tanninim in una forma giocosa: il Leviatano che si diverte a giocare tra le onde:
Sl 104,24 «Quanto sono grandi, Signore, le tue opere!
Tutto hai fatto con saggezza, / la terra è piena delle tue creature.
25 Ecco il mare spazioso e vasto: / lì guizzano senza numero / animali piccoli e grandi.
26 Lo solcano le navi, / il Leviatàn che hai plasmato / perché in esso si diverta.
27 Tutti da te aspettano / che tu dia loro il cibo in tempo opportuno.
28 Tu lo provvedi, essi lo raccolgono, / tu apri la mano, si saziano di beni.
29 Se nascondi il tuo volto, vengono meno, / togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere.
30 Mandi il tuo spirito, sono creati, / e rinnovi la faccia della terra».
Ben diversa la rappresentazione che troviamo nel libro di Giobbe quando Dio risponde alle proteste che Giobbe rivolge all’Altissimo perché trova ingiustificata la sua condizione di malattia. Questa citazione alquanto lunga vuole essere un invito a leggere i capitoli 38-41 del libro di Giobbe perché in essi si ha una descrizione più dettagliata dell’opera della creazione; e ricordiamo ancora che Genesi 1,1-2,14 è successiva a Giobbe.
Gb 40,25 «Puoi tu pescare il Leviatan con l’amo / e tener ferma la sua lingua con una corda,
26 ficcargli un giunco nelle narici / e forargli la mascella con un uncino?
27 Ti farà forse molte suppliche / e ti rivolgerà dolci parole?
28 Stipulerà forse con te un’alleanza, / perché tu lo prenda come servo per sempre?
29 Scherzerai con lui come un passero, / legandolo per le tue fanciulle?
30 Lo metteranno in vendita le compagnie di pesca, / se lo divideranno i commercianti?
31 Crivellerai di dardi la sua pelle / e con la fiocina la sua testa?
32 Metti su di lui la mano: / al ricordo della lotta, non riproverai!
Gb 41:1 Ecco, la tua speranza è fallita, / al solo vederlo uno stramazza.
2 Nessuno è tanto audace da osare eccitarlo / e chi mai potrà star saldo di fronte a lui?
3 Chi mai lo ha assalito e si è salvato? / Nessuno sotto tutto il cielo.
4 Non tacerò la forza delle sue membra: / in fatto di forza non ha pari.
5 Chi gli ha mai aperto sul davanti il manto di pelle / e nella sua doppia corazza chi può penetrare?
6 Le porte della sua bocca chi mai ha aperto? / Intorno ai suoi denti è il terrore!
7 Il suo dorso è a lamine di scudi, / saldate con stretto suggello;
8 l’una con l’altra si toccano, / sì che aria fra di esse non passa:
9 ognuna aderisce alla vicina, / sono compatte e non possono separarsi.
10 Il suo starnuto irradia luce / e i suoi occhi sono come le palpebre dell’aurora.
11 Dalla sua bocca partono vampate, / sprizzano scintille di fuoco.
12 Dalle sue narici esce fumo / come da caldaia, che bolle sul fuoco.
13 Il suo fiato incendia carboni / e dalla bocca gli escono fiamme.
14 Nel suo collo risiede la forza / e innanzi a lui corre la paura.
15 Le giogaie della sua carne son ben compatte, / sono ben salde su di lui, non si muovono.
16 Il suo cuore è duro come pietra, / duro come la pietra inferiore della macina.
17 Quando si alza, si spaventano i forti / e per il terrore restano smarriti.
18 La spada che lo raggiunge non vi si infigge, / né lancia, né freccia né giavellotto;
19 stima il ferro come paglia, / il bronzo come legno tarlato.
20 Non lo mette in fuga la freccia, / in pula si cambian per lui le pietre della fionda.
21 Come stoppia stima una mazza / e si fa beffe del vibrare dell’asta.
22 Al disotto ha cocci acuti / e striscia come erpice sul molle terreno.
23 Fa ribollire come pentola il gorgo, / fa del mare come un vaso da unguenti.
24 Dietro a sé produce una bianca scia / e l’abisso appare canuto.
25 Nessuno sulla terra è pari a lui, / fatto per non aver paura.
26 Lo teme ogni essere più altero; / egli è il re su tutte le fiere più superbe».
Riteniamo non sia il caso di fare tanto gli spiritosi a riguardo di queste immagini, se pensiamo che ancora alla fine del’800 circolavano idee sull’esistenza di piovre giganti che trascinavano velieri negli abissi. Forse erano tentativi di spiegare il naufragio di vascelli dei quali si era perduta ogni traccia. Non dobbiamo dimenticare che il Moby Dick di Melville è stato pubblicato nel 1851, non nel Medioevo.
Nemmeno possiamo perdere di vista la saghe, soprattutto nordiche, popolate di draghi che come il Leviatano sputavano fuoco dalla bocca e fumo dalle narici.
Dovremmo invece fare lo sforzo di immaginare cosa significasse per la gente di mare di 2300 anni fa, incontrare nel Mediterraneo (le Colonne d’Ercole non venivano oltrepassate) una balena o qualche altro grosso cetaceo, più grandi delle loro navi, che rispetto alle nostre erano misere barchette.
I testi che abbiamo riportato dovrebbero aiutare a comprendere la paura che avevano a quei tempi, soprattutto gli ebrei, gente del deserto, a mettere piede su una di quelle navi.
Il v22 introduce un tema che si ripeterà più volte e costituisce la cifra del libro di Genesi: il tema della Benedizione. L’etimologia italiana “dire bene ” non chiarisce il senso del termine ebraico barak la cui etimologia non ha nulla a che fare con il “dire”. Possiamo capirne correttamente il significato osservando le conseguenze delle benedizioni.
Già il versetto in questione spiega il contenuto della benedizione: «Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite le acque dei mari, e gli uccelli si moltiplichino sulla terra», cioè l’attuazione di una pienezza di vita che si manifesta, nella fecondità, nella prolificità, nella diffusione della vita in tutto il mondo. Cioè, ogni specie si realizza diffondendosi sul pianeta.
D’altra parte, anche noi cerchiamo la benedizione perché le nostre azioni vadano a buon fine, facciamo benedire i campi perché la pioggia non manchi e la grandine non li distrugga, magari facciamo benedire l’auto per non avere incidenti… anche se oggi questi gesti sono in gran parte abbandonati.
Se è così, allora vale il senso della benedizione secondo quanto dicono gli studiosi ebrei secondo i quali benedire significa: “che tu sia ciò che sei“, “che tu possa essere te stesso“, “che tu sia come Dio ti ha pensato“.
In altre parole: la piena realizzazione del progetto di Dio.